
La crisi migratoria è diventata il terreno privilegiato della propaganda. Ma il vero pericolo per l’Italia non è l’invasione evocata ogni giorno: è un Paese che si svuota, invecchia e confonde la paura con il patriottismo.
In Italia il dibattito pubblico riesce ancora a evitare le questioni decisive. Quando le affronta, le riduce a slogan, paure e tifoserie. La politica non cerca soluzioni: costruisce nemici. E ogni emergenza diventa merce elettorale. Antonio Gramsci lo aveva scritto per un tempo come questo: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. L’Italia è dentro quell’interregno: il vecchio non tiene più, il nuovo non nasce e la paura riempie il vuoto.
Ceuta è una vicenda complessa: riguarda i rapporti tra Spagna e Marocco, la pressione migratoria, le frontiere esterne dell’Unione europea e l’uso politico dei confini. Nel dibattito italiano, però, questa complessità è stata rapidamente ridotta a uno schema elementare: arrivi, allarme, richiesta di chiusura.
La reazione del governo italiano ha seguito una logica politica precisa. Giorgia Meloni ha presentato Ceuta come un allarme nazionale e ha evocato Schengen con la Spagna come se da quelle spiagge potesse partire una minaccia diretta per l’Italia. Ma Ceuta e Melilla sono frontiere esterne dell’area Schengen, con un regime speciale e controlli in uscita verso la penisola iberica. Il punto, dunque, non era soltanto gestire un rischio concreto: era costruire una cornice politica, con l’Italia assediata, l’Europa inefficace e la destra nel ruolo di argine.
Nel frattempo, i cosiddetti invasori restano in larghissima parte in Africa: una minoranza a Ceuta, la maggioranza respinta o rimpatriata in Marocco. Le vittime restano ai margini, come costo inevitabile della frontiera. I volti non li guardiamo più, i morti in mare faticano a fare scandalo. È questo il primo fallimento: è crollata la capacità di riconoscere l’umano quando si presenta senza documenti, senza voce, senza potere.
La vicenda è stata raccontata come il preludio di un’invasione. Se non ci chiudiamo, si dice, saremo travolti. È una rappresentazione semplificata, ma politicamente efficace: spaventa, mobilita e soprattutto sposta l’attenzione dal nodo reale. I valori euro-cattolici vengono così usati come marchio identitario più che come responsabilità morale. Il cristianesimo diventa confine simbolico, la patria un dispositivo di chiusura, la politica una gestione quotidiana della paura.
Il punto è proprio questo: la cronaca di frontiera diventa decisiva non per ciò che dice solo sui migranti, ma per ciò che rivela sull’Italia. Il Paese discute l’immigrazione come se fosse soltanto un problema di ordine pubblico, mentre dovrebbe leggerla anche alla luce della propria crisi demografica.
Per questo bisogna rimettere i piedi per terra. La questione migratoria non è una superstizione collettiva, ma una necessità politica da governare. Gli italiani sono circa 58,9 milioni e diminuiscono da oltre un decennio. Secondo Eurostat, a fine secolo potrebbero scendere a 44,7 milioni; senza migrazioni, a 26,8 milioni. Sono numeri che cambiano il quadro del dibattito: l’Italia non è minacciata solo da ciò che entra, ma soprattutto da ciò che viene meno — nascite, lavoro, energia sociale, ricambio generazionale, fiducia nel futuro.
In un Paese serio questi numeri aprirebbero i telegiornali. In Italia, invece, si preferisce parlare di invasione mentre il Paese si restringe, invecchia, perde lavoro e svuota intere province. Il vero patriottismo non è chiudere ogni porta mentre la casa resta senza ossigeno. È chiedersi come farla vivere: con regole, diritti, doveri, integrazione, cittadinanza, lavoro. Il resto è propaganda di corto respiro.
Qui si vede il limite politico e morale della classe dirigente. Il ragionamento non detto è sempre lo stesso: sappiamo che cosa bisognerebbe fare, ma farlo costa consenso. Così la destra capitalizza la paura, mentre la sinistra spesso la denuncia senza riuscire a costruire una riforma credibile. La Bossi-Fini resta lì, come un rottame legislativo, mentre il mondo cambia e l’Italia finge di non vedere. Servirebbero ingressi regolari, quote realistiche, lavoro, formazione, controlli seri, integrazione esigente. Servirebbe politica. Invece prevale la gestione elettorale dell’angoscia.
Possibile che un Paese consapevole di sé basi ancora la sua politica migratoria sulla Bossi-Fini del 2002, in un mondo che da allora è cambiato radicalmente? L’Italia ha bisogno di chiudere le porte o di aprirle in modo civile e regolato? La domanda non riguarda soltanto la sicurezza, che certo esiste e va garantita. Riguarda la sopravvivenza collettiva. Non c’è Italia senza italiani: nati qui o diventati tali attraverso lavoro, lingua, scuola, doveri condivisi, appartenenza costruita.
Il punto, però, non è soltanto la maggioranza, pura imprenditrice dell’insicurezza permanente. Il punto è la pubblica opinione che accetta di vivere dentro questo schema. Cos’è successo perché i risentimenti abbiano soppiantato i sentimenti? Perché la coscienza pubblica si è indurita fino a considerare normale ciò che un tempo avrebbe interrogato la nostra idea di civiltà?
Le dimensioni della crisi chiederebbero un’autorità europea: governo comune delle frontiere esterne, corridoi legali, rimpatri possibili, asilo, lavoro, integrazione. La migrazione dovrebbe dimostrare che sicurezza e principi non sono nemici, ma condizioni reciproche di una democrazia che non vuole suicidarsi né tradirsi.
Il governo italiano ha scelto la scorciatoia più redditizia: prendersela con la Spagna, agitare Schengen, ripetere che l’unica soluzione è chiudere. È comodo, costa poco, rende molto. Perché se la crisi diventasse davvero europea, se si parlasse seriamente di frontiere, lavoro, asilo, rimpatri, corridoi legali e integrazione, la destra perderebbe il suo strumento politico più efficace: la paura. E senza paura dovrebbe governare davvero, misurandosi con i fatti.
L’accumulo delle crisi ha spossessato il cittadino della sua veste pubblica. Lo ha lasciato solo davanti a una democrazia che non rassicura e non tutela abbastanza. In questa solitudine la libertà si svaluta: pronta a essere ceduta in cambio di sicurezza nel mercato quotidiano della paura. Hannah Arendt ammoniva: “il suddito ideale del potere totalitario non è il fanatico convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso, non esiste più”. È il punto in cui la propaganda smette di persuadere e comincia a sostituire la realtà.
Su questo ripiegamento pesa anche la scomparsa delle grandi culture politiche. Dopo la caduta del Muro non sono tramontate soltanto le ideologie; si sono indebolite le tradizioni che davano forma a un’idea di Paese. Senza quelle culture, gli interessi restano separati e la paura diventa il linguaggio comune.
Nel vuoto si è insediata la paura, con egoismi, gelosie, competizioni, esclusioni. Il sentire comune è stato deviato verso la privatizzazione dei diritti, l’esclusiva del welfare, la gelosia del benessere: una società chiusa in sé stessa proprio mentre avrebbe bisogno di aprirsi al futuro.
Cristianesimo e socialismo, pur diversissimi, avevano costruito una cultura italiana della solidarietà. Il primo parlava di fraternità, misericordia e dignità personale; il secondo trasformava quei valori in diritti, welfare ed emancipazione. Il loro indebolimento ha lasciato scoperto un limite morale essenziale: non tutto ciò che conviene è giusto, non tutto ciò che spaventa autorizza l’esclusione.
Così salta il limite morale della democrazia. Si va oltre la pietà, oltre la responsabilità, oltre perfino la realtà dei numeri. Ma il punto è questo: dov’è finita la coscienza del Paese? Non basta indignarsi a comando, né recitare l’umanitarismo senza saper governare. Bisogna dire una cosa semplice: l’Italia ha bisogno di sicurezza e ingressi regolari, confini governati e integrazione, Europa e demografia, legalità e umanità. Ha bisogno di smettere di chiamare strategia la propaganda, patriottismo la paura e prudenza l’inerzia.
Ceuta, allora, non è soltanto una frontiera. È uno specchio duro: mostra un’Europa che fatica a diventare potere politico e un’Italia che grida all’assedio perché non vuole guardare il proprio declino. Un Paese che invecchia, si svuota e si chiude non si salva facendo più rumore. Si salva spezzando il ricatto della paura e tornando alla realtà. L’appello politico deve essere netto: basta con chi governa spaventando, basta con chi trasforma ogni crisi in un comizio, basta con chi usa i migranti come bersaglio per nascondere un Paese che perde figli, lavoro e futuro. Servono ingressi regolari, integrazione esigente, cittadinanza fondata su lingua, scuola e lavoro, sicurezza senza ferocia, solidarietà senza prediche, demografia come emergenza di governo. Sandro Pertini ricordava: “la libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile”. Una sicurezza senza giustizia è solo paura organizzata; una patria senza futuro è nostalgia armata. La battaglia culturale deve diventare scelta politica. O si sta con la propaganda della fortezza rancorosa, sterile e impaurita, o con la ricostruzione democratica di una comunità capace di futuro. Il resto non è prudenza: è complicità con il declino…
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