Life: 1) Covid-19, la pandemia ha cambiato l’umanità?

In molti stanno studiando (e non solo ora) gli effetti delle epidemie sui popoli. In questi mesi, abbiamo assistito alla comparsa di slogan e frasi fatte più o meno costruite sulla semplificazione: da “andrà tutto bene” a “non sarà come prima”. Queste espressioni possono non soddisfare tutti ma una domanda di fondo la pongono in maniera diretta: la comparsa di un virus modifica l’antropologia di una civiltà? Con tutto quello che un cambiamento può comportare in termini esistenziali, psicologici e geopolitici? Quali sono quindi i principali effetti antropologici della pandemia? Noi senza alcun dubbio, non eravamo abituati ad una chiusura sociale e culturale come quella derivata dal Covid-19. Le ultime chiusure coatte sono state imposte dalla seconda guerra mondiale: con momenti terribili e violentissimi… ma dei quali si vedeva una fine. Poi, dalla fine di quella guerra, non abbiamo più avuto di questi problemi. Questo che abbiamo vissuto in questi mesi e che stiamo ancora vivendo con un esito tutt’altro che certo… è stato e sarà ulteriormente di sicuro un evento culturale e sociale di forte impatto. Le persone rinchiuse in casa hanno smesso di possedere un’esistenza sociale, che era dovuta ad una presenza visibile nelle scuole, negli uffici, nelle strade e ovunque. E quali reazioni abbiamo conseguentemente avuto? Ci siamo affacciati dai nostri balconi e finestre, cantando. Pur essendo limitati, abbiamo occupato l’unico spazio possibile di visibilità esterna. Come a voler dire: “Guardate che siamo vivi!”, “ci siamo!”. In più, ovviamente, i social hanno amplificato questa manifestazione tesa a ribadire che no, non siamo morti. Si è scatenata così una reazione antropologica, che ha preso una piega alla fine niente affatto positiva: siccome la nostra esistenza è stata negata, dato che viviamo dentro casa, allora tutti devono negare la propria esistenza. Così è nata la violenta reazione contro i poveri runner, che non davano fastidio a nessuno. I runner correvano per conto loro, lontano da tutti, facendo peraltro qualcosa di favorevole al loro sistema immunitario. Ma il ‘karma’ dominante è stato: se io sono costretto a negare la mia esistenza nel mondo, allora tutti devono negare la loro. Si, questa è stata la seconda reazione alle misure di contenimento. I livelli raggiunti in alcuni casi sono stati parossistici, cosa normale all’interno di una tragedia, per chi si sente negato perché non fa più parte della società. Poi c’è stato un adattamento, e la realtà si è trasformata del tutto in quella virtuale: la vita si è trasferita sul web. Facebook ed Instagram sono diventati i nuovi canali di vita. Quindi sono aumentati i dibattiti politici tra i cittadini comuni. Si sono acuiti pure i contrasti socio-politici. Questo è avvenuto sui social. Quindi la metterei così: una prima fase che, paradossalmente, è stata contraddistinta da unità ed una seconda più confusionaria, dovuta pure ai differenti pareri dei virologi… Sì, i virologi hanno fatto confusione! Se gli sciamani, quelli cui in passato ci si rivolgeva nel corso delle epidemie per far intervenire le forze soprannaturali contro un male sconosciuto, discordavano, allora la confusione aumentava. I “sacerdoti” contemporanei sono i virologi. Se le loro risposte differiscono, allora la popolazione si destabilizza. Sono nati veri e propri partiti che appoggiavano un virologo o un altro, ma solo per simpatia o appartenenza. C’è sicuramente un disagio profondo relativo a questa mancata capacità del mondo scientifico di dare una risposta, non dico univoca, ma almeno capace di intraprendere un percorso comune. Il Covid-19 ci ha dunque cambiato per sempre? Alcuni lo affermano… Si tratta di un motivo di confronto abbastanza costante nell’ultimo periodo. Affermarlo con certezza adesso è ancora alquanto difficile. “Non sarà più come prima” è una frase che fa effetto ma, a pensarci bene, che significa? Facciamo qualche considerazione. Premesse le pericolosità di questo virus – pericolosità che esistono – vale la pena rimarcare come pandemie peggiori abbiano prodotto delle reazioni positive. Il quadro, al momento attuale, non è per niente chiaro, (io però non sono un catastrofista) e la storia fornisce alcuni dati precisi. Per quanto riguarda quello che accade dopo i periodi di crisi sociale acuta e i dati sono incoraggianti. Infatti, l’umanità ha superato catastrofi ben più gravi del Covid-19: la peste, la spagnola, le due guerre mondiali… Ecco, confermarsi che dopo un periodo di transizione più o meno lungo, il quadro di fondo alla fine tende indubbiamente a migliorare. Le difficoltà creano di sicuro un passaggio di gestione critica della realtà, ma la risposta finale è sempre stata positiva. Non è un caso che lo sviluppo tecnologico abbia spesso attecchito dopo fasi come queste. Sicuramente alcune cose cambieranno, ma è altrettanto vero che alcune cose miglioreranno. Quindi è vero che “andrà tutto bene”? Meglio mantenere un dubbio (personalmente lo mantengo) ed è un dubbio proprio sulla scienza: che dovrà necessariamente aggiustare il tiro. Si è palesata una certa incapacità. Così com’è valso per la politica. Mi spiego. La pandemia poteva essere un banco di prova per l’Europa: dimostrare di non essere solo un’unione economico-finanziaria dopo un percorso ventennale anche nella positività offerta nella scelta di varare il Recovery Fund. Per aiutare i Paesi più colpiti sanitariamente ed economicamente dal virus. Serviva insomma un salto di qualità, con un sentimento di fratellanza vero e d’identità europea. Ecco, qui invece c’è stato un fallimento: non si  creato un’unità culturale e sociale. Ognuno ha continuato ad andare per la sua strada. E tralasciando la questione economica, dal punto di vista antropologico è nato un dubbio definitivo attorno alla bontà della globalizzazione. E alla possibilità di una evoluzione di un’integrazione istituzionale sovranazionale che andasse oltre il puro dato economico… favorendo una integrazione sociale e politica che superi le identità nazionali che spesso sono foriere di insanabili conflitti. Emerge un dato oggettivo: la diffidenza nei confronti della globalizzazione intesa come integrazione di popoli e di un Mondo alla ricerca di una prospettiva economica e sociale comune. Il virus è venuto da molto lontano. Ma la globalizzazione non ha portato solo dei benefici ma anche più di qualche pericolo. L’aspetto del contatto fisico che la globalizzazione consente, con la diminuzione dei tempi dovuta ai viaggi in aereo, impone l’obbligo di considerare questi pericoli, che derivano dalla globalizzazione. Questa poteva portare un effetto positivo che non si è verificato: un esempio è quello dello scambio d’informazioni. Nella società della comunicazione. La globalizzazione ci permetteva di attendere metodologie utili alla lotta al virus importate da altrove. Ma non sono arrivate. Si nota dunque a riguardo un fallimento della globalizzazione sul piano dei governi e delle istituzioni nazionali che ha scosso anche le istituzioni sovranazionali come l’OMS. Però c’è anche un’altra cosa… La facilità di comunicazione ha messo in rilievo come, al livello di rapporti umani invece, la globalizzazione abbia consentito prossimità umana con grande facilità. Io ho contatti e amici nel mondo: dal Sud America agli Stati Uniti e anche in Africa, nonché in più di un Paese in Europa. Tutte queste persone mi hanno manifestato vicinanza non appena ci si è accorti che l’Italia era stata colpita. E l’Italia è stata colpita per prima. C’era preoccupazione. I mezzi forniti dalla globalizzazione hanno dato modo di fare un gesto nei confronti della nostra sofferenza. Le istituzioni, insomma, hanno mostrato la debolezza della globalizzazione, con la mancanza di strategie comuni, mentre a livello umano è vero il contrario, con una risposta di partecipazione positiva. Dal punto di vista antropologico, come può essere circoscritta ora come ora la parabola della Cina? Sembrano esserne usciti per primi… La crisi negli Stati Uniti, per dirne una, sembra meno gestita. Premetto: non entro nei dettagli delle informazioni fornite o non fornite dalla Cina. Una lettura antropologico-culturale può essere fatta: la Cina, con buone probabilità, forse non ha fatto circolare alcune notizie ma, allo stesso tempo, vale la pena evidenziare come, da un punto di vista visivo, quello che stava accadendo in Cina si fosse palesato a noi in maniera molto chiara. Non possiamo fare come con la peste del Medioevo. Quella per cui veniva individuato un untore che aveva fatto circolare il morbo in maniera più o meno consapevole. No, cerchiamo di fare i conti con la realtà: noi non abbiamo saputo cogliere alcune cose evidenti che provenivano dalla Cina, mentre il “dragone” decideva di sigillare un’intera area, con delle immagini che noi vedevamo, perché le vedevamo. Noi occidentali non siamo stati in grado di cogliere questa difficoltà. Come spiegarlo? Una reazione umana. Tendiamo tutti alla sottovalutazione del pericolo finché il pericolo non entra in contatto con noi. Sottovalutare il pericolo significa esorcizzarlo, ossia tenerlo lontano dalla nostra realtà. Un pericolo fatto subito nostro acquisisce un peso simbolico-psicologico. Lo scherno, la battuta ed il tenere lontano questo pericolo rappresentano modi per esorcizzare il pericolo. Però poi questo pericolo entra dentro casa, e diviene una realtà con cui è necessario confrontarsi. Ma i popoli hanno reagito attraverso modi diversi alla pandemia da Covid-19? In Occidente abbiamo un concetto di malattia che è diverso da quelli di altre realtà. Anche se ora ci si uniforma alla medicina di stampo occidentale un po’ ovunque. Da noi spesso si è riflettuto sul concetto stesso di malattia, che non è solo biologico-fisica ma anche culturale. L’effetto del virus è stato molto più potente dal punto di vista culturale ed esistenziale che dal punto di vista biologico. Creare un disagio, cioè creare uno stato emotivo negativo, è un effetto del virus. Qualcuno è stato colpito dal punto di vista biologico. La massa però è stata colpita dal punto di vista emotivo. In antropologia si fa riferimento a più corpi: non esiste soltanto quello naturale che è soggetto alla malattia. C’è anche il corpo sociale, che reagisce culturalmente o socialmente agli effetti della malattia. Le risposte sono state diverse anche nella cultura occidentale. L’esempio svedese, l’esempio russo, l’esempio americano, l’esempio tedesco, l’esempio italiano: hanno differito. Viene messo in crisi così un disegno ideologico-scientifico. Non c’è stata, da parte dell’Occidente, una risposta univoca. Siamo dinanzi a un ripensamento della nostra visione: quella occidentale. Non è possibile che, condividendo tutta una serie di percorsi, le risposte siano così differenti. Ci vorrà del tempo, inoltre, per comprendere chi si è comportato meglio. Immaginando dei blocchi di partenza, chi uscirà fuori in vantaggio dalla pandemia? Lo vedremo dopo. Chi sarà quello che si sarà comportato meglio? Quello che avrà subito meno danni. Danni umani e danni economici, che devono però tenere in considerazione anche le proporzioni rispetto alla cittadinanza residente. Alcuni parametri. Sembra un po’ come in Formula Uno: bisogna vedere chi arriva per primo, non chi parte per primo. Noi occidentali avevamo avuto il vantaggio di studiare il virus persino mediante la televisione, mentre la pandemia attecchiva in Cina e ci veniva mostrato, ma non siamo stati capaci di sfruttare questo fattore… E’ possibile che i popoli alimentino situazioni di conflitto?

(segue)

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