PD: 7 candidati per un congresso…

Con la scorsa settimana è ufficialmente iniziato il Congresso del Partito Democratico, il principale partito italiano di opposizione, che si concluderà il 3 marzo del prossimo anno con le primarie per la scelta del segretario. Negli ultimi giorni tutti i potenziali candidati di cui si parlava hanno annunciato le loro intenzioni, e quindi finalmente si ha un’idea chiara di chi parteciperà al congresso, di quali siano i candidati con maggiori possibilità di correre per la segreteria e chi siano invece gli altri.  Tre sono i favoriti, Nicola Zingaretti, Marco Minniti e Maurizio Martina, e 4 gli altri: sono in tutto sette i candidati per questo  congresso. Nella prima fase dello stesso, voteranno soltanto gli iscritti al partito. Le primarie vere e proprie, alle quali potranno votare anche i simpatizzanti del partito, si terranno in una seconda fase alla quale potranno partecipare tutti quei candidati che abbiano raccolto almeno il 5% di voti e, in ogni caso, tutti quelli che hanno raccolto almeno il 15% dei voti in almeno cinque regioni diverse. Se alle primarie nessun candidato otterrà il 50% più uno dei voti, il nuovo segretario del Partito Democratico sarà deciso da un voto dell’Assemblea Nazionale, l’organo principale del partito, i cui membri sono eletti in modo proporzionale alle primarie attraverso liste collegate ai candidati alla segreteria. Con la discesa in campo di Maurizio Martina, si è quindi definito il puzzle dei candidati in corsa per la segreteria PD: si può dire che sono sei big e un outsider. Ufficialmente in campo ci sono il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, appoggiato dalla sinistra del partito e da alcuni big della ex maggioranza renziana come Dario Franceschini, Luigi Zanda e un po’ più tiepidamente mantenendo per così dire una certa equidistanza, da Paolo Gentiloni che ha avuto tra i ministri del suo governo gli altri due candidati di peso scesi in campo. L’ex reggente Maurizio Martina, che ha il sostegno dell’ex ministro Graziano Delrio e del presidente Dem Matteo Orfini e anche dell’ex Governatrice del Friuli Venezia Giulia nonché ex vicesegretaria del partito Debora Serracchiani, tutti ormai chiaramente non più renziani. Poi c’è l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, al cui fianco si sarebbero schierati ben 500 sindaci – ma alcuni di questi, già dicono di non aver mai sottoscritto l’appello alla sua candidatura e qualche altro  si chiede come il suo nome possa stare in quella lista visto che addirittura è di Forza italia – appoggiano Minniti anche l’ex ministro dello sviluppo Carlo Calenda e va detto se non tutti la maggior parte dei renziani. Ci sono poi gli altri candidati: il “diversamente renziano” Matteo Richetti; l’ex ministro del Lavoro di Prodi Cesare Damiano. Francesco Boccia per la corrente di Michele Emiliano e il giovane outsider Dario Corallo. Nessuna donna. Ma non sono escluse sorprese, dal momento che per presentare le candidature c’è tempo almeno fino a metà dicembre. A Roma all’assemblea del Pd per il congresso era assente Matteo Renzi. Come se ormai avesse un piede dentro e uno fuori dal partito. Ecco come sono e stanno cambiando gli equilibri nel partito. Zingaretti, ex Ds governatore del Lazio dal 2013 romano, 52, confermato alle elezioni del 2018. Tra il 1985 e il 1989 è stato segretario comunale di Roma della Fgci (Federazione giovanile comunista italiana). Nel 1991 è stato eletto segretario nazionale della Sinistra giovanile e nel 2000 segretario romano dei Ds. Nel 2004 è stato eletto al Parlamento europeo e nel 2008 presidente della Provincia di Roma. Propone una netta discontinuità rispetto alle scelte recenti, sia nella forma partito, sia nelle politiche, sia nel dialogo con le altre forze progressiste. Zingaretti si presenta quindi come un candidato di sinistra che punta a ricucire i rapporti con l’elettorato, i militanti e il ceto politico deluso dallo spostamento del partito verso il centro avvenuto durante la segreteria di Matteo Renzi (in vista di una sua possibile vittoria si parla già di un riavvicinamento con alcuni fuoriusciti di Articolo 1 – MDP, con i quali Zingaretti ha personalmente un buon rapporto). Molti dei suoi alleati, però, hanno un profilo più moderato (Franceschini – Gentiloni) oltre ad aver condiviso gran parte delle scelte fatte dagli ultimi governi guidati dal PD. Sarà quindi importante capire come Zingaretti saprà bilanciare la sua proposta politica tra continuità con un passato, necessaria per non alienarsi i suoi influenti alleati, e l’offerta di un rinnovamento nei programmi e nel personale politico, che gli serve a riprendere i delusi e gli scoraggiati. Marco Minniti, ex Pci come Zingaretti, che ha però strappato consensi e applausi anche a destra. Dice (o meglio tenta): «Non mi manda Renzi». Calabrese 62 anni, resta legato ai temi della sicurezza e immigrazione. E’ entrato da giovane nel Pci, divenendo segretario di Reggio nel 1988 e nel 1992 segretario regionale del Pds. Nel 1998 diventa sottosegretario alla Presidenza nel governo D’Alema e nel 2001 entra in Parlamento. Nel 2013 è sottosegretario con delega ai Servizi nel governo Letta, incarico confermato nell’esecutivo Renzi. Con Gentiloni diventa Ministro dell’Interno, riuscendo a limitare i flussi di migranti dalla Libia, non senza suscitare critiche di parte del gruppo dirigente del partito, quali  Delrio e Orfini. Alle politiche dello scorso marzo l’ex ministro dell’Interno è stato candidato nel collegio di Pesaro alla Camera per il centrosinistra, ottenendo però una cocente sconfitta: è arrivato terzo, dietro il candidato del M5S e quello del centrodestra. È stato “ripescato” con il proporzionale. Si presenta quindi come un candidato in piena continuità con il governo Gentiloni  – che però oggi, come già accennato, sostiene Zingaretti, ovvero proprio il candidato della discontinuità – e altrettanto con quello precedente guidato da Matteo Renzi. La sua candidatura è comunque considerata molto forte e gran parte dei sondaggi lo danno a poca distanza da Zingaretti (alcuni anche sopra). Minniti  ha incarnato la nuova “linea dura” del PD contro l’immigrazione. È stato lui a sottoscrivere gli accordi con il governo libico (e, secondo numerose inchieste giornalistiche, con le milizie locali) che hanno permesso di arrivare quasi a bloccare i flussi migratori. Sempre lui ha iniziato lo scontro con le ONG impegnate nei soccorsi, obbligandole a sottoscrivere un codice di comportamento. Secondo molti, è per via di questa sua “linea dura” che Minniti è spesso risultato il ministro più popolare del governo Gentiloni (ma nel collegio di Pesaro, dove si era presentato alle elezioni del 4 marzo come candidato all’uninominale, è arrivato soltanto terzo, sorpassato anche da un candidato espulso dal Movimento 5 Stelle che non aveva fatto campagna elettorale). Dopo essere stato considerato “dalemiano” per una lunga parte della sua carriera politica, oggi Minniti è sostenuto da gran parte dei  “renziani”, con i quali però ha un rapporto contraddittorio. Tant’è  che finora ha preferito non farsi identificare al 100 per cento con il gruppo di parlamentari e dirigenti capeggiato da Renzi. Per questo, secondo i giornali, ha rifiutato di candidare la renziana Teresa Bellanova come sua vice, preferendo invece circondarsi di figure più vicine a lui che a Renzi (secondo i giornali però per avere la preferenza di dei renziani dovrebbe accettare senza remore, come coordinatore della sua campagna elettorale Luca Lotti, che resta il parlamentare più vicino a Renzi). Le primarie sono già convocate per il 3 marzo 2019, sicuramente molto in ritardo rispetto alla sconfitta storica dello scorso 4 marzo. Renzi e i renziani, il congresso non lo volevano e hanno resistito fino a quando è stato possibile. E oggi, nonostante Minniti in campo sono ancora “sospesi” tra il sostegno a questi e la possibile uscita dal PD, per formare un altro soggetto politico – sembrerebbe visto i comitati civici lanciati alla Leopolda, più movimento, che un partito alla “En Marche” di Emanuelle Macron, ma che potrebbe essere un nuovo soggetto politico che andando oltre al PD finisca per scindersi da questo. Martina è invece una candidatura «di squadra» un candidato di mediazione proprio tra renziani e anti-renziani, 40 anni, della provincia di Bergamo, nel 2002 è stato eletto segretario regionale della Sinistra giovanile. Nel 2006 è segretario dei Ds della Lombardia e nel 2010 entra nel Consiglio Regionale, venendo confermato nel 2013. Diventa ministro dell’agricoltura con il governo Letta, mantenendo l’incarico con gli esecutivi Renzi e Gentiloni. Dopo le politiche del 4 marzo e le dimissioni di Renzi diventa Reggente del Pd e il 7 luglio l’assemblea nazionale lo elegge segretario con “scadenza”. La sua candidatura, ha spiegato, è motivata con l’esigenza dell’unità del partito, per evitare una rottura tra renziani e antirenziani.  Maurizio Martina, ultimo in ordine di tempo a ufficializzare la sua candidatura (di cui comunque già si parlava da settimane). Come Zingaretti e Minniti, proviene dalla tradizione dei Democratici di Sinistra, cioè degli eredi del PCI. Era un sostenitore di Pier Luigi Bersani e un membro della maggioranza del partito, ma passò in minoranza dopo le primarie del 2013 vinte da Renzi (Martina aveva sostenuto Cuperlo). Dopo un anno e mezzo (all’epoca era ministro dell’Agricoltura) si staccò dalla minoranza e passò in maggioranza con Renzi. Al congresso del 2017 Renzi lo candidò come suo vicesegretario, ruolo che gli permise per l’appunto di diventare segretario in seguito alle dimissioni di Renzi dopo le ultime elezioni. Oggi Martina è sostenuto da un gruppo eterogeneo di dirigenti, molti dei quali provengono dall’area renziana, Graziano Delrio (che in passato si definiva un “fratello maggiore” di Renzi) e l’ex consigliere economico Tommaso Nannicini; altri, pur essendo usciti dalla maggioranza di partito, non sono renziani in senso stretto, come il presidente del partito Matteo Orfini e le deputate Giuditta Pini e Chiara Gribaudo (erano tutti presenti al lancio della sua candidatura). Nelle sue prime uscite, Martina è sembrato sottolineare una sua maggiore “radicalità” rispetto agli altri due candidati, affermando di essere quello “più di sinistra”. Se Minniti probabilmente non intende occupare questo spazio politico, Martina dovrà comunque contenderlo a Zingaretti e cercare di presentarsi come una scelta di maggiore rottura rispetto al passato (non sarà facile, visto la sua partecipazione a tutti gli ultimi governi e la sua stretta alleanza con Renzi, interrotta solo pochi mesi fa). Ci sono poi altri quattro candidati al congresso che, stando ai sondaggi, non hanno molte possibilità di vincerlo, ma potrebbero risultare determinanti se a scegliere il segretario non saranno le primarie, ma l’Assemblea Nazionale (cosa che avverrà se nessun candidato otterrà il 50 per cento più uno dei voti). Il primo a candidarsi dopo Zingaretti è stato Matteo Richetti, il «diversamente renziano» che vuole superare le correnti. Matteo Richetti, nato a Sassuolo 44 anni fa, cresciuto negli ambienti cattolico-democratici, nel 2003 diviene segretario della Margherita a Modena ed è eletto nel Consiglio Regionale dell’Emilia nel 2005. Nel 2010 è Confermato al Consiglio, con record di preferenze, divenendone Presidente. È eletto nel 2013 alla Camera e nel 2018 al Senato. Nel maggio 2017 Richetti è stato nominato da Renzi portavoce del Pd, incarico mantenuto fino al luglio 2018. Si candida sostenuto da dirigenti e amministratori locali con l’intento di superare le correnti consolidate. Nella scorsa legislatura deputato del PD. Richetti era stato a lungo uno dei principali alleati di Matteo Renzi, ma il suo desiderio di ritagliarsi un ruolo politico autonomo li ha spesso portati allo scontro. Delrio ha chiesto più volte a Richetti di ritirare la sua candidatura e di appoggiare Martina. I contatti tra i due sono tutt’ora in corso. La sinistra del PD nel frattempo si è frantumata in 4 (o 5) pezzi. Cesare Damiano, l’ex ministro che chiede discontinuità sul Jobs act, nato 70 anni fa a Cuneo, entra nella Fiom-Cgil a 22 anni, assumendo via via incarichi locali e nazionali. Nel 2001 diventa responsabile Lavoro dei Ds e nel 2006 è eletto per la prima volta alla Camera, divenendo Ministro del Lavoro col governo Prodi. In passato è stato molto critico nei confronti della segreteria di Matteo Renzi e ha chiesto forti cambiamenti del Jobs Act e una diminuzione dell’età pensionabile introdotta dalla legge Fornero. Oggi presenta la sua candidatura come quella più “di sinistra” in campo, e dice di essere pronto a ritirarsi nel caso in cui Zingaretti prenda forti impegni di discontinuità con il passato più liberale del partito. Francesco Boccia, professore ha trascorso diversi anni a insegnare in diverse facoltà; per due volte ha sfidato Nichi Vendola alle primarie regionali in Puglia, nel 2005 e nel 2010, e per due volte ha perso. È noto in particolare per la sua proposta della “web tax”, un’imposta che vorrebbe obbligare le grandi società di internet a pagare in Italia una parte maggiore dei loro guadagni, e per la sua avversione ai progetti dell’ex ministro Carlo Calenda sull’ILVA. Come Richetti e Renzi anche lui proviene dalla Margherita – è stato a lungo uno dei più fedeli parlamentari “lettiani”, nel senso di Enrico Letta – ma nel tempo si è spostato su posizioni meno moderate. Oggi è un alleato del presidente della Puglia, Michele Emiliano, che al congresso del 2017 raccolse il 10 per cento dei voti. Uno dei principali punti che Boccia ed Emiliano hanno in comune è l’apertura politica al Movimento 5 Stelle. Nato a Bisceglie, 50 anni, è professore di Economia delle Pubbliche Amministrazioni. Consigliere economico di Enrico Letta al ministero dell’Industria dal 1998 al 2001, Nel 2008 entra per la prima volta alla Camera, divenendo nel 2013 presidente della Commissione Bilancio. L’innovazione, l’apertura del partito alle giovani generazioni e il dialogo con M5s sono al centro della sua candidatura. Dario Corallo, l’outsider a favore della nazionalizzazione di tutti i servizi, romano, 30 anni, è laureato in Filosofia ed ha collaborato con Martina al Ministero dell’Agricoltura. Figlio di militanti di sinistra, si è iscritto da ragazzo ai Ds e poi al Pd. La candidatura di Corallo è solitaria – nessuna delle principali correnti di partito lo appoggia – ed è impostata a una forte critica del partito per come è stato condotto negli ultimi anni. Propone una netta cesura sia sulla forma partito, con il ritorno a una centralità degli iscritti, sia sulle politiche economiche e sociali. Propone la nazionalizzazione di tutti i servizi. Corallo ha ottenuto particolare celebrità durante l’ultima assemblea del partito, quando ha utilizzato l’esempio del medico e scrittore Roberto Burioni per criticare i dirigenti del PD, attirandosi le critiche del medico e di gran parte dei dirigenti. Non c’è che dire questi sette candidati formano un ricco parterre di competitors per l’incarico dl vertice del partito o meglio di ciò che disastrosamente, dopo le sconfitte sonore degli ultimi due anni …di quel rimane del Partito Democratico. Sarà possibile che col dibattito del congresso e un nuovo leader ritrovare un’unità che possa evitare un disastro ulteriore nelle prossime scadenze in cui voteranno gli italiani? Elezioni amministrative a maggio e Europee a giugno 2019 sono già in calendario. Molti i dubbi che restano a sentire alcuni intervistati che se ne intendono, sul fatto che la fine del Pd sia inevitabile comunque. E all’osservazione che siano ulteriori “gufate”, uno di questi: Massimo Cacciari è costretto a ribadire che “sarà inevitabile penso perché proprio, andando così sparsi al congresso, la possibilità di ricostruire una forte unità del partito resta una chimera. Così che soprattutto alle ,Europee, evitare il disastro sarà impossibile”. Quindi – prosegue nella sua disamina spietata – “a quel punto ci sarà inevitabilmente quello ‘sciogliete le righe’ che sarebbe stato utile fare cinque o sei anni fa”. Insomma, secondo Cacciari il destino del Nazareno è ormai segnato. Posto questo fatto, giudicato da lui incontrovertibile, il professore si diletta anche a tracciare un possibile futuro di quell’area politica. “Magari qualcuno terrà il nome ‘Democratico’, lo adatterà, altri lo cambieranno, che ne so – provate ad immaginare – ma comunque è molto probabile che, dopo le Europee, data la probabile sconfitta, si andrà a una risoluzione” di quello che viene bollato come un “partito mai nato”. Alla domanda se non pensa che Minniti possa vincere il congresso essendo appoggiato da tanti sindaci e da quasi tutti i renziani e da Renzi stesso. Cacciari attacca direttamente Matteo Renzi: “No, Renzi non ha nessun candidato”, sbotta, perché a suo giudizio l’ex segretario Dem potrebbe essere solo il “candidato di se stesso”. Insomma, conclude Cacciari la sua invettiva, Renzi sarebbe “fisiologicamente incapace di avere un candidato”. E il congresso non risolverà nulla, anche se pur vince Minniti… il PD non è già più e non sarà più il Partito di Renzi, che con i comitati civici si vede già fuori e oltre il PD…

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