IL LAVORO CHE …VORREI

Diamo uno sguardo ai dati emersi dalla ricerca sul tema “Giovani e Lavoro”.

Sono dati riferiti a un campione di 4500 giovani tra i 18 e i 29 anni,

consentono di indagare in una luce nuova vari aspetti del rapporto

tra i giovani e il mondo del lavoro.

 

La crisi economica ha aggravato la condizione dei giovani italiani peggiorando le opportunità di trovare un’occupazione, di stabilizzare il percorso lavorativo, di realizzare le condizioni per conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine e di formare un proprio nucleo familiare. La disoccupazione giovanile ha raggiunto negli ultimi anni e registrato negli ultimi  mesi ...livelli record! 
Inoltre l’Italia è tra i Paesi europei con più basso tasso di occupazione giovanile e più elevata quota di Neet, ovvero di under 30 che non studiano e non lavorano.
Il problema è grave per la sua entità e per le sue implicazioni. 

Francamente sembrano illusorie anche le prospettive che si stanno registrando in queste ultime settimane, nonostante qualche dato di miglioramento dell’ultimo semestre legato alle misure messe in campo dal “Job Ac”t emanato dal Governo in carica.

Infatti sta comunque aumentando il rischio di un “intrappolamento” in una condizione di inattività per molti di questi giovani. In quanto più dura tale condizione di non lavoro e più rischiano di scadere le motivazioni e di deteriorarsi le competenze, con l’esito di restringere le possibilità per i giovani di immettersi con successo nel mercato del lavoro.

Per capire come questa condizione stia incidendo sulla vita dei giovani non bastano gli usuali indicatori sui livelli di disoccupazione, ma è cruciale avere un quadro più ampio e ricco su come essi percepiscano la situazione in cui si trovano e sulle strategie adottate per farvi fronte.

L’Istituto Toniolo, attraverso l’indagine “Rapporto Giovani”, realizzata per l’Istituto da Ipsos, con il sostegno della Fondazione Cariplo e un gruppo di docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sta raccogliendo informazioni dettagliate sui valori, i desideri, le aspettative, sui progetti di vita e sulla loro realizzazione, seguendo in particolare i percorsi formativi e lavorativi delle nuove generazioni.

L’obiettivo è quello di fornire le basi di una conoscenza solida dei cambiamenti in corso e del loro impatto sulla vita delle persone, utile anche per intervenire con strumenti adeguati per migliorarla.

I dati ottenuti da un campione, rappresentativo su scala italiana, di 4500 giovani tra i 18 e i 29 anni, consentono di fornire una prima valutazione del rapporto problematico con il mondo del lavoro. Contrariamente a quel che si pensa comunemente …i giovani non demordono e cercano di resistere e di adattarsi. Nonostante gli alti tassi di disoccupazione e il deterioramento delle offerte di lavoro, i giovani non sono rassegnati, cercano di reagire come possono. Mettono in campo strategie per fronteggiare la crisi in attesa di tempi migliori. Sono molti quelli che si adattano e accettano un lavoro anche non pienamente in linea con desideri e aspettative.

Infatti, tra chi ha un lavoro solo il 20% è pienamente soddisfatto dell’attuale impiego, mentre oltre il 25% è poco, per nulla soddisfatto. Un giovane su quattro, quindi, pur di lavorare e non rimanere a casa a rigirarsi i pollici, accetta un impiego lontano dalle proprie aspettative. La percentuale di non soddisfatti arriva a un giovane su tre al Sud, dove le opportunità sono generalmente più scarse.
Più in particolare, un giovane su due si adegua a un salario sensibilmente più basso rispetto a quello che considera adeguato. Una quota molto alta, pari al 47% si adatta a svolgere un’attività che non è coerente con il suo percorso di studi.

Il problema della bassa stabilità del lavoro riguarda invece un giovane su tre.

Tra i laureati l’incoerenza tra lavoro e percorso formativo scende al 30%. In ogni caso, solo il 33% dei laureati afferma di svolgere un lavoro pienamente coerente con quanto ha studiato.

Anche in questo caso i livelli di insoddisfazione e quindi la necessità di adattamento risultano maggiori nel Meridione.

Se si chiede in generale quanto si è soddisfatti della propria situazione finanziaria, prevalgono i non soddisfatti (55%), valore che rimane elevato anche per i laureati (52%).

Se poi analizziamo, per chi ha almeno una esperienza lavorativa alle spalle, il motivo di perdita del primo lavoro, emerge che la causa, è per quasi la metà dei casi, sta nella scadenza del contratto (46,1%) e comunque meno del 15% ha lasciato perché insoddisfatto del lavoro senza avere altre alternative.

Chi lascia il lavoro, pertanto, lo fa solo se ne ha già trovato uno migliore: infatti tra chi è occupato la percentuale di chi ha lasciato il primo lavoro per uno nuovo sale a oltre il 35%.

Molta concretezza e molta cautela caratterizzano quindi le scelte di offerta dei giovani sul mercato del lavoro.

Altra strategia possibile, oltre all’adattarsi a quanto il mercato offre, spesso molto al di sotto delle aspirazioni individuali dei giovani, è la fuga verso l’estero.

Quasi il 50% dei giovani (48,9%) si dichiara pronto ad andare all’estero per migliorare le proprie opportunità di lavoro. Solo meno del 20% non è disposto a trasferirsi.

I più propensi a muoversi oltre confini sono i giovani del Nord (si sale oltre il 52%) e di sesso maschile (oltre la metà dei maschi contro un terzo delle ragazze).

Inoltre i più disposti a trasferirsi per inseguire migliori opportunità di valorizzazione del proprio capitale umano sono proprio i laureati, a conferma del rischio di “brain drain”, non solo di “brain waste”, che corre il Paese. La percentuale di chi è disposto a trasferirsi all’estero arriva ad oltre la metà tra i maschi.

E chi sta studiando?  Alla domanda posta a chi sta ancora studiando su quale strumento pensa  di utilizzare per accedere al mercato del lavoro una volta concluso il percorso formativo, la risposta più indicata è il classico invio dei CV alle aziende: il 70% risponde di “si” (21% “forse”, 9% “no”). Segue però, con il 53% di “si” l’uso del web (inserimento CV in siti specializzati).

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Per migliorare le possibilità di trovare lavoro, vista la scarsa efficacia dei metodi tradizionali, alto è il ricorso a internet, lo strumento che i giovani meglio conoscono e che offre crescenti opportunità (come la possibilità di postare il proprio video curriculum). Gli studenti alla fine del percorso formativo per trovare lavoro considerano più importante il web rispetto alle Agenzie per il lavoro e rimane rilevante il ricorso alle conoscenze familiari.

 Pensa che farà ricorso alle conoscenze il 40%. Si scende al 36% per l’utilizzo  delle Agenzie per il lavoro  mentre il 30% alle  inserzioni sui giornali. Per i laureati il ricorso ai servizi di placement dell’Università arriva al 50%. Sempre tra i laureati l’Agenzia per il lavoro scende al 28%, alle conoscenze familiari rimane al 40% (non cambia molto per titolo di studio), la risposta a inserzioni sui giornali sale al 43%, ma l’uso del web lievita fino al 79% (superato solo dalle autocandidature verso le aziende: 87%). Insomma, il web è sempre più utilizzato anche come strumento per trovare occasioni di impiego, soprattutto tra i laureati.

Quelli che non studiano e non lavorano (i neet). Chi invece non riesce a mettere in campo strategie di adattamento, anche accettando qualche compromesso al ribasso pur di non rimanere fermo e inoperoso, rischia di scivolare nella problematica categoria dei Neet.
I giovani, che non studiano e non lavorano oltre il 20% degli under 30, risultano essere anche le persone più demotivate e disilluse rispetto al proprio futuro.

Rispetto al resto dei giovani vedono maggiormente il futuro pieno di rischi ed incognite e sono meno in grado di progettare positivamente il proprio futuro.

Questo conferma ancor di più l’importanza di non rassegnarsi, anche in periodo di crisi, ma di continuare a credere nelle proprie capacità, anche adattandosi provvisoriamente a un lavoro che nel presente non offre a pieno le condizioni e le opportunità desiderate.

I Neet sono molto più presenti tra chi ha titolo di studio basso (scuola dell’obbligo): sono il 46% contro meno della metà tra i laureati (21,5%).

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