PD: dei 45 fondatori, ben 29 se ne sono andati…

Certo è che il Pd di questi tempi sembra un Grand Hotel, gente che viene gente che va. Si può dire che è il partito con il più alto “turn over” d’Italia. E questo è già un eufemismo, perché in dodici anni il numero degli abbandoni supera di gran lunga quello degli ingressi. È quasi un record. Dei 45 membri del comitato promotore che nel 2007 fondarono il Pd, due terzi se ne sono andati. Ben 29 non fanno più politica attiva nel partito. Dodici anni fa Romano Prodi creò il comitato che avrebbe dovuto far nascere la nuova formazione: tra scissioni, diaspore, ritorni al privato e separazioni i due terzi dei fondatori se ne sono andati. Ma ancor più sorprendente è il tasso di abbandono dei massimi dirigenti. Tutti i segretari eletti con le primarie si sono dimessi e non sono più nel Pd: Veltroni, Bersani e Renzi. Dei tre segretari nominati dall’assemblea dopo le dimissioni dei predecessori, Epifani se ne è andato, e restano solo Franceschini e Martina. Perdere quattro segretari su sei in soli dodici anni non è da tutti. La sindrome dell’abbandono, o del divorzio, potrebbe poi arricchirsi di altri dettagli. Per esempio: cinque dei sei partecipanti alle prime primarie per l’elezione del segretario nel 2007 non sono più attivi nel Pd (Veltroni, Letta, Adinolfi, Gawronski, Schettini Gherardini) e solo il recente rientro di Rosy Bindi, la sesta candidata, evita l’en plein. Che invece c’è per i candidati alle primarie del 2009: sono andati via tutti, Bersani, Ignazio Marino e Pippo Civati. Perché? Qual è il male oscuro che rode dall’interno questo partito? «Di buone ragioni per lasciare il Pd ce ne sono mille», ammette, uno che non se ne è mai andato perché … ma poi, dove vai?». E infatti in molti, più che scindersi, sono tornati alla vita civile, delusi e amareggiati. Soprattutto quelli che dodici anni fa si erano illusi di aver trovato un partito-non-partito, nuovo e diverso, dove a comandare sarebbero stati gli elettori e non le nomenclature e le burocrazie. Insomma, il partito dei cittadini e delle primarie; il partito di Prodi, per dirlo con una parola sola. È stata questa “gente comune”, ad aver fatto le valigie per prima. E nacque un’espressione che sarebbe poi diventata molto di moda tra i delusi del Pd: «Un partito mai nato». Più o meno l’argomento cui hanno fatto poi ricorso anche molti scissionisti, politici di più lungo corso, professionisti del ramo, che invece hanno lasciato perché finiti in minoranza o in cerca di spazio altrove, facendosi di volta in volta il loro partitino, dall’Api di Rutelli, all’Articolo Uno di Bersani, fino all’Italia viva di Renzi. «Ma quello che bisognerebbe discutere» dice un altro ex dirigente PD che pure se n’è andato «non è tanto perché si lascia, ma perché si entrò. Il Pd era un tentativo di fondare una nuova identità politica il cui unico contenuto era l’annullamento delle identità da cui si proveniva. Allora sembrava quello l’unico modo di trapiantare un po’ di anima liberale nel corpo ormai in decomposizione dei due grandi partiti di massa, il democristiano e il comunista. Bisognerebbe ammettere che vennero sottovalutate la difficoltà dell’operazione e ne furono probabilmente sopravvalutati i protagonisti. Si deve forse proprio all’atto di nascita dell’“ircocervo”, come Croce chiamava le sintesi ideologiche troppo ardite, il singolare andamento elettorale del Pd, capace di passare dal 40% al 18% in pochi anni. Per quanto sia stato e sia tuttora un partito centrale della Seconda Repubblica, e abbia partecipato all’area di governo ininterrottamente dal 2011 al 2018, con Monti prima e poi con Letta, Renzi e Gentiloni, in realtà il Pd non è mai arrivato primo alle elezioni politiche, non le ha mai vinte. Diciamo anzi che è un eterno secondo: scavalcato da Berlusconi nel 2008, battuto sul filo di lana dai Cinquestelle nel 2013 e poi “stracciato” nel 2018, quando ha rischiato di finire terzo dietro Salvini. E questa estate, un’altra volta, è andato al governo senza una vittoria elettorale, che sembra un po’ la sua maledizione. Per questa sua strana storia, e per un certo gusto dell’autocommiserazione che è da sempre di moda a sinistra, gliene hanno dette di tutti i colori: dalla “bocciofila”, alla “ditta”, all’“amalgama non riuscita” (quest’ultimo epiteto è copyright di D’Alema). Così alla fine bisogna rivolgersi ai suoi avversari politici, per trovare una interpretazione più benigna della “scissionite” cronica. Il fatto è che da lì si può andare via perché è l’unico partito vero della Seconda Repubblica. Tutti gli altri sono movimenti carismatici, gruppi personali, liste occasionali, nei quali non è prevista la lotta politica e dunque neanche il dissenso. E in effetti, se ci si pensa, nel bestiario politico dei giorni nostri il famigerato nome “partito” compare solo nella sigla dei Democratici. Per il resto ci sono un Movimento (Cinquestelle), una Lega (“Noi per Salvini”), una Forza (Italia), un Fratelli (d’Italia), e una Libertà e Uguaglianza. Il che potrebbe spiegare la diversità del Pd: talmente democratico che stanno sempre a litigare. E, quel che è peggio, chi perde non se ne sta buono in panchina per un giro e aspetta il suo turno di riprendersi la maggioranza, ma se ne va per farsi una sua squadretta, più piccola ma dove comanda. Il motto di Cesare, meglio primi in un villaggio che secondi a Roma, sembra essere scritto sugli stemmi araldici dei leader che si sono avvicendati alla guida del Pd. O, per usare una metafora più terra terra, chi perde si porta immancabilmente via il pallone (l’espressione la coniò Renzi per garantire che lui non l’avrebbe mai fatto). In tutto questo andirivieni, in fin dei conti, la cosa più sorprendente è che ci sia ancora un partito in piedi. Ammaccato, non c’è dubbio, più spostato a sinistra, più figlio della tradizione da cui vengono Zingaretti e Franceschini, comunista e democristiana, espulso dall’intero arco alpino dall’avanzata impetuosa della destra di Salvini; ma ancora al governo nelle regioni del centro (Emilia, Toscana, Lazio, tra un po’ sapremo se conserverà l’Umbria in tandem “civico” con i Cinquestelle) e in gran parte del Mezzogiorno, seppure attraverso satrapie locali di incerta collocazione politico-ideale (De Luca in Campania, Oliverio in Calabria, Emiliano in Puglia). E, soprattutto, “radicato”, come si diceva una volta: con sue sedi e circoli un po’ ovunque, e forme residue seppur declinanti di organizzazione di massa. Molti dicono che tutta questa gente in carne e ossa serve alla democrazia, perché altrimenti non rimarrebbero che i movimenti leaderistici e telematici. È probabile. Però allora sarebbe meglio che tutta questa gente in carne e ossa dica al più presto ai suoi capi di fermare le porte girevoli, e di smetterla di giocare ai quattro cantoni…

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