Italia: ce la meritiamo tutta, la recessione. E il peggio deve ancora arrivare…

L’economia crolla e il deficit esplode: svegliamoci, perché siamo davvero a un passo dal baratro. I dati sulla produzione industriale e degli ordinativi sono terrificanti, le domande per Quota 100 sono alle stelle, i conti dello Stato stanno sballando. All’orizzonte ci sono tasse, tagli e nessuno spazio per fare debito aggiuntivo. Se qualcuno sa come uscirne, avvisi Conte e Tria… Forse non dovrebbe dispiacerci di interrompere le trasmissioni e il dibattito sull’ennesimo corto circuito politico-giudiziario-mediatico tra caso Matteo Salvini- Diciotti e il caso Genitori di Matteo Renzi. Forse è più opportuno occuparsi dello Stato dell’economia di questo Paese. I dati diffusi ieri l’altro da Istat: meno 7,3% nella produzione industriale, meno 5,3% negli ordinativi (a dicembre 2018, nel confronto con dicembre 2017) vanno infatti oltre le più fosche previsioni. Sono contrazioni che non si vedevano dal 2009, anno in cui il Pil italiano era crollato del 4,9%. E confermano, semmai ce ne fosse stato bisogno, che il 2019 sarà un anno terribile (altro che: bellissimo caro Premier Giuseppe Conte), per l’economia italiana. Abbiamo speso tutti i soldi e la credibilità che avevamo per misure inutili. Ci siamo convinti di una crescita che non ci sarebbe stata. E adesso che arriva la gelata, dovremo tagliare la spesa e aumentare le tasse, mentre gli altri Paesi europei faranno il contrario. Peggio di così non si poteva fare. È inutile che fate finta di niente, lo sapevamo benissimo che il governo diceva palle, quando raccontava che il Pil sarebbe cresciuto dell’1,5%, che fosse un denominatore farlocco messo lì solamente a far quadrare i conti di un deficit che si era deciso dovesse essere del 2,4%. Sapevamo benissimo che nella legge di bilancio non c’era nessun magico moltiplicatore in grado di far accelerare l’economia italiana, che Quota 100 non avrebbe prodotto nuova occupazione giovanile e che il reddito di cittadinanza non avrebbe ridato slancio ai consumi italiani, o viceversa. Sapevamo benissimo anche che le questioni dell’economia italiana, dalla produttività stagnante alla sotto-occupazione femminile, dall’opprimente pressione fiscale alla folle burocrazia italiana rimanevano tutte lì, sul tappeto, come se non fossero nemmeno problemi. Ebbene al problema recessione, già grave di suo, se ne sommano quindi altri. Lo ricordiamo ai più distratti: il governo, nel negoziare la sua legge di bilancio con la Commissione Europea, aveva promesso una crescita economica di almeno un punto percentuale. E già così il deficit dello Stato in rapporto al Pil avrebbe sfondato quota 2%, laddove secondo il documento di economia e finanza redatto dal governo uscente, quello guidato da Paolo Gentiloni, avrebbe dovuto scendere fino allo 0,8%.Sapevamo benissimo, pure, che l’economia globale stava rallentando, a causa delle guerre commerciali che facevano perno su dazi americani alle importazioni cinesi che i nostri sovranisti avevano benedetto e invidiato, perché producevano un rallentamento dell’export tedesco che è stato addirittura festeggiato, tanto era la  convinzione che l’export tedesco  fosse la causa dei mali italiani. Inoltre “Quota 100” ci costerà 40 miliardi, da qui al 2026. Dove li troviamo quei soldi? O meglio: ha senso trovarli, mentre ci toccherà aumentare le tasse o tagliare altrove? Sapevamo tutto, e voi al Governo avete continuato a far finta di nulla. A dire che le fosche previsioni sulla crescita dell’economia italiana fossero fasulle, create ad arte per indebolire il governo del cambiamento. A raccontarvi che se le agenzie di rating bocciavano la manovra del popolo era un bene, che non avevano mai capito nulla di economia. Che a tirare le fila dello spread fossero le cancellerie europee, quella tedesca in primis. Che fosse tutto un gigantesco complotto ordito dalle solite élite globali – le stesse che ci mandano i migranti, ovviamente, che appena la nebbia della disinformazione si fosse diradata ci saremmo trovati nel bel mezzo del nuovo boom economico italiano. Pure Paolo Savona l’aveva detto, del resto: altro che uno e mezzo, si può crescere pure del 2% o del 3%. E invece l’1,6% è diventato 1%, e poi 0,6%, stando alle stime di Bankitalia e del Fondo Monetario Internazionale. Stime fin troppo ottimistiche, visto che l’Istat ha certificato un calo del Pil sia nel terzo che nel quarto trimestre dell’anno e che, tecnicamente, siamo già in recessione. Certo, chi più chi meno, le stanno tagliando tutti, le loro aspettative di crescita. Ma gli altri, con ogni probabilità, mitigheranno il crollo con interventi di sostegno agli investimenti e alla domanda interna. Tradotto, promuoveranno investimenti pubblici, abbasseranno le tasse. Noi invece, no. Ed è questo il vero grande problema italiano. Che il peggio deve ancora arrivare. Che abbiamo buttato nel cesso un mare di soldi, tutti i nostri margini di flessibilità e tutta la residua credibilità che avevamo in Europa per provvedimenti che non servono a nulla, forse nemmeno a far crescere i consensi di Lega e Cinque Stelle in vista delle elezioni europee. Che le abbiamo finanziate con clausole di salvaguardia da 25 miliardi e con previsioni clamorosamente errate da obbligarci, forse ancora prima dell’autunno a una brusca correzione di rotta. Peggio non poteva andare, insomma. Anche perché la combinazione tra crisi di fiducia nell’economia italiana e la finestra di Quota 100 ha innescato una corsa al prepensionamento superiore a ogni aspettativa. Al 15 di febbraio, in meno di un mese, le domande sono arrivate a 42mila. A questo ritmo, altro che 500mila prepensionati in tre anni. Il vero risultato? Centinaia di migliaia di contributi in meno e di assegni pensionistici in più, e un costo del provvedimento, inizialmente previsto a 6 miliardi all’anno per il 2019 e a 9 miliardi a regime dal 2020 è destinato a crescere. Aumentando ancora di più le necessità di una correzione dei saldi di bilancio. Che vuol dire tasse e tagli alla spesa nel bel mezzo di una fase recessiva del ciclo economico. Qualche volta  la  storia è buffa: se non vi fossero state le forzature di cui sopra, oggi probabilmente ci troveremmo nella stessa situazione, ma con uno spazio di bilancio per provare a invertire la rotta, con uno shock fiscale o con un rilancio degli investimenti pubblici. Con la manovra del cambiamento, tanto costosa quanto incapace di produrre nuova crescita, ci troviamo invece nella condizione opposta: coi conti pubblici che sballano – le stime più benevole parlato di un deficit che chiuderà al 2,5% – e che probabilmente richiederanno una correzione in senso restrittivo, anche solo per sopravvivere e pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici: ergo, più tasse, o più tagli. O, alternativamente, più debito, più interessi e più spread. Tutto quel che non si doveva fare è stato invece fatto, insomma. E l’hanno fatto solamente per evitare di fare quel che invece avrebbero dovuto fare: tagliare il debito e la spesa corrente, abbassare le tasse, investire nella scuola e nelle infrastrutture. Comunque la “tempesta perfetta” deve ancora arrivare, E arriverà se a questa corsa alla pensione anticipata non seguirà una crescita delle nuove assunzioni, cosa che nel mezzo di una crisi dell’economia, con la produzione industriale e gli ordinativi in calo, non è per nulla scontata, a essere benevoli. Ecco allora che potremmo assistere a un secondo boom, quello delle richieste per il reddito di cittadinanza, e a un ulteriore sforamento dei costi messi a bilancio. A quel punto, la manovra correttiva diventerebbe una necessità inderogabile, forse addirittura prima delle elezioni europee… E non è finita qui: perché non dobbiamo dimenticare che a giugno arriva il nuovo documento di economia e finanza per il 2020, quello che dovrà dirci dove il governo troverà i soldi per disinnescare 25 miliardi di aumento dell’Iva previsti per il prossimo anno. Probabile che Salvini e Di Maio, prudentemente, rinviino la presentazione del documento a settembre, per farci passare delle ferie serene e farci spendere un po’ di soldi a cuor leggero. L’autunno arriverà lo stesso, tuttavia. E a quel punto sì, toccherà fare delle scelte. E saranno scelte dolorose, qualunque sarà la strada che si deciderà di imboccare, da quella del risanamento a colpi di tagli e tasse, al Piano B di Paolo Savona, quello dell’uscita dall’Euro nottetempo. Sarà un anno bellissimo, ha detto Giuseppe Conte. Siamo a un passo dal boom economico, l’aveva anticipato di qualche mese Di Maio. Già. Da qui in poi, tutto quel che verrà, ce lo siamo proprio meritato, e alla fine non sarà colpa di nessuno, se non nostra. Buona recessione, Italia… attenta alla Miseria…

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