Life: In Italia abbiamo stipendi da fame. E che nessuno si ponga il problema è una vergogna ancora peggiore…

“stipendi: siamo dietro anche alla Spagna”

Dice  l’ultimo rapporto Censis che tra il 2000 e il 2017 i salari in Italia sono aumentati dieci volte meno che in Francia e Germania. Un dato che dovrebbe farci saltare sulla sedia e di cui si dovrebbe parlare sempre, in ogni dibattito. Non farlo è lo sport nazionale della politica, invece. Anzi si continua a sostenere contro ogni reale dato, che il nostro costo del lavoro è altissimo, probabilmente è vero per quanto riguarda la parte dei contributi, che il netto in busta paga, è tutt’altra cosa. C’è un dato, nel rapporto sulla situazione del Paese appena pubblicato dal Censis, quello che parla di sovranismo psichico e di Italia incattivita e impoverita che dovrebbe farci saltare sulla sedia più di qualunque altra definizione: dal 2000 al 2017 i salari italiani sono aumentati di soli 400 euro al mese, contro i 5000 euro di aumento medio della Germania e i 6000 euro circa di aumento medio della Francia. Dieci e più volte meno. Nell’incattivimento della nostra società ciò è sicuramente uno dei detonatori del gran rancore che sta facendo esplodere la ribellione sociale anti-sistema.   Non è tanto il dato sui salari da fame, che dovrebbe farci saltare sulla sedia, in realtà. È chiederci il perché di tutto questo, tanto per cominciare. Perché la terza economia del Continente, a un certo punto della Storia, seguendo le medesime politiche delle altre grandi economie europee, ha seguito una traiettoria così anomala? Perché altrove c’è stato effettivamente uno scambio tra tutele e denaro, dentro un mercato del lavoro più flessibile, mentre noi abbiamo perso sia diritti che denaro? Chiederselo non è scontato e rappresenta una delle chiavi di lettura, forse la più sottovalutata, per capire lo stallo italiano. Ad esempio, siamo uno dei pochi Paesi europei, 6 su 28, a non avere un salario minimo legale. Cosa che poteva avere un senso quando la stragrande maggioranza dei lavori era legata a contratti collettivi nazionali e il sindacato, il salario, lo negoziava per (quasi) tutti. Oggi, di fronte a diciassette anni di questo tipo, forse qualche domanda bisognerebbe farsela. E magari porre rimedio quanto prima a questa evidente anomalia. Ma proviamo a darci anche una risposta. In Italia l’imprenditoria è ancora padrona… nel senso ideologico del termine, disentermediati i poteri contrattuali del sindacato… la lotta di classe l’hanno continuata i “padroni”, attraverso il ricatto occupazionale: “vuoi lavorare, niente diritti e basso salario!” Un’altra domanda che dovremmo porci, di fronte a queste cifre, è relativa a chi ha pagato la curva piatta dei salari. La risposta è piuttosto semplice: gli ultimi a essere entrati nel mercato del lavoro, i giovani. Allo stesso modo, bisognerebbe chiedersi come mai siamo l’unica grande economia in cui la produttività del lavoro è rimasta al palo quanto se non più dei salari. Ha calcolato l’Ocse che tra il 2010 e il 2016 il Pil per ora lavorata è aumentato solo dello 0,14% medio annuo, ancora una volta dieci volte meno di Francia e Germania. Peggio ha fatto solo la Grecia. E forse qualche ragione ce l’aveva, Sergio Marchionne (francamente direi l’unica e anche molto ovvia), nel dire che la grande sfida italiana avrebbe dovuto essere quella di portare la competitività e produttività italiana al pari di quella di Francia e Germania, con l’impegno ad elevare i salari ai livelli di quei Paesi. Parole lontanissime ma soprattutto disapplicate per primo dallo stesso Marchionne nelle fabbriche sotto il suo “comando”, oggi, in epoca di decreti dignità, redditi di cittadinanza e ritorni alla Lira. Il rapporto “+ Salari – Disuguaglianze”, recentemente presentato alla Camera del lavoro di Milano e realizzato da Fisac Cgil e Isrf Lab calcola che nel periodo di crisi un giovane under 35 ha guadagnato oltre 4mila euro in meno all’anno, rispetto al salario medio. Peggio ancora se donna, peggio ancora se meridionale. Che conseguenze tutto questo abbia sul futuro del Paese lo lasciamo ai nostri nuovi governanti. Basta osservare che se il potere d’acquisto è basso, i consumi al palo, se i giovani non escono più di casa e non fanno figli, se i conti della previdenza sociale sono insostenibili, se è così scarso il ricorso alla previdenza integrativa un motivo ci sarà e forse ce l’abbiamo sotto il naso da talmente tanto tempo che nemmeno ci facciamo più caso. Da domani, tuttavia, confidiamo che il governo del cambiamento, le alternative agli sfascisti, il partito del Pil e le rappresentanze in cerca di autore rimettano al centro del dibattito la questione salariale e non facciano passare in cavalleria questi dati. O che almeno la smettano di lamentarsi, se continuano a ignorare il problema…

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