Pd: il grande assente…

Sono passati 89 giorni e i riflettori dell’opinione pubblica sono stati tutti puntati su Lega e 5 stelle. Media e Social in preda a una sorta di “ordalia” comunicativa, si sono scatenati nell’informazione dettagliata di ciò che accadeva ora dopo ora… ma, si potrebbe anche dire minuto dopo minuto di ogni giorno di questi lunghi tre mesi necessari al ‘faticosissimo’ parto di questo “governo del cambiamento”. Raccontandoci via via, la fatica degli “ostetrici” Di Maio e Salvini impegnati nella sua nascita avvenuta ieri sera. E oggi, il nuovo Governo giurerà nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A proposito, qualcuno ha notizie del PD? Grande assente in  tutto questo lungo periodo di gestazione che dal 4 marzo ha portato ad oggi all’insediamento dell’innedito Governo giallo-verde. I democratici sono ancora “tramortiti” dalla batosta elettorale del 4 marzo. E stanno disperatamente pensando di come convincere gli italiani a tornare ad avere fiducia in loro. Impresa, sempre più somigliante a una “mission impossible”. Soprattutto se si guardano gli esiti della recente assemblea dei delegati. Stando alle magre cronache, mostrano impietosamente: le prove muscolari dentro il gruppo dirigente sempre più diviso. Le contestazioni plateali e i fischi da “Corrida” dei delegati sempre più imbufaliti dall’inconcludenza dei loro dirigenti. Finendo ancora una volta (era successo anche nell’ultima Direzione) nell’ulteriore rinvio di ogni discussione di merito sulle ragioni di cotanta sconfitta elettorale. Un rinvio al dibattito nel congresso prossimo venturo (del quale non è stata fissata la data: campa cavallo). Questo ulteriore rinvio, ça va sans dire, è stato necessario per “senso di responsabilità” e nell’intento di “salvaguardare l’unità del partito”. Ma ormai tutti sappiamo, che tanto andranno presto e molto prima del congresso al “corpo a corpo” per scegliere come nel passato anche questa volta nelle “democratiche primarie” tra Martina il reggente, Guerini o qualcun altro dei renziani o Zingaretti l’outsider. Per fare cosa, però, non è dato sapere!? A proposito Renzi, che ancora gioca al Segretario “ombra”, comunica che lui non sarà in lizza per la segreteria… nel contempo informa gli italiani, nell’ennesima comparsata televisiva, che lui parteciperà alla “partita” che il PD giocherà nello “stadio” della politica italiana, stando in campo da semplice mediano (sic!). Per quanto riguarda le attuali intenzioni del PD, più di un suo dirigente confermano  la collocazione del partito all’opposizione del neonato primo governo “sovranista” d’Europa. Dichiarando all’unisono  di essere molto, molto, molto preoccupati di quanto potrà accadere di male alle nostre tasche a causa dello risalita dello “spread”, che in queste ultime giornate ha mostrato più di qualche nervosismo. Chissà, il Pd, quale strada sceglierà? Che opposizione eserciterà? Quali proposte avanzerà? Se insomma supererà l’afonia (copyright Sabino Cassese) che gli ha impedito di presentarsi come un’alternativa possibile di governo durante la campagna elettorale e poi gli ha impedito di entrare con i piedi nel piatto della lunga discussione per la formazione dell’attuale neonato governo. La sua parola d’ordine ripetuta come fosse un mantra è stata prima “abbiamo governato bene” e, dopo il 4 marzo, “abbiamo perso, ora tocca agli altri”. Ma è mancato il messaggio tipico di chi si sente “mandato” (??) all’opposizione dai suoi elettori: “se avessimo vinto noi avremmo fatto questo e quello”. E non è cosa di poco conto. D’altronde il PD sembra dominato da due sentimenti. Uno è l’ansia, la paura di finire definitivamente nel cono d’ombra dell’insignificanza, di non riuscire ad arrestare quel declino che i sondaggi spietati certificano, settimana dopo settimana. Si tratta 
di una consapevolezza ormai concreta alimentata dal solo pensiero dei prossimi appuntamenti elettorali, non solo di quelli che si terranno tra qualche giorno e che vedranno circa sette milioni di italiani alle urne, per rinnovare le amministrazioni di 799 Comuni, ma anche del prossimo anno, nel 2019: si voterà in 4092 Comuni, mezza Italia, una marea di piccoli centri, ma anche a Bari, Bergamo, Ferrara, Firenze, Modena, Padova, Reggio Calabria, Prato, Reggio Emilia, Sassari, la maggior parte a tutt’oggi guidati dal centrosinistra. Un test fondamentale, assieme a quello delle Europee. E si bissa nel 2020 con un altro migliaio di Comuni e alcune Regioni importanti come Campania, Veneto, Puglia, Toscana, Liguria, Marche e Umbria, cinque delle quali vedono in sella un governatore di centrosinistra. Ne potrebbe uscire un’Italia e anche un’Europa ulteriormente rivoluzionate. Tutti timori più che fondati. Ma ora, dopo il governo e il contratto tra “il signor Di Maio e il signor Salvini”, nel Pd l’angoscia, di restare schiacciato dall’alleanza Lega-M5S è sempre più concreto. Se poi si andasse a delle elezioni politiche anticipate… “Mamma mia!” E’ proprio una gran fifa. Il secondo sentimento è la speranza, per la quale si tifa apertamente, che il Contratto resti sulla carta, che le stelle del programma 
si spengano dinanzi alle difficoltà dell’amministrazione quotidiana 
e ai vincoli imposti a un Paese sotto osservazione, insomma che l’alleanza fallisca affossando il governo penta-leghista. E di conseguenza che, a quel punto, i consensi dei delusi se ne tornino a casa. Sicuramente un ottimismo di troppo assieme a troppa semplificazione. Magari fosse così facile, così automatico… Serve anche lo sforzo di Maurizio Martina che ha voluto confermare l’iniziativa dell’andare in piazza oggi 1 giugno, nel pomeriggio a Roma,  per difendere la istituzione della Presidenza della Repubblica. Della quale l’altro ieri, al Senato, proprio Renzi (il mediano della squadra) gia diceva: “Che senso ha fare una manifestazione del genere se i 5 Stelle hanno ritrattato l’impeachment?”. Per Martina invece adesso che è mutato ancora una volta lo scenario è necessaria la manifestazione perché può rappresentare comunque la risposta del Pd alla nascita del nuovo governo, che: “…ha un programma pericoloso per il Paese. Perciò lavoreremo da subito dall’opposizione per costruire l’alternativa forte e popolare di cui il Paese ha bisogno”. Sono due modi di pensare il ruolo del partito e la sua unità rispetto agli obiettivi. L’unico modo per risalire la china è quello di costruire un ruolo di alternativa credibile presentando proposte di governo concrete e praticabili che suonino come una vera opzione presente sul mercato politico. Finora il Pd è stato il grande assente, facendo prevalere silenzio e vaghezza. Un grande punto di domanda. Il Pd è ingessato dall’impossibilità (incapacità?) di ricondurre a unità le varie anime del partito, che il fallimento del renzismo e l’azione divisiva del suo ex leader hanno creato – un’operazione di bieco potere per il controllo stile “manu militari” degli organismi dirigenti e dei gruppi parlamentari del partito. Operazione ancora negata da Renzi e dai suoi. E, oggi, certo, ci sono anche nuovi riferimenti politici e culturali che sono ulteriormente divisivi: Renzi  subisce il fascino della sfida macroniana, ed è tentato di andare oltre il PD, e pensando alla riproposizione delle riforme istituzionali e la indicando nella crescita dell’economia, una soluzione e, guarda ancora al centro berlusconiano; e chi invece pensa alla ricostruzione  della sinistra guardando a Jeremy Corbyn, meno vincoli europei, lotta alla globalizzazione e scelta di campo a favore degli esclusi e degli emarginati… Non si tratta solo di una alternativa tra due ricette, è la domanda chiave del momento, e cioè capire se basti solo l’una o solo l’altra formula, o non servano e l’una 
e l’altra più  altro ancora, per ridurre le disuguaglianze, oggi problema numero uno e causa principale del diffuso rifiuto di ogni establishment. Infatti bisogna chiedersi e lo fa lucidamente Federico Rampini in un articolo “Ma la Borsa non è di sinistra” su La Repubblica: “Com’è accaduto che lo spread Btp-Bund sia diventato la Linea Maginot dietro la quale la sinistra italiana è asserragliata, il baluardo a cui si aggrappa in questa tempesta istituzionale? È normale che lo slogan dei progressisti sia “attenti al giudizio dei mercati?” Rifiutare il piano B dell’uscita dall’euro, significa sdraiarsi sull’austerity germanica? Proprio quella che abbiamo criticato per anni? E continua: “…molti di noi si sentono stritolati in questa opzione. Ci sentiamo traditi da una Sinistra che fa di tutto per dar ragione a chi la descrive come establishment. Chi commenta l’indice Mib come fosse un giudizio divino sembra dimenticare che in altre circostanze la Borsa premia le aziende che tagliano i costi licenziando o ingrassano i profitti eludendo le imposte nei paradisi fiscali. La Borsa ha i suoi criteri. Non dovrebbero essere i nostri”. Nel PD ci sono due anime che tendono a scindersi. Per conciliare le quali occorrerebbero chiari contenuti decisamente condivisi. E sicuramente anche un modo diverso di comunicare la propria opposizione e un’idea diversa di Paese. L’impressione è che non basti solo richiamare tutti alla responsabilità; spulciare i curriculum degli avversari; elencare i vulnus alla Costituzione; evocare i possibili disastri economici prossimi venturi. Agitare la paura dello “spread” fuori controllo. In materia di paure “Salvini docet”. Una definizione sbrigativa della parola “populismo” fa rima proprio con il rifiuto testardo di regole ragionevoli, di vincoli, trattati, e della classe politica che li ha finora interpretati. Perché sono proprio questi uomini e cose che l’Italia che si è tinta di “gialloverde” mette sul banco degli imputati accusandoli di aver fallito. Per convincere gli italiani del contrario c’è solo un modo: tornare umilmente tra il “popolo” dimostrando di avere un programma attento a loro, vicino alle loro esigenze e più efficace nella soluzione dei problemi che agitano la nostra società. Non è certo facile… e non sono certo sufficienti gli auspici e gli auguri…

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