
Non colpisce soltanto il ritorno della guerra. Colpisce il fatto che oggi essa sembra più capace della politica di imporre una direzione agli eventi. La guerra decide, detta urgenza, ridisegna le gerarchie, costringe gli Stati e le società a piegarsi alla sua necessità. La politica, invece, arriva dopo. Registra, commenta, rincorre. È sempre più spesso che scambia la reazione per il governo. È questo il paradosso più evidente del nostro tempo: mentre l’ordine internazionale si sfrangia, la guerra resta l’unica forza capace di tracciare una traiettoria. Non perché custodisca una visione, ma perché dispone di una chiarezza feroce. Colpisce, sposta, consuma, obbliga tutti a reagire. La politica, invece, non ha smarrito soltanto la facoltà di scegliere una rotta. Sta perdendo anche la lingua con cui nominare ciò che accade. E quando la politica perde le parole, di solito ha già perso anche il comando. Il punto non è soltanto che i conflitti si moltiplichino, dall’Ucraina al Medio Oriente, sullo sfondo della competizione permanente fra le grandi potenze. Il punto è che la politica, privata di un orizzonte condiviso, non riesce più a trasformare i fatti in strategia, la contingenza in progetto, l’emergenza in forma. Amministra urgenze, insegue l’ultima crisi, oscilla fra il moralismo dell’enunciazione e l’impotenza dell’azione. Così finisce per consegnare alla guerra il monopolio dell’efficacia: un potere senza legittimazione, ma con la forza concreta di cambiare il corso delle cose. È venuto meno, anzitutto, il presupposto di un terreno comune. Washington guarda il mondo attraverso la rivalità con Pechino; Pechino attraverso la necessità di sottrarsi all’accerchiamento; Mosca continua a leggere il presente come una lunga resa dei conti con il passato. L’Europa, nel frattempo, resta sospesa in un’incertezza che è insieme strategica e interiore: non sa ancora se pensarsi come attore o come spettatore. In questo disallineamento generale, la comunità internazionale non discute più a partire dalla stessa realtà. Ognuno riconosce soltanto il frammento che gli conviene, o quello in cui gli riesce ancora di specchiarsi. Per questo la guerra non appare più, semplicemente, come la continuazione della politica con altri mezzi. Assomiglia piuttosto a ciò che resta quando la politica ha consumato i propri strumenti e smarrito la propria ambizione. Non ha più confini netti, né tempi riconoscibili. Scivola dai droni ai sabotaggi, dai cyberattacchi alla disinformazione, dalle infrastrutture ai mercati energetici, insinuandosi nella vita civile e confondendo il fronte con la retrovia. La diplomazia arretra, sostituita da una pressione continua, molecolare, pervasiva. La guerra è ovunque. E quando tutto diventa fronte, la politica non trova più un luogo da cui parlare. Accade così che la guerra contemporanea, pur capace di travolgere tutto, sembri non sapere più quale figura possa assumere la vittoria. Mai aveva avuto a disposizione tanti strumenti e, insieme, così poche certezze. Sorveglia ogni movimento, ogni tratto di territorio, ogni gesto del nemico attraverso satelliti, droni, algoritmi che individuano bersagli in tempo reale. Il campo di battaglia è diventato trasparente; ciò che si è fatto opaco è il significato stesso di ciò che vi accade. Si vede tutto, e quasi non si comprende più nulla. È il trionfo dell’evidenza e il collasso del senso. Il risultato è una guerra sempre più efficiente nel produrre fatti e sempre meno capace di produrre significato. I territori cambiano mano, i missili vengono intercettati, gli arsenali si riempiono, i bilanci militari crescono. E tuttavia la domanda decisiva resta sospesa: verso quale ordine stiamo andando? Se la politica non tornerà a misurarsi con questa domanda, il mondo continuerà a essere governato non da una visione, ma da una sequenza di reazioni. E allora la vera sconfitta non sarà soltanto la perdita della pace. Sarà qualcosa di più radicale: l’abitudine alla guerra, la rinuncia all’ordine, la fine stessa dell’immaginazione politica.
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