Migliora il Pil: l’occupazione aumenta! No diminuisce, ma…

“L’economia italiana accelera sostenuta da una crescita diffusa tra i settori produttivi e dall’aumento dell’occupazione”. Così l’Istat nella nota mensile, segnalando che l’indice anticipatore, ‘spia’ di quel che succederà nei prossimi mesi, “mantiene un’intonazione positiva, segnando un rafforzamento delle prospettive di crescita”. Ciononostante, rileva l’Istat, il tasso di disoccupazione è salito all’11,3% (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente), condizionato dalla riduzione degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,9%, -115 mila). L’aumento delle persone in cerca di lavoro ha interessato tutte le classi di età e in misura maggiore la componente maschile”. Che dire? Se non che quando di parla d’economia e d’occupazione in Italia i dati che ne registrano l’andamento e danno la prima in aumento… tendono se non a sottacere, a non evidenziare che al miglioramento dell’economia non sempre corrisponde un reale effettivo aumento dell’occupazione… Infatti, la Confcommercio ha fatto due conti. E ricorda che a luglio 2017 il tasso di disoccupazione ufficiale si è attestato per l’appunto come già accennato all’11,3% (11,2% a giugno). Il dato riflette un miglioramento sul versante degli occupati e un peggioramento dal lato dei disoccupati. Il numero di persone in cerca di lavoro è aumentato di 61mila unità su base mensile e diminuito di 17mila unità rispetto a dodici mesi prima. Nello stesso mese il numero di occupati è aumentato di 59mila unità rispetto a giugno e di 294mila unità nei confronti di luglio del 2016.  Mentre altri segnali che Confcommercio definisce: “lievemente meno favorevoli, rispetto ai mesi precedenti”, sono emersi invece a luglio dalla Cig, Che vede un ridimensionamento del 22,4% su base annua delle ore autorizzate (-41,8% nei primi sette mesi) ma che tradotto, vede invece, un aumento delle ore di Cig effettivamente utilizzate – destagionalizzate e ricondotte a Ula (unità lavorative anno) – di 24mila unità su base mensile e in una diminuzione di 5mila unità su base annua (-47mila a giugno). Sul fronte degli scoraggiati  ovvero – chi ha perso la speranza di trovare un lavoro e non lo cerca più – è proseguita la tendenza al ridimensionamento: 2mila unità su base mensile e 94mila su base annua. Il combinarsi di queste due dinamiche ha portato così a un aumento di due decimi di punto, in termini congiunturali, del tasso di disoccupazione esteso e a una diminuzione di ben sei decimi nel confronto su base annua. Ebbene sì. Se l’economia è ripartita e  accelera la crescita del nostro Pil, continuano ad esserci situazioni di crisi di aziende e settori dove il lavoro non riparte affatto… e anzi rischia fortemente di essere ulteriormente perso… La notizia è proprio di questi giorni dove i tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo Economico prefigurano un autunno alquanto caldo: dopo la riforma degli ammortizzatori sociali, nelle ristrutturazioni industriali si teme per la prima volta la possibilità di licenziare e null’altro fare… Sono infatti 166 le imprese con un totale di oltre 190mila lavoratori… i due numeri per misurare la “temperatura” di un autunno che si preannuncia comunque preoccupante per il lavoro. E sono anche le coordinate della mappa delle crisi industriali italiane, emergenze che intaccano proprio il quadro della ripresa economica tratteggiato dagli ultimi dati sul nostro Pil e del nostro mercato del lavoro. Non a caso il ritorno dell’occupazione ai livelli pre-recessione, certificato in questi giorni dall’Istat, esclude la fascia di età tra i 35 e i 49 anni (-116mila posti in un anno), ossia quella più legata ai processi di ristrutturazione aziendale. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, se non fosse per un “dettaglio” che pesa (e allarma) come un macigno: perché di fronte alle crisi industriali ci presentiamo oggi  con un armamentario in scala ridotta degli ammortizzatori sociali, tra strumenti ormai cancellati e coperture tagliate proprio dalle riforme targate Jobs Act.  E così, per la prima volta, si materializza lo spettro dei licenziamenti tout court… Uno scenario inedito che preoccupa i sindacati e che non viene sottovalutato – finalmente è il caso di dire viste le precedenti e tante bugie sul “successo” del Job Act – anche dall’interno del governo Gentiloni nella prospettiva di possibili tensioni sociali. Esaurite mobilità e cassa integrazione in deroga, ridotta la durata di cassa ordinaria e straordinaria, il dominus sarà la Naspi (l’indennità mensile di disoccupazione), uno strumento che recide il cordone ombelicale tra la persona e l’azienda affidando al mercato e alla politica attiva del lavoro, fin qui deficitaria, le speranze di recupero. Scorrere il documento (aggiornato al 31 agosto) sui “Tavoli di confronto aperti presso il ministero dello Sviluppo Economico” – arrivati, appunto, a quota 166 – è come viaggiare in lungo e in largo attraverso il Paese reale, incrociando la stragrande maggioranza dei settori produttivi: dal Piemonte alla Sicilia, dalla Lombardia alla Puglia; dalla siderurgia ai call center, dall’edilizia alla chimica. Le fabbriche di multinazionali come Bridgestone, Ericsson, HP Hewlet Pakard, Whirlpool, Nokia… nomi storici dell’industria nazionale come Cementir, Ilva, Burgo, Carraro, Ferretti… Marchi familiari per tutti gli italiani come Perugina, Tuodì, Mercatone Uno, Ideal Standard, Alitalia… Crisi più o meno gravi, più o meno recuperabili: i 190mila lavoratori compongono, naturalmente, il perimetro occupazionale delle 166 aziende in difficoltà, non gli esuberi e i posti realmente a rischio che, comunque, molto spesso rappresentano fette consistenti della forza lavoro delle singole imprese. In ogni caso, emergenze che coinvolgono intere comunità ed economie locali, spesso scomparse dai radar dell’opinione pubblica nazionale. La stragrande maggioranza (74) delle aziende sedute al tavolo del ministero ha più di 500 dipendenti, seguono quelle con 251-500 addetti (38), poi le 24 con 151-250 lavoratori e le sedici con 100-150, infine le 14 con meno di 100 lavoratori. “E a questi numeri – viene sottolineato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil – vanno aggiunti quelli dell’indotto e quelli delle crisi dei tavoli regionali”. C’è anche il rischio, viene ancora detto dai sindacati: “che l’emergenza occupazionale si saldi ad altre tensioni sociali come, ad esempio, quella dell’immigrazione”.  Si parla quindi di una mobilitazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil.  Ma, sarà sicuramente una battaglia dura per il sindacato, perché da un lato continua, da alcuni anni, una sua evidente crisi di rappresentanza e, dall’altro, avendo perso lo strumento degli ammortizzatori sociali (alquanto ridimensionati) non può che chiedere a riguardo nuove modifiche legislative… Opzione davvero complicata: “Prima di tutto perché siamo passati da ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro a strumenti che intervengono solo dopo il licenziamento, e poi c’è una diversa dinamica delle crisi aziendali: prima erano legate solo all’andamento dell’economia mentre adesso le ristrutturazioni, anche drastiche, spuntano in settori non colpiti dalla crisi o addirittura all’interno di aziende che fanno utili, come dimostrano alcuni casi (Sky e Perugina)”. Nel sindacato qualcuno l’ha definita: “selezione darwiniana della globalizzazione”. Insomma, dobbiamo abituarci all’idea che anche con un Pil in crescita ci saranno ristrutturazioni dolorose e, dunque, bisognerà fare una seria riflessione su come il sistema di protezione sociale segua certe dinamiche. Nel governo, e in particolare tra i tecnici che seguono direttamente le vertenze, si cerca una risposta all’emergenza e c’è chi guarda verso Bari dove in queste settimane sta andando in scena una vicenda che potrebbe fare da laboratorio anche per altre crisi aziendali. Il gruppo tedesco Bosch (componentistica auto), che lì ha uno stabilimento con 1900 operai, ha prospettato 500 esuberi a causa del calo degli ordinativi di pompe diesel dopo gli scandali Volkswagen: la proposta avanzata dal management ai sindacati per scongiurare i tagli è quella di un contratto “ponte” (in attesa di una eventuale ripresa del business) che nell’arco di cinque anni ridurrebbe progressivamente le ore settimanali di lavoro da 40 a 30, con una relativa sforbiciata degli stipendi pari, secondo le stime dei rappresentanti dei lavoratori, al 25% mensile. Una soluzione che oggi, viene vista dai sindacati Cgil, Cisl e Uil quasi come una provocazione e l’hanno quindi rispedita al mittente, perché oltre a determinare pesanti sacrifici economici degli operai, rappresenterebbe un pericoloso precedente che smonta nel contratto nazionale, gli istituti retributivi di base. Un modello invece da non scartare completamente, secondo i tecnici del governo… Comunque la si voglia mettere, è il chiaro segnale dello sconfinamento nella “terra di nessuno” delle crisi industriali italiane restate ormai senza alcuna rete di protezione…

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