
Manuale pratico per esportare valori, importare caos e chiamarlo
ordine internazionale
L’Occidente continua a parlare come se fosse il custode naturale dell’universale, ma fatica ormai perfino a governare sé stesso. Predica diritti, esporta modelli, invoca regole; poi lascia dietro di sé Stati sbriciolati, società dipendenti, guerre senza sbocco e una retorica morale sempre più vuota. È attorno a questa frattura che si può leggere la parabola descritta da Olivier Roy*: dalle radici cattoliche dell’Europa alla crisi dello Stato, passando per colonialismo, diritti umani, guerre d’ingerenza e conflitti mediorientali. L’Occidente nasce anzitutto come costruzione cattolica europea. Prima della modernità, la Chiesa esercita un potere sovra territoriale, capace di regnare sui re e di organizzare il sapere attraverso monasteri, università, burocrazie ecclesiastiche e una lingua comune, il latino. La cultura occidentale è dunque, in origine, una cultura religiosa istituzionalizzata. Con il Rinascimento, la Riforma protestante e l’espansione coloniale, questo equilibrio si spezza. La ragione si emancipa dalla fede, l’umanesimo pone l’uomo al centro e gli Stati nazionali ridimensionano il potere temporale della Chiesa. Il cattolicesimo, spinto fuori dal suo baricentro europeo, diventa missionario, si decentralizza e si universalizza, ma senza rinunciare al nucleo dottrinale: Cristo, liturgia e dogma restano il centro della sua visione del mondo. Il colonialismo apre però la ferita che l’Occidente non ha mai davvero richiuso. L’incontro con le popolazioni indigene diventa occasione di conoscenza, certo, ma anche di classificazione, tutela e comando. La missione civilizzatrice porta ospedali, scuole e alfabetizzazione; dietro il vocabolario dell’apertura resta però la sostanza del dominio: l’Occidente si concede il diritto di decidere chi è civile, chi è arretrato, chi deve essere educato e chi può parlare. È in questa tensione tra apertura e dominio che la Chiesa ritrova l’idea di legge naturale: ragione, discernimento, famiglia, relazione tra uomo e donna, procreazione. Una grammatica antropologica che le consente di dialogare con l’islam e con le religioni extraeuropee, ma anche di opporsi oggi alla cultura woke e all’intelligenza artificiale, percepite come minacce a una concezione stabile dell’umano. Nell’Ottocento, l’espansione delle missioni protestanti incrina il monopolio cattolico dell’evangelizzazione. La concorrenza fra cristiani accompagna l’ingerenza europea nei territori ottomani e forma, attraverso scuole e università, una parte significativa delle élite locali. Anche dopo la decolonizzazione, quelle istituzioni lasciano un’eredità ambigua: strumenti di emancipazione nazionale, ma nate dentro una storia di dominio. Nel mondo post-coloniale, i confini dell’Occidente coincidono ormai meno con una civiltà che con un dispositivo geopolitico: i paesi della Nato, più Australia e Nuova Zelanda. L’Oriente, invece, cambia volto nel tempo. Nel Medioevo è soprattutto il mondo musulmano; con le scoperte geografiche diventa l’universo delle grandi civiltà asiatiche; nell’età coloniale viene ridotto a spazio arretrato, decadente, bisognoso della modernità occidentale. La grande promessa del secondo dopoguerra, quella dei diritti universali, nasce dunque già compromessa. La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 offre ai popoli colonizzati un linguaggio per rivendicare libertà e autodeterminazione. Ma quando quei popoli prendono sul serio le parole dell’Occidente e le rivolgono contro le potenze coloniali, la risposta è spesso la più antica: guerra, repressione, massacro. L’Algeria resta il monumento sanguinoso di questa ipocrisia. Da qui nasce una delle contraddizioni più corrosive dell’Occidente contemporaneo: proclamare universali valori che vengono amministrati come privilegi. Dopo la decolonizzazione, Europa e America offrono ai popoli liberati il linguaggio dei diritti, salvo accusarli poi di respingerlo, deformarlo o non meritarlo. Il diritto di ingerenza, affermatosi dagli anni Settanta in poi, trasforma così l’universalismo in una clava politica e militare, quasi sempre brandita contro Stati deboli e società già vulnerabili. Afghanistan e Iraq sono il certificato di fallimento di questa arroganza. L’intervento militare occidentale non costruisce ordine: produce o occupa un vuoto politico. Le organizzazioni non governative provano poi a ricucire società civili prive di uno Stato funzionante, ma spesso finiscono per assorbire le élite locali nel circuito degli aiuti. Clientelismo e corruzione indeboliscono così lo Stato che si pretendeva di edificare. L’Occidente arriva promettendo ricostruzione e lascia dietro di sé amministrazioni fragili, dipendenze internazionali e macerie politiche. Il problema è che questa crisi esterna non è un incidente: riflette una crisi interna. Il liberalismo occidentale appare incapace di fare i conti con la questione coloniale perché non dispone più di un modello politico universalista credibile. L’umanesimo razionalista si indebolisce, la cultura comune si dissolve, la democrazia perde la propria antropologia politica. Roy arriva a una formula brutale, ma sempre meno eludibile: anche noi stiamo diventando Stati falliti. Gli Stati Uniti, privatizzati, polarizzati e attraversati da milizie istituzionali e pulsioni personali di potere, ne sono il sintomo più vistoso. Anche l’Europa conserva un fondo nazionale, ma lo Stato si svuota mentre finge di modernizzarsi. Non integra più come un tempo attraverso scuola, leva, amministrazione, discorso pubblico e istituzioni territoriali. Si rafforza semmai nella coercizione, nei controlli, nella gestione emergenziale. La politica si riduce a comunicazione digitale e personalizzazione del comando: da un lato il leader-infermiere che accudisce uno Stato esausto; dall’altro il leader-demolitore che lo usa come strumento di distruzione. In questo vuoto culturale, il discorso politico occidentale scappa dalle questioni sociali ed economiche e si rifugia nelle identità, nell’immigrazione, nel multiculturalismo trasformato in spauracchio. I valori universali diventano insegne di appartenenza. La donna libera viene brandita contro la donna sottomessa, l’Occidente contro l’islam, lo stile di vita contro la cultura. Ma quando i valori servono soprattutto a distinguere “noi” da “loro”, smettono di essere valori e diventano propaganda. La nozione stessa di “stile di vita occidentale”, evocata dopo l’attacco al Bataclan, è la confessione involontaria di questa povertà. L’Unione Europea non si è costruita su una cultura condivisa, ma su procedure, vincoli, mercati e istituzioni. In assenza di un orizzonte comune, l’identità si abbassa al minimo sindacale: abitudini quotidiane, consumi, cibo, abbigliamento, sport. È il grado zero della cultura, la banalità elevata a bandiera. La guerra a Gaza e l’allargamento dei conflitti regionali mostrano infine che questa crisi occidentale è anche geopolitica e morale. Le mobilitazioni filopalestinesi in Europa e negli Stati Uniti non possono essere liquidate con il comodo riflesso della “piazza musulmana”: coinvolgono settori ampi delle società occidentali e segnalano una frattura crescente tra opinione pubblica e governi davanti alla distruzione di un territorio e alla catastrofe umanitaria di un popolo. Nello stesso quadro si colloca il confronto con l’Iran. Trump appare come un giocatore d’azzardo più che come uno stratega: punta alla decapitazione dei vertici nemici, non alla trasformazione degli Stati. Ma l’Iran non è un failed State, e chi lo tratta come tale rischia di ripetere lo stesso errore ideologico commesso altrove. La pressione militare esterna, anziché produrre una sollevazione interna, può rafforzare il legame tra popolazione e Stato, soprattutto quando il regime dimostra capacità di resistenza e continuità dei servizi sotto le bombe. Israele, Iran e Stati Uniti giocano così partite diverse sul tempo: Netanyahu mira a indebolire l’avversario fino alla resa; Teheran sfrutta la profondità statale e regionale; Washington cerca chiusure rapide, “deals” che raramente coincidono con soluzioni politiche. In Libano, l’illusione di eliminare Hezbollah con la sola forza incontra lo stesso limite: la distruzione militare non produce automaticamente riabilitazione politica né stabilità. Il punto, allora, non è soltanto la crisi dell’ordine internazionale. È il fallimento di un Occidente che continua a parlare il linguaggio dell’universalismo mentre lo svuota di contenuto politico, culturale e istituzionale. Senza una cultura comune, senza uno Stato capace di integrare e senza una politica in grado di distinguere tra valori e identità, l’Occidente resta prigioniero della propria retorica: troppo debole per costruire ordine, ancora abbastanza armato per contribuire al disordine.
*professore al Robert Schuman Center for Advanced Studies e tra i massimi esperti di islam politico e studioso delle società contemporanee.
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