Life: prendere coscienza (conoscenza) significa provare dolore e svegliarsi…

Ci siamo interrogati  (in un post di qualche giorno indietro) sulla complessità e sul fatto di esser pronti a gestirla… in sostanza se avevamo coscienza (conoscenza) della complessità del vivere d’oggi… ovvero della complessità del nostro presente? Ma cos’è la coscienza? Potremmo descrivere la coscienza come il movimento dei pensieri in cui si genera la volontà, il desiderio, le emozioni e i sentimenti. Essere coscienti ci fa sicuramente soffrire, per questo cerchiamo sempre di evitarlo, perché significa guardare in faccia noi stessi. Vedere quello che non vogliamo vedere, che rifiutiamo e che ci infastidisce degli altri. I problemi che sperimentiamo non sono separati da noi, perché noi siamo il problema in sé. I problemi esistono quando ci si conosce. Sorgono a causa della mancanza di comprensione nei confronti della nostra coscienza e incoscienza. “L’auto-conoscenza non si basa su una formula: una persona può recarsi da uno psicologo o da uno psicanalista per conoscersi, ma quella non è auto-conoscenza; questa infatti sorge quando ci rendiamo conto di noi stessi nella relazione, la quale ci mostra chi siamo in ogni momento.” (Krishnamurti). Svegliare la nostra coscienza consiste nel dare inizio ad un processo nel quale non ci sentiremo a nostro agio; questo perché dovremo allontanarci da tutte le nostre idee e i nostri preconcetti, re-imparando per ampliare la nostra mentalità, le nostre prospettive e le nostre credenze. Il nostro ego, formato dall’orgoglio e da tutte le nostre condotte infantili nell’età adulta, rappresenta la prigione dalla quale ci risulta difficile fuggire. Crediamo di essere liberi e crediamo di decidere in ogni momento quello che vogliamo fare, ma siamo schiavi della nostra mancanza di coscienza e chiarezza per conoscere noi stessi. La coscienza e la chiarezza, inizialmente, provocano dolore, poiché ci fanno vedere tutto quello che per molto tempo abbiamo preferito non vedere. Vediamo il dolore che abbiamo fatto a noi stessi e agli altri, e la nostra mancanza di responsabilità per affrontare tutte le conseguenze dei nostri comportamenti e dei nostri pensieri. “Non è possibile risvegliare la coscienza senza star male. Le persone sono capaci di fare qualsiasi cosa, per assurda che sia, per evitare di affrontare la propria anima. Nessuno si illumina immaginando figure nella luce, ma prendendo coscienza dell’oscurità.” (Carl Gustav Jung). È molto più semplice, senza dubbi, continuare a non sapere chi siamo. Siamo abituati così, e in questo modo agiamo, incolpando gli altri e le circostanze di tutto quello che accade nelle nostre vite. Senza mettere mai in discussione i nostri atteggiamenti o i nostri pensieri rispetto a ciò che viviamo. Quando siamo disposti davvero a responsabilizzarci delle nostre vite, è proprio in quel momento che inizia il processo di presa di coscienza. Affrontando il fatto di riconoscere le nostre paure, difficoltà, emozioni, i nostri limiti, il nostro modo di relazionarci, i pregiudizi, le credenze e i modelli di condotta. Tutto il repertorio del quale formiamo parte, di come ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri; identificandoci così con tutto quello che facciamo, come qualcosa di nostro, specialmente con ciò che ci riguarda e che ci risulta doloroso. Questo processo non è teorico, ma empirico, e ci adattiamo ad esso nel nostro presente, accettando e integrando il nostro repertorio di condotta attuale. Abbandonando in questo modo la nostra zona di comfort e l’atteggiamento infantile che ci rende incoerenti ed irresponsabili di fronte alle circostanze che ci si presentano. Essere responsabili comporta essere presenti, stare qui. Ed essere davvero presenti, significa essere coscienti. A sua volta, essere coscienti è una condizione incompatibile con l’illusione dell’irresponsabilità per mezzo della quale evitiamo di vivere le nostre vite…

E’ sempre tempo di Coaching!

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