Pd: la linea politica del boh!? Il partito non sa che fare… sull’immigrazione, ma anche sul referendum per il taglio dei parlamentari…

Riprendono gli sbarchi degli immigranti… ne sono arrivati nell’ultimo mese già qualche migliaio e si riaccendono discussioni e polemiche… il Pd è chiaramente in difficoltà. Difendeva la capitana Rackete, ma a tutt’oggi non hanno ancora abolito i decreti Salvini. Parlamentari Pd salivano sulla Sea Watch 3, mentre ora non riescono a mobilitare qualche decina di militanti sull’argomento. La missione in Libia va avanti praticamente come prima. Di discontinuità col governo grillino-leghista: a parole poco e di fatto nulla. Salvini ricomincia a soffiare sul fuoco del pericolo straniero e Giorgia Meloni, leader di Fratelli di Italia, accusa addirittura il governo di «furia immigrazionista». Sempre più come conseguenza evidente dell’avvento del Conte due, è proprio questa: la sparizione di un convincente tratto riformista di sinistra nella linea del Partito democratico e dintorni. Intendiamoci: qualcuno è rimasto, ma sembra la particella di sodio indicata sull’etichetta dell’acqua minerale. E sul fronte migranti, che era rimasto l’ultimo orizzonte, la differenza è ormai ridotta a zero, tra Conte 1 e Conte 2. «L’avvicendamento tra due coalizioni di governo, nonostante alcuni iniziali e promettenti annunci, non ha prodotto una significativa discontinuità nelle politiche sui diritti umani in Italia, in particolare quelle relative a migranti, richiedenti asilo e rifugiati», così il presidente di Amnesty Italia, Emanuele Russo, presentando a giugno l’ultimo rapporto 2019-2020. Nel partito cresce così l’insofferenza per la mancanza di una linea politica che dia identità precisa al partito dentro allo stesso gruppo dirigente. La linea politica che si esprime quando si arriva al che fare… rimane quella del …boh!? E non è solo sulla questione immigrazione, oggi, anche sul referendum per il taglio dei parlamentari tornano i “mal di pancia”. Dopo aver votato tre volte contro in Parlamento, e poi averlo accettato nel programma di governo a condizione che venissero approvati dei precisi contrappesi, adesso il partito di Zingaretti è diviso tra chi difende l’alleanza, chi pensa sia un pericolo per la democrazia (con Bettini in mezzo) e chi voterà No. In attesa che Prodi dica la sua. Par condicio e libertà di coscienza vengono richieste e così si increspano le acque nel Pd sul referendum del 20 settembre sul taglio del numero dei parlamentari, perché prendono corpo le due richieste suddette, ingredienti piccanti di una inedita battaglia interna. «Stiamo per mandare una lettera a Nicola Zingaretti per chiedere che nel partito siano concessi uguali spazi a tutte le posizioni, a partire dai dibattiti nelle Feste dell’Unità e nei circoli», dice Tommaso Nannicini, animatore del fronte del No. Una battaglia persa in partenza? Anche se fosse, non è un buon motivo per non farla. Anche perché la situazione sta evolvendo di pari passo con il disastro dell’operazione politica messa in piedi al momento della formazione del Conte bis, quando il M5s pose al Nazareno fra le varie condizioni quella appunto di approvare la riforma costituzionale passata tre volte in era gialloverde (con tre voti contrari del Pd) e bisognosa del quarto e decisivo sì. Che il partito di Zingaretti concesse a patto che contestualmente fossero approvati “contrappesi” a cominciare da una nuova legge elettorale di stampo proporzionale… Peccato però che, almeno finora, di quest’ultima legge non c’è traccia, dopo l’ennesimo salto all’indietro di Matteo Renzi che è tornato sui suoi passi verso il maggioritario. L’ennesima trappola? Trappola o meno che sia, è un fatto certo, che oggi il Pd si ritrovi impantanato in una bella contraddizione: ha indicato (anche se sfugge esattamente dove e quando fu presa la decisione formale) il sì al referendum, ma si trova a sostenere una riforma contro la quale non solo aveva votato tre volte contro ma che riceverebbe anche oggi un suo quarto no, visto che della nuova legge elettorale non c’è traccia. Tutto è possibile ma appare difficile che un accordo che non si è trovato in sei mesi si possa raggiungere in extremis. Di questa difficoltà si è ben reso conto Goffredo Bettini che parlando con Repubblica ha detto che «senza una nuova legge elettorale, dimezzare il numero dei parlamentari può persino diventare pericoloso per il regime democratico». Ora, può il Pd avallare una specie di golpe? «Il referendum interpella le coscienze individuali di tutti e ogni scelta è legittima», ha aggiunto Bettini: di fatto è lo sdoganamento della libertà di coscienza, che in questo contesto non è una mera applicazione di un diritto costituzionale, ma il segno di una difficoltà politica. E infatti nei prossimi giorni i sostenitori del No sono destinati a crescere, al Nazareno e dintorni. La questione è destinata a fare da cartina di tornasole di una incipiente, per ora semi-sommersa, discussione sulla linea generale del partito, con i vari critici di Zingaretti e dell’asse con i grillini coagulati intorno a una battaglia addirittura per la democrazia e la rappresentatività, un tema di primaria grandezza su cui non si può giocare al tavolo verde degli accordi di governo come se nulla fosse. E infatti ecco muoversi i vari Nannicini, Giorgio Gori con #ricominciodalnord, probabilmente si aggiungeranno, Luigi Zanda, l’europarlamentare Daniele Viotti, con Gianni Cuperlo che si associa alla richiesta di una par condicio “interna”, mentre da fuori l’Espresso ha dato il via a una campagna per il No a cui si aggiungeranno il Manifesto e il nuovo quotidiano edito da Di Benedetti ‘Domani’. Pronti a votare No anche vari padri nobili del Pd, da Pierluigi Castagnetti ad Arturo Parisi a Claudio Petruccioli (e chissà che farà Romano Prodi?) o intellettuali come Claudia Mancina, Alberto Asor Rosa, Biagio De Giovanni, Mario Tronti. Ne vedremo quindi delle belle. E ancora una volta il Pd dovrà dire grazie a Renzi …ma non doveva piantarla lì e fare altro nella vita già da qualche tempo?

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