PD: finalmente fuori d’ogni equivoco e possibile ipocrisia, inizia veramente il congresso…

Massimo rispetto per la decisione di Marco Minniti di ritirare la sua candidatura dalle primarie per Segretario del PD… Tuttavia si ha l’impressione che continui ad esserci chi vuole portare avanti un equivoco di fondo nelle riflessioni sul congresso PD di questi giorni… Alcune settimane fa a Salsomaggiore, come del resto in altre occasioni, Renzi aveva detto esplicitamente di non aver nessuna intenzione di promuovere una componente politica nel PD e di non volere interessarsi al congresso. Ed ha sintetizzato così, secondo lui cosa occorre oggi ad un partito:leadership, capacità di dettare l’agenda, comunicazione. Stop, null’altro. Altri, nella stessa occasione e in altre occasioni ancora, hanno sostenuto un’idea diversa “il PD è la nostra casa”, esplicitando l’intenzione di organizzare un’area (corrente) che si battesse nel congresso per affermare nel PD la vocazione riformatrice della sua identità. Sottolineo, dentro, nel PD… Si può convenire con l’una o con l’altra posizione, ma se si condivide la tesi di chi vuole impegnarsi nel PD sinceramente non è capibile con quale ragionamento logico poi si fanno dipendere le proprie decisioni dal consenso, dalle scelte o dall’impegno diretto di Renzi,  di andare oltre il PD. Del resto Lui ne parla e ne hanno parlato esplicitamente da tempo altri autorevoli esponenti del partito. Queste tesi, in parte coincidenti in parte competitive fra loro, poco servono per dimostrare che il PD ha energie, intelligenze e passione per migliorare se stesso ed essere ancora protagonista della vita politica italiana e europea. Ne hanno mai convinto coloro che sostenevano e ancora sostengono l’obiettivo di uscite e abbandoni del partito democratico. Il modo più efficace per evitarlo è sicuramente quello di dare forza e sostanza al confronto congressuale, dimostrando che si può discutere rispettandosi e arrivare comunque insieme a una sintesi convincente… Ma a questo punto è sperabile che Matteo Renzi arrivi finalmente alla conclusione di continuare il proprio impegno in politica fuori dal PD.  E lo stesso vale per altri sollecitandolo vorranno seguirlo. Si, proprio così, ormai va detto fuori d’ogni equivoco e d’ogni ipocrisia che bisogna arrivare a tanto, per aprire definitivamente la fase nuova che occorre al PD, al quale serve un impegno, un confronto, un lavoro che punti su chi è convinto di scommettere ancora sul Partito Democratico, senza farlo più dipendere da chi ora non sembra esserne più certo… E il ritiro di Minniti ha sicuramente un merito,  permette finalmente al PD di non continuare ad essere incatenato alla doppiezza di Renzi! Pur essendo personalmente uno di quelli (ce ne sono sempre di meno) sensibili ai profili morali che attengono alla politica (e credetemi continuano ad essercene), tuttavia sono restio a evocare le categorie morali dentro la contesa politica. Sia perché spesso se ne abusa nella polemica tra le parti, se ne fa un uso strumentale. Sia perché si fa confusione circa l’idea stessa di “questione morale”. A volte intesa come cura per la legalità (“questione legale”); a volte come dovere di conformarsi ai canoni costituzionali della “disciplina” e dell’ “onore” da parte degli uomini politici e dei rappresentanti delle istituzioni; a volte – si pensi all’accezione che ne diede Berlinguer – come questione in senso proprio politica, quella della occupazione delle istituzioni da parte dei partiti, foriera di molteplici degenerazioni, legali e comportamentali… Vedasi Salvini e Di Maio: “noi siamo lo Stato perché votati dal popolo!” Dunque, è sempre meglio distinguere e fare un uso parsimonioso del giudizio morale quando si ragiona di politica… Chi ha già avuto modo di leggermi sa quanto io sia sempre stato e sia ancora critico con Renzi sin da quando egli era in auge, con riguardo alla sua politica e alle sue politiche (al plurale). Molto meno evocando ragioni extra-politiche. Solo da quando è iniziata questa lunghissima vigilia del congresso… e io valuto che sia iniziata dopo la sconfitta del referendum del dicembre 2016. Che il congresso lampo del PD del 2017 fu un congresso fatto su regole astruse e ormai superate… anzi per dirla senza alcuna ipocrisia ritengo si possa, anzi si debba muovere a Renzi, da quel dì, proprio un rilievo di natura diciamo etico-politica. Più esplicitamente di scorrettezza verso il partito, e i suoi elettori, fin da quei tempi. Infatti tutto il fastidio verso la retorica del partito inteso come “comunità”. O più esattamente, secondo Costituzione, è “associazione” di cittadini accomunati da un fine politico… non è improprio quindi qualificare come slealtà verso le concrete persone dei militanti e degli elettori del PD il doppio giochismo di Renzi, che dopo la sconfitta referendaria ha prodotto la lunga serie di sconfitte elettorali fino a quella pressoché fatale dello scorso 4 marzo… la stessa slealtà che ha indotto Minniti oggi a revocare la sua candidatura… Per non farla troppo lunga, avendone già scritto a più riprese delle ambiguità e slealtà di Renzi, stando invece alla rinuncia di Minniti a candidarsi alle prossime primarie. Renzi prima lo ha incoraggiato, spingendo una parte dei suoi a sostenerlo, e poi lo ha mollato. Nel mentre faceva intendere di non escludere di lasciare il PD e di dare corso ad altre iniziative partitiche. Intendiamoci: non si tratta di una novità. Via ogni alibi… dal primo giorno della sua Segreteria, Renzi ha dato mostra di concepire e di praticare un rapporto strumentale con il partito, non di servirlo ma di servirsene. Di sicuro non vi ha dedicato cura. Né sul territorio, né nel trattamento riservato agli organi di direzione politica, ridotti a sedi di ratifica di decisioni assunte altrove… Ha sempre trasmesso l’idea che il partito fosse un ingombro, non una risorsa. Gli si è concesso di dare più importanza alla Leopolda – fuor di ipocrisia, appuntamento della sua corrente – che non agli incontri istituzionali del partito negli anni in cui era segretario politico. Nulla fece – eloquente e scolpito nella pietra un fuorionda di Delrio – per scongiurare la scissione del PD, il minimo sindacale di un capo partito responsabile. Ancora di recente, comiziava a Firenze in contemporanea con il discorso di chiusura della Festa dell’Unità da parte del Segretario reggente Martina; disertava ostentatamente l’assemblea che ufficializzava l’avvio del congresso; confezionava una propria contro finanziaria (cui incredibilmente si è prestato Padoan) dopo che il PD ne aveva approntata una sua. Dopo avere tenuto in ostaggio il PD nei giorni cruciali della formazione del governo, condannandolo a inerzia e immobilismo e dunque favorendo l’intesa tra Lega e 5 stelle, ora Renzi, con la sua doppiezza e con il suo ostruzionismo, di fatto concorre al fallimento del congresso. Delle due l’una (e forse ancora lui stesso non si è risolto): o per reiterare la condizione di un PD debilitato, acefalo e ancora da lui controllato o, più plausibilmente, per depotenziarlo così da mettere le basi per il varo di un suo autonomo partito. Non sono mai stato un fan di Minniti. Anzi molte cose mi dividono politicamente: una concezione securitaria dello Stato che risente della sua estrazione comunista; la circostanza che, nonostante la cura di marcare la propria autonomia, la sua candidatura portava il segno originario della investitura renziana (come attesta la stessa motivazione della sua rinuncia) e dunque difettava della decisa discontinuità necessaria; la presenza, tra taluni suoi sponsor, di politici sui quali si appunta più di un sospetto di figurare tra i 101 che determinarono la mancata elezione di Prodi al Quirinale… E tuttavia quella di Minniti sarebbe stata una candidatura competitiva, che avrebbe potuto dare senso e sapore al congresso. La contesa tra lui e Zingaretti avrebbe avuto il pregio di fare un po’ di chiarezza: due candidati plausibili che – semplificando – si distinguevano lungo due assi: destra-sinistra del partito, continuità-discontinuità. Come da copione, ancora una volta, con azioni e omissioni, Renzi ha concorso al naufragio di una sana competizione tra i due candidati più accreditati… Due le conclusioni. La prima: a questo punto, è auspicabile – per il PD, per il centrosinistra, per la democrazia italiana cui tanto necessita una opposizione protesa a un’alternativa – che Renzi si faccia il suo partito moderato e centrista, con il quale un PD finalmente non più incatenato dal renzismo possa eventualmente allearsi o meno. Considerate la regola elettorale proporzionale e l’evidente archiviazione della velleitaria ambizione del “partito a vocazione maggioritaria” che disdegna le alleanze. La seconda conclusione: grande è la responsabilità di chi – in realtà quasi l’intero gruppo dirigente del PD – ha subito una leadership padronale che, da gran tempo e visibilmente, ha mortificato sino a dissolvere la dignità e l’autonomia del partito democratico. Una ragione in più per auspicare un radicale ricambio di quel gruppo dirigente… Con la sua decisione Minniti ha finalmente scoperchiato il vaso e mostrato la doppiezza di Renzi…

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