L’ITALIA FRA CRISI ECONOMICA E SOCIALE: come la situazione economica e politica incide sulla società e sulla gente…

Un paese demoralizzato, senza più una linea certa da seguire e sfiduciato nei confronti della politica e delle leggi, che, anche se è riuscito a resistere alla crisi meglio di altre nazioni europee, arranca più degli altri sulla strada della ripresa. Il quadro che ne deriva è quello di una società appiattita e fragile non solo a causa della crisi economica, ma soprattutto a causa di un atteggiamento indifferente, cinico, imprigionato da influenze mediatiche e condannato a vivere passivamente il presente senza speranza di miglioramento. In poche parole una società di avviliti, che non hanno la forza, né la capacità di reagire positivamente agli eventi avversi. Nessun ideale, né spirito nazionalistico, annullati dalla verticalizzazione e personalizzazione del potere e dal decisionismo di chi governa. Il tutto condito da un’alta soggettività dove però vige la confusione e la mancanza di valori, che in alcuni casi provoca episodi di violenza familiare come il femminicidio o il bullismo gratuito, delitti comuni compiuti per noia e la tendenza a comportamenti goliardici di bassa lega nella ricerca di supplire al vuoto interiore. Come riscatto immediato si inserisce il consumismo che spinge all’acquisto di oggetti inutili e, nei più giovani, la ricerca di sfide demenziali e spesso persino mortali. Un esempio è la moda del lancio dai balconi.  Un cocktail che di certo non giova all’urgenza di rilanciare lo sviluppo nazionale, che invece richiederebbe intraprendenza e desiderio di riuscita, due qualità che al momento vengono narcotizzate dal soddisfacimento di bisogni inutili o marginali. Tali atteggiamenti sono così deleteri che come scrive il Censis arriva persino alla conclusione che: “anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alla sfide che dovremo affrontare”. Il perché di tutto ciò è l’inconcludenza del modo di affrontare i problemi nazionali, inconcludenza che per altro parte proprio dalla classe politica. Temi come la scuola, l’occupazione, le infrastrutture, la legalità e il Mezzogiorno rimangono solo enunciati o seriali, soprattutto in mancanza di una guida istituzionale che invogli più al fare, piuttosto che al lamentarsi o peggio ancora alla rassegnazione. “Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto – si legge nel rapporto – visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla “nirvanizzazione” degli interessi e dei conflitti”. L’esagerazione dell’offerta unita al soddisfacimento dei desideri storici che rappresentavano il benessere, quali la casa di proprietà e le vacanze, sembrano che abbiano annichilito la volontà, ed in un momento di crisi, ciò potrebbe portare ad un “suicidio sociale”. Eppure di ragioni per rimboccarsi le maniche ve ne sarebbero tantissime, primo fra tutte l’esigenza di una ripresa economica appesantita da anni da uno schiacciante debito pubblico e dall’aumento dell’evasione fiscale. Mentre gli altri paesi stanno affrontando la crisi con l’incentivazione del lavoro, in Italia sta accadendo esattamente l’opposto. La patria dell’occupazione autonoma, delle piccole imprese e delle partite Iva, vede ridursi di diversi punti percentuale il numero degli imprenditori e degli artigiani che, sommato al numero delle numerose migliaia di disoccupati e cassaintegrati, costituisce un segnale di serio affaticamento del mondo del lavoro. Stentano a riprendersi anche i comparti imprenditoriali più tradizionali del made in Italy che hanno trainato l’esportazione per decenni scivolando verso una despecializzazione produttiva. E altri paesi fanno shopping di aziende italiane. Non solo la quota complessiva dell’export si è contratta, anche se il mercato dell’abbigliamento, dei macchinari industriali e dei prodotti alimentari ancora tiene, ma peggiorano i settori a maggiore tasso di specializzazione che da sempre hanno caratterizzato l’Italia come le calzature, la gioielleria, i mobili, gli elettrodomestici e i materiali da costruzione. Tuttavia le aziende che hanno resistito, hanno intrecciato delle reti virtuose, sfruttando ogni possibile vantaggio offerto dalle piattaforme produttive. Le zavorre della sottofatturazione, dell’evasione fiscale, la cui incidenza sul valore complessivo del sommerso raggiunge ormai il 62,8%, e del lavoro irregolare non migliorano di certo il quadro. Ma a differenza degli anni passati, comunque, sempre di più sono gli italiani che individuano in questi due cancri i mali principali del sistema pubblico nazionale, peccato però che ancora sono in molti quelli che per qualche sconto in più, rinunciano facilmente sia a fattura che a scontrino. Disoccupazione giovanile e difficoltà delle famiglie. La rassegnazione ai mali della nazione come stato di fatto si risente maggiormente fra le generazioni più giovani, fra i quali il fenomeno della disoccupazione sta mietendo sempre più vittime. Mentre gli occupati fra i 15 e i 34 anni sono di nuovo in calo, aumenta la sfiducia nella possibilità di trovare lavoro con la conseguenza che vi sono circa 2 milioni di giovani che non studiano, non lavorano, né cercano un impiego. A supplire a tutto ciò rimane soltanto la famiglia, che continua a sopperire ai vuoti del sistema pubblico. Gli effetti più visibili della crisi sono la stagnazione dei risparmi, tradotti spesso in mattone, con un incremento dei mutui anche se pagarli risulta sempre più difficile, la liquidità depositata per affrontare le emergenze, e i contratti assicurativi per un futuro migliore. Di tanta parsimonia non se ne può fare nemmeno una critica dal momento che nel prossimo anno le famiglie dovranno affrontare un ennesimo incremento di spese di circa 2 mila euro all’anno a nucleo. Ad aggravare la situazione vi è la cronica mancanza di un supporto sociale che aiuti le famiglie in presenza di persone affette da patologie che limitano l’autosufficienza. Soltanto il 10% riesce a ricorrere ad una badante, per gli altri vige l’arte di arrangiarsi. Di conseguenza è anche molto bassa la fiducia nella sanità pubblica, di fronte alla quale il 35% delle famiglie è rassegnato alle lunghe liste di attesa per ricevere le prestazioni. E sono sempre di più coloro che rinunciano all’assistenza sanitaria perché non ne possono affrontare i costi. Anche la scuola sta scendendo nella scala di importanza come efficienza. Costante è l’incremento degli alunni stranieri in particolare ai livelli più bassi di istruzione, ma la carenza di risorse ha spinto più della metà degli istituti a richiedere alle famiglie contributi volontari per l’andamento della didattica, in particolar modo per i licei. Prima Il ‘ghe pensi mi’ poi …’la rottamazione e i Gufi’, hanno impigrito e confuso ulteriormente gli italiani. Vi sono molti più punti in comune fra Berlusconi e Renzi di quanto si creda. Primo fra tutti il soggettivismo, vestito da leaderismo del quale il Cavaliere e il Matteo “rottamatore” sono a modo loro diventati ‘icone’ della politica nostrana. Si assiste alla conclusione di un ciclo iniziato ben cinquanta anni fa, che ora ha finito la “sua vitalità e potenza”. Il frutto di questa conclusione è il declino della “politica”, che non solo non è riuscita ad evidenziare tutti quei moti di libertà (economica e sociale) che si erano sviluppati negli anni ’70. Una politica che ha caratterizzato “un suo modo di fare i soldi, di avere e tenere i rapporti personali, nella stessa personificazione del potere”. Bene, ai giorni d’oggi: il ciclo del soggettivismo politico, “dopo la grande epopea degli anni ’70, è ora in calo di potenza e ha esaurito il suo ciclo vitale”. Anche nella lettura dei vantaggi o meno della globalizzazione. Trump docet. Rimane il fatto che il Paese deve uscire sempre più urgentemente da una crisi sociale che sembra ancora più forte di quella economica. E allora bisogna si “ripartire dal singolo e fargli ritrovare la voglia di mettersi in gioco”. Ma, cosa serve quindi perché questa necessità possa emergere nella politica per il Paese. Qual è oggi il compito di qualsiasi leader politico di questo nostro Paese: deve essere quello di ridare agli italiani il senso della loro responsabilità collettiva come popolo. Capire ad esempio che non si può tornare alle urne senza un disegno credibile per i bisogni di questo Paese. Si, la politica deve discutere e confrontarsi innanzi tutto con quale progetto, con quali priorità e novità si ripresenta davanti al Paese chiedendo consenso agli elettori. Non solo da oggi sono convinto (sempre modestamente e da semplice cittadino) che la stagione della divisione del Paese in due va archiviata. E, non è il problema di Destra e Sinistra che come ho avuto già modo di scrivere: “È evidente che il confronto ideologico e politico tra destra e sinistra, nonostante restino le differenze e ricette contrapposte, non spiega i mutamenti o per meglio dire gli “sconvolgimenti politici” di questi ultimi anni…” e quindi per uscire dalla crisi peggiore della nostra vita serve innanzi tutto unire e tenere assieme una “comunità” che la recessione e le aumentate disuguaglianze ha ferito profondamente sul piano sociale e dei diritti nonché su quello economico. I politici vogliono insistere fingendo che il “referendum” sia stato uno spiacevole incidente o provano a ricucire, rammendare, una tela che si è strappata e che chiede proprio alla politica il coraggio e l`ambizione di parlare un linguaggio diverso? Siamo sicuri che l`idea di portare il Paese alle urne senza un disegno, un`idea fondamentale sul dopo e con l’ennesima prospettiva di uno scenario ancora una volta ‘falso’ si, proprio così ‘falso’ di un governo di “larghe intese” sempre che esistano i numeri, sia l’idea giusta? Sarebbe il quarto Governo (Monti, Letta, Renzi e … …) con questo pseudo orizzonte… mentre nella realtà la politica è prima nel dividere il Paese determinandone ulteriore povertà e aumentando le diseguaglianze già esistenti… mettendo i costi della crisi addosso a chi già a di meno e vive in modo disagiato. Passare da una legge super maggioritaria a una iper proporzionale e dire che non cambia nulla ricorda una battuta: “Noi abbiamo nei principi morali. Ma, se non vi vanno bene ne abbiamo degli altri”. E’ così che, alla fine le persone perbene… e neppure troppo alla fine: si congedano definitivamente dalla politica.

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