PD: Congresso ancora condizionato da Matteo Renzi. Prende o non prende un’altra strada? Un libro e un tour lungo tutta l’Italia per sancire la sua definitiva separazione emotiva, col Pd…

L’ho scritto più volte, al di là, delle dichiarazioni ufficiali, Matteo Renzi non ha mai di fatto rinunciato a condizionare il Congresso PD  Rieccolo. Renzi torna. Eternamente uguale a se stesso, incapace di ammettere limiti e errori, perché “a differenza dei comunisti, penso che se uno si deve pentire si pente davanti a un confessore”. Anche l’autocritica diventa sfoggio narcisistico su una grande rimozione di ciò che è stato che, in fondo, era tutto giusto e poteva solo essere comunicato meglio: “Non ho investito su una comunicazione social, ho solo lavorato su twitter. E intanto twitter è morto”. Poco importa che, nel frattempo, sia morta – o quasi – la sinistra. Rieccolo, Matteo Renzi con un libro “Un’altra strada” che sarà che sarà presentato questo fine settimana a Roma, poi a Firenze, dove stanno organizzando i pullman per l’iniziativa. E poi via, in un tour in tutta Italia, anche a Sasso Marconi e nei piccoli comuni, proprio come si fa quando si deve “lanciare” un nuovo movimento. In un sms che gira tra i suoi amici fiorentini scrive: “Dieci anni fa le primarie di Firenze segnarono l’inizio di una storia incredibile. Una storia ricca di successi e di cadute, ma una storia bellissima. Esattamente dieci anni dopo ci ritroviamo nella Sala Rossa del Palazzo dei Congressi”. Per un nuovo inizio, per un Un’altra strada. Matteo”. Ecco. Nuovo inizio e altra strada, rispetto al cosiddetto populismo altrui, inteso come governo ma, evidentemente, in un gioco – per ora – di non detti e allusioni, anche rispetto al PD, partito di cui ha perso il controllo e rispetto al quale si sente, e non da oggi, altra cosa. Perché? Come ha scritto Alessandro De Angelis sull’Huffington Post: “…prima ancora della politica, della razionalità, prima ancora del pensiero stesso, c’è l’indole che condiziona politica, logica e pensiero. L’Io di chi preferisce sentirsi capo di una casa più piccola, piuttosto che costruttore, assieme agli altri, di una casa più grande. In fondo, anche Berlusconi, che del suo partito è padrone, pensa che il suo partito morirà con lui. L’Io, prima ancora del progetto, di chi al momento non sta né fuori né dentro, ma è pronto a uscire al momento opportuno, magari dopo le Europee”. Infatti: “Gli conviene aspettare il risultato delle europee – dice Giachetti – e poi lì decide”. È proprio il “quando” si consumerà la rottura ad alimentare incredulità, congetture, ipotesi. Non il “che cosa” farà, che in molti considerano annunciato da tempo. Ci sarà un momento in cui la scelta di Marco Minniti di ritirarsi dalla primarie sembrerà meno incomprensibile di come è stata raccontata. Perché è avvenuta proprio su questo. Nell’ultima riunione prima dell’annuncio, con Lotti e Guerini, l’ex ministro dell’Interno vincolò la sua decisione a una frase da inserire nel documento che si sarebbe presentato. Questa: “Il Pd è e resterà sempre casa nostra”. I due che intimamente la ritenevano giusta, dopo qualche telefonata, dissero che non c’erano le condizioni per inserirla. E a quel punto vennero meno anche le condizioni della candidatura per Minniti, perché è complicato candidarsi se il tuo principale sostenitore pensa di sfasciare il suo partito e di fare un’altra cosa. Il libro segna una separazione politica, emotiva, umana, tra Renzi e il Pd, col primo che scommette su di sé chiamando a raccolta il quel che resta del suo popolo. Lo chiama a raccolta, con lo spirito reducista di chi confonde l’elaborazione critica con l’abiura, prigioniero di un lutto mai elaborato, in pieno stile, anch’esso populista: disintermediazione, personalizzazione, visione degli anni di governo come mito fondativo di un “nuovo inizio” perché “il tempo è galantuomo”. Ovviamente, dirà, “con amore e senza rancore”, e ovviamente “guardando al futuro” anche se nel libro sono annunciati vari passaggi polemici sul “fuoco amico” di questi anni. Nella convinzione che il tempo sia “galantuomo” e il fallimento che prima o poi arriverà del governo gialloverde, farà risorgere ciò era giusto ed è stato incompreso. Che è un po’ come dire, parafrasando Brecht, che “ha sbagliato il popolo” interpretando il pericolo come cambiamento. Basta fare due chiacchere alla Camera per percepire che, anche chi lo ha sostenuto con grande convinzione, non nasconde un certo sarcastico fastidio. Perché è evidente che l’operazione è tutta contro il PD. Disincentiva la partecipazione alle primarie, indebolisce il partito nell’immediato e nella prospettiva, contribuisce a rendere plastico che a sinistra, più che un’alternativa, c’è l’ennesima guerra civile. Antonello Giacomelli, ad esempio, dice: “Che cosa farà Renzi? Fa in modo che tu scriva pezzi come quello che vuoi scrivere, che se ne parli insomma. Sei esecutore inconsapevole di uno dei suoi obiettivi, ma non vedo un suo progetto”. Debora Serracchiani, impegnata nel congresso del Pd, è visibilmente infastidita: “Non farmi dichiarare che il momento è delicato, ma lo vedi anche tu. Sta dentro ma anche fuori, sostiene Giachetti ma pensa a un suo partito. Insomma, è fatto così, qualcosa deve sfasciare. C’è un problema di accettazione del principio di realtà”. Principio di realtà. L’ultimo sondaggio dell’infallibile Alessandra Ghisleri attribuiva a un partito di Renzi un non entusiasmante 4 per cento sulla carta. Voti tutti presi al PD che precipiterebbe al 13 per cento. I comunisti, gente semplice, avrebbero detto che un’operazione siffatta non è la costruzione di una alternativa, ma un’avventura velleitaria che divide ulteriormente la sinistra e, dunque, favorisce l’avversario ovvero la destra. Ma nel confessionale renziano, i peccati come si sa …non esistono. Esistono solo le auto assoluzioni…

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