L’Italia che arriva sempre tardi…

Partiti senza visione, coalizioni tenute insieme dalla paura e un’economia esposta agli urti del mondo: così la politica italiana rischia di arrivare in ritardo agli appuntamenti decisivi.

C’è qualcosa di più serio del solito teatro delle alleanze. Le liti tra partner, le incompatibilità rinviate alla vigilia del voto, il calcolo permanente dei due poli non raccontano solo una fase confusa della politica italiana: raccontano una resa. Destra e sinistra sembrano avere rinunciato a comporre l’inconciliabile, a sciogliere i nodi, a chiedere agli elettori di riconoscersi in un progetto. Puntano sulla tattica dell’ultimo miglio: arrivare alle urne, invocare lo stato di necessità, fare cartello nel nome del “se no vincono gli altri”, domandare ancora una volta un voto difensivo, impaurito, senza entusiasmo. A sinistra, il rinvio del confronto sull’alleanza segnala una divaricazione che nessuno vuole nominare fino in fondo. Ucraina, difesa europea, Safe, missioni all’estero: su ogni dossier il campo progressista resta sospeso tra atlantismo, europeismo intermittente, pacifismo identitario e ambiguità mai davvero archiviate. Pd e Movimento 5 Stelle prendono tempo per timore dei rispettivi elettorati, ma soprattutto perché anche qui l’ultimo miglio appare la via più comoda: trascinare il dissenso fino al voto e poi siglare un accordo qualunque nel nome dell’emergenza democratica. A destra non va meglio. Si rinvia su legge elettorale, intercettazioni, norme antimafia, spese militari, Safe, Europa, rapporti con l’area più radicale. Il rinvio tiene insieme ciò che una decisione dividerebbe. Anche l’enigma di una possibile apertura a Roberto Vannacci rientra in questa logica: in teoria esclusa, in pratica mai davvero disinnescata, perché sui suoi temi forti — filo-putinismo, ostilità all’Europa, remigrazione, nazionalismo plebeo — la destra preferisce l’imbarazzo al conflitto. All’ultimo miglio ogni compromesso può essere presentato come necessità. Il punto non è solo tattico. È la crisi dei partiti come luoghi di selezione, mediazione e responsabilità. La lunga stabilità del governo Meloni avrebbe potuto aprire una ristrutturazione dell’offerta politica; non è accaduto. I progressisti non hanno costruito un racconto comune di governo, i conservatori non hanno aggiornato lo schema berlusconiano dentro un nuovo equilibrio europeo e nazionale. I partiti inseguono umori, segmenti di consenso, appartenenze provvisorie; le coalizioni amministrano paure reciproche più che identità politiche. Torna qui la lezione di Antonio Gramsci: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere». La politica italiana sembra ferma in questo intervallo, incapace di archiviare le rendite del passato e di generare un ordine diverso. Da qui discende anche il loro ruolo nella lunga crisi economica italiana. I partiti non sono stati solo vittime della stagnazione, della globalizzazione o dei vincoli europei: ne sono stati interpreti deboli. I numeri più recenti confermano la fragilità: secondo l’Istat, dopo il +0,7% del 2024, il Pil italiano allo 0,5% nel 2025 e previsto, ma già ridimensionato +0,8% nel 2026; la crescita resta sostenuta soprattutto dalla domanda interna, mentre la domanda estera netta fornisce un contributo negativo. Gli investimenti accelerano, anche grazie al completamento del PNRR, ma il quadro resta quello di un’economia che procede sotto l’1% annuo. I partiti hanno preferito protezioni settoriali, bonus temporanei, rendite di posizione e promesse fiscali ai nodi strutturali: produttività bassa, imprese troppo piccole, ritardo tecnologico, pubblica amministrazione fragile, scuola e formazione insufficienti. Dove la politica non decide, l’economia ristagna. Il vuoto diventa ancora più pericoloso quando si guarda al mondo. L’Italia non può permettersi ambiguità strategiche: guerra in Ucraina, riarmo europeo, rapporto con gli Stati Uniti, competizione con la Cina, Mediterraneo, migrazioni, energia, tecnologia, filiere produttive. Non sono capitoli di politica estera da affidare ai comunicati diplomatici. Sono il terreno su cui si decide se il paese resterà agganciato ai processi di crescita o continuerà a subire decisioni prese altrove. Una coalizione che non sa dire dove collocare l’Italia nel mondo non sa nemmeno quale economia vuole costruire in patria. L’impatto economico è immediato. Un paese manifatturiero, esportatore, povero di materie prime e dipendente dall’energia importata vive ogni scossa internazionale come una pressione interna: bollette, margini delle imprese, prezzi, salari reali, competitività. Le tensioni geopolitiche entrano nei bilanci aziendali e nella capacità delle famiglie di risparmiare. Mar Rosso, sanzioni alla Russia, rapporti con la Cina, protezionismo americano e fragilità delle filiere mostrano quanto l’Italia sia esposta a decisioni che non controlla pienamente. La collocazione internazionale non è retorica: è una condizione materiale dello sviluppo. Le catene globali del valore sono decisive perché l’Italia non compete più solo vendendo prodotti finiti, ma partecipando a processi distribuiti tra più paesi: componenti, macchinari, design, logistica, servizi, brevetti. Molto Made in Italy vive dentro queste reti. È una forza quando apre mercati, tecnologie e domanda estera; diventa fragilità quando le imprese restano nelle fasi a minor valore aggiunto, subiscono i prezzi dei committenti e investono poco in ricerca, marchi, digitalizzazione e capitale umano. In quel caso la globalizzazione produce dipendenza: salari bassi, margini compressi, territori più deboli e maggiore esposizione agli shock. La partita decisiva è la distribuzione del valore. Chi controlla marchi, brevetti, piattaforme e accesso ai consumatori trattiene i profitti maggiori; chi svolge lavorazioni intermedie resta sotto pressione. Molte imprese italiane vivono questa ambivalenza: qualità e flessibilità da una parte, margini stretti dall’altra. Se non salgono verso progettazione, innovazione e mercato finale, difendono i margini comprimendo i costi. E il costo più comprimibile diventa il lavoro: salari fermi, contratti poveri, precarietà, minore formazione. Anche qui i dati aiutano a misurare la profondità del problema: l’occupazione cresce più del Pil, ma questo significa che una parte dell’aumento del lavoro si accompagna a produttività debole; l’Istat prevedeva un tasso di disoccupazione intorno al 6,2% nel 2025 e al 6,1% nel 2026, mentre le retribuzioni reali restano ancora lontane dal recupero pieno della perdita accumulata con l’inflazione. Così salari bassi indeboliscono la domanda, margini ridotti frenano gli investimenti, scarsa produttività giustifica nuovi sacrifici salariali. Da qui la difficoltà di tenere insieme politica estera, politica industriale e giustizia sociale. Se l’Europa investe in difesa comune, transizione verde, semiconduttori, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, l’Italia deve scegliere se partecipare da protagonista o negoziare soltanto eccezioni e compensazioni. Restare nelle nuove catene tecnologiche significa attrarre investimenti, qualificare il lavoro, rafforzare ricerca e università; restarne ai margini significa subfornitura povera, salari bassi e dipendenza da capitali esterni. Senza strategia, le questioni internazionali ampliano le diseguaglianze: proteggono chi ha capitale e competenze, scaricano costi e incertezza sui più fragili. È qui che l’ultimo miglio diventa una diagnosi nazionale. Un paese segnato da crescita debole, mobilità sociale bloccata, lavoro impoverito, fratture territoriali e diseguaglianze crescenti non può essere governato da coalizioni difensive, nate per impedire la vittoria dell’avversario più che per indicare una direzione. Servono partiti capaci di scegliere priorità e assumersi il costo delle scelte: produttività, scuola, ricerca, sanità, demografia, salari, Mezzogiorno, casa, energia, industria. Ma serve anche un cambiamento di postura: il coraggio di dire che non tutto può essere rinviato, nascosto dietro l’emergenza o scaricato sulle generazioni future. L’Italia deve smettere di chiedere alla politica soltanto protezione dal peggio e ricominciare a pretendere una direzione. Deve chiedere ai partiti non solo di vincere, ma di preparare il paese al mondo che viene. Vale il monito attribuito a John Fitzgerald Kennedy: «Il cambiamento è la legge della vita. E coloro che guardano solo al passato o al presente sono certi di perdere il futuro». Altrimenti la democrazia dell’ultimo miglio diventerà il nostro destino: arrivare sempre tardi, con parole troppo piccole, davanti a problemi troppo grandi…

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