PD: ma ha proprio vinto Zingaretti?

C’è già stato modo di esprimere in altri post pubblicati su questo Blog, più di qualche qualche dubbio sulla reale lealtà dei comportamenti di Matteo Renzi e dei suoi ‘pasdaran’ verso il nuovo Segretario del PD e il nuovo PD (inclusivo e plurale) che Zingaretti vuole ricostruire… e ciò pone un interrogativo: “ma l’ha proprio vinto Zingaretti il Congresso? I sondaggi al momento continuano a premiare il PD dopo le primarie che hanno indicato con nettezza chi deve essere il nuovo Segretario del partito. Poco alla volta ci si distacca da quel tragico risultato delle scorse Politiche anche se il PD è di fronte a una lenta risalita e non certo a una clamorosa inversione di marcia. Quel poco, che poi è già tanto, che il Partito Democratico sta racimolando lo può riperdere tutto d’un colpo a partire da domani domenica 17 marzo quando si riunirà l’Assemblea nazionale che, dopo la certificazione della nomina di Zingaretti e la probabile elezione di Paolo Gentiloni a Presidente del partito, dovrà dare una sistemata ai vertici dei provvisori ospiti di via del Nazareno… Infatti, è in corso… la corsa per farsi eleggere in Direzione, come primo passo per farsi rieleggere al prossimo parlamento, ciò è diventato più travolgente dopo il disgregarsi della corrente renziana. Molti esponenti di quel gruppo sono già passati col neo segretario, altri che hanno tifato per Maurizio Martina si preparano a farlo, altri ancora costituiranno la ridotta in cui si chiuderanno i renziani in attesa della rivincita (campa cavallo…!). La corsa a posti del tutto inutili nel momento in cui si struttura una nuova leadership che dovrà per forza di cose presentare facce nuove, può comunque dare l’idea all’elettorato piddino che nulla è veramente cambiato e che la vecchia nomenklatura spera ancora una volta si farla franca… Le ambizioni politiche sono tutte legittime. C’è però un limite che in questi anni non è stato osservato, per dirla con Peppino Calderola: “ci sono ambizioni che distruggono l’oggetto del desiderio”. Che senso ha fare la guerra mondiale per entrare nella Direzione di un partito che potrebbe di punto in bianco perdere nuovamente terreno proprio per colpa di queste ‘guerre’ interne? Siamo di fronte ad una delle malattie del nostro tempo recente. E la fine dei partiti favorisce il crescere di uno smodato protagonismo personalistico per cui ciascuno è convinto che “senza di me è il diluvio”. Per amor di verità, accadeva così anche nei partiti veri. Il manuale Cencelli di democristiana tradizione serviva a sistemare in modo scientifico il rapporto fra le correnti… Quindi attendiamo i quotidiani di lunedì 18 marzo per sapere quanti ex renziani sono saliti al vertice, chi è caduto, che fine ha fatto Matteo Orfini e se Maria Elena Boschi è forte ancora oppure no… Sia chiaro anche il mitico Pci (non solo la Democrazia Cristiana) ha sempre avuto attenzione, non solo negli ultimi anni, alle correnti, lì un tot di amendoliani, lì un tot di ingraiani, poi i berlingueriani e via via con denominazioni derivanti da cognomi di vari capetti locali. Tuttavia alla fin della fiera c’era un primato dell’interesse generale, del “non ci facciamo riconoscere” che spingeva a chiudere rapidamente la questione per dare un assetto dignitoso al vertice del partito. Qui invece si ha sempre più a che fare con siamo “todos caballeros”. Tant’è che Giachetti e i suoi fanno sapere che non parteciperanno al voto per l’elezione di Gentiloni e Zanda, nonostante il rapporto personale di lunga data, che lega l’ex candidato alla segreteria con i prossimi presidente (soprattutto) e tesoriere, risalente ai tempi della giunta capitolina di Francesco Rutelli. “Ma la questione è politica, non certo di affetto personale”. La minoranza renziana DOC, alla faccia del ”mai più fuoco amico” dichiarato dall’ex Premier e ex Segretario… vuole segnalare il proprio distacco dai nuovi organismi dirigenti, anche solo dalla loro scelta, soprattutto se essi nascono come scelta autonoma e non condivisa del nuovo segretario (ma Renzi non faceva così? Decideva tutto da solo). Giachetti è il primo a segnalare così nettamente la prima linea di demarcazione. Ma la lista dei distinguo delle minoranze (plurime) nella celebrazione dell’investitura di Zingaretti è infatti lunga. Anzi, così lunga da poter dire che il nuovo PD di Zingaretti parte nel segno più che delle vecchie correnti… di tante “sacche di resistenza”. Dei “pasdaran” Renziani di Giachetti, la Boschi e altri… si è detto. Mentre più dialoganti sono le anime che compongono la mozione Martina. O sarebbe meglio dire la ex mozione Martina, visto che ormai ciascuna componente si muove per conto proprio: Martina-Delrio, Lotti-Guerini, Orfini, Richetti presidiano ormai i rispettivi campi senza più un coordinamento comune. Il primo a porgere la mano al nuovo segretario è stato Delrio capogruppo alla Camera, che in un’intervista a Repubblica tre giorni dopo le primarie ha detto chiaramente: “Noi lavoreremo con Nicola”. Mentre, il numero due del ticket, Matteo Richetti, avendo mandato a “fan culo” Martina qualche giorno prima delle primarie, ha invece già convocato per il 7 aprile a Milano la sua fondazione Harambee, per riattivare le persone a lui più vicine, deluse come lui dall’esperienza congressuale appena fatta. Ultima notizia è che si riunita alla Camera (l’altro ieri sera) la componente ex renziana di Luca Lotti e Lorenzo Guerini. Il primo obiettivo era quello di contarsi e mostrarsi come la minoranza più consistente. Zingaretti ne è ben consapevole e infatti ha già avviato i contatti con l’ex braccio destro di Renzi per disinnescare eventuali tensioni. I due non hanno parlato tanto del merito della scelta di Gentiloni, personalità non messa in discussione (nonostante la rottura ormai consumata tra lo stesso Renzi e il suo successore a Palazzo Chigi) quanto piuttosto del metodo da utilizzare da Domenica in avanti per selezionare gli organismi dirigenti. L’ingresso in segreteria dei segretari regionali – voluto da Zingaretti – consente anche a quest’area di essere ben rappresentata, anche se solo di risulta e se questa strada, sarà intrapresa dal nuovo leader anche per altre decisioni, una convivenza pacifica sarà sicuramente possibile, seppur nella distinzione dei ruoli. È in questo senso che, senza mettere in discussione il voto per Gentiloni, qualche dubbio permane su Zanda, “tesoriere” …senza tesoro, che i renziani hanno dissipato in questi anni, ma scelto in totale autonomia dal segretario e non graditissimo da questo pezzo di ex renziani. Quindi sulla sua elezione non è escluso che possa scaricarsi domenica qualche fibrillazione. Sia i lottiani che gli orfiniani tengono poi d’occhio la partita dei capigruppo. L’eventuale sostituzione di Delrio e Marcucci, che non avverrà comunque prima delle europee, sarà un banco di prova per le capacità inclusive di Zingaretti. Sia alla Camera che al Senato, infatti, l’area Lotti-Guerini può contare su una buona maggioranza, come fotografato anche dalle delegazioni parlamentari inviate in Assemblea (28 deputati su 68 selezionati e 17 senatori su 33, nonostante un riequilibrio trovato a fatica per riallinearsi in parte ai risultati delle primarie). “È evidente che devono fare i conti con noi”, dicono i lottiani. Provano a spingersi più in là nelle pretese gli orfiniani, secondo i quali almeno uno tra il Presidente del partito e quello dei deputati dovrebbe essere appannaggio della loro minoranza, veramente una pretesa eccessiva visti i numeri. La doppietta Gentiloni-Orlando (quest’ultimo dato in pole position per sostituire Delrio) è giudicata insomma indigeribile… È possibile, quindi, che proprio Andrea Orlando possa essere, almeno in una prima fase, la vittima da sacrificare sull’altare dell’unità interna. La sua componente sta chiedendo con forza una rappresentanza adeguata a Zingaretti e soffre al contempo la competizione con AreaDem di Dario Franceschini. Al momento, tra i più quotati per uno dei pochi posti ‘organizzativi’ in segreteria ci sono il vicedirettore dello Svimez Giuseppe Provenzano per gli orlandiani e Marina Sereni (possibile vicesegretario) per AreaDem. Se al Senato dovesse andare uno tra Franco Mirabelli (più probabile) e Roberta Pinotti, entrambi franceschiniani, va da sé che Orlando si sentirebbe in diritto di chiedere la poltrona di Montecitorio, incontrando però come detto le resistenze delle minoranze, che avrebbero i numeri per mettersi di traverso nella votazione all’interno del gruppo. Probabilmente tutti questi movimenti in corso in queste giornate tra ciò che resta delle correnti interne, eviteranno di apparire in modo “deflagrante” nell’Assemblea di domenica, è convenienza di tutti, farle apparire solo come degli “spifferi”. Segnali da inviare al nuovo segretario in vista di altre partite, che si giocheranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, in modo di rendere comunque pubblica la presenza di “sacche di resistenza” comunque legate ancora ad altre stagioni politiche… Ovviamente, in buona parte del gruppo dirigente, al di là della “nuova facciata” dl partito, non frega niente a nessuno di impegnarsi per una reale unità dello stesso. A questo punto di tutto ciò dovrebbe essere cosciente Zingaretti (e lo è) il problema è come si muoverà …se avrà la capacità (vista l’inattesa partecipazione alle primarie che l’hanno eletto con quasi il 70% dei voti) con un gesto più che d’autorità… di una conquistata autorevolezza che verrebbe ben compresa visto il risultato… dicendo chiaramente alle varie correnti che nell’assemblea sono comunque presenti, secondo un rigido criterio proporzionale legato al voto delle primarie, che è il segretario ad avere l’onere della scelta di coloro che saliranno al vertice. Così facendo Zingaretti mostrerà come si suole dire… “le palle”. Ci sarà chi dirà che ciò non è molto democratico (ma quando è toccato a lui/loro, l’hanno fatto fregandosene della democrazia) e contraddicendo la fama di essere un uomo tollerante e inclusivo. Ma così il nuovo Segretario eviterebbe di fare la figura del fesso (non essendolo) ribadendo con ciò che è Lui ad aver effettivamente vinto e in maniera netta, il Congresso del Partito Democratico. Evitandosi di rimanere altresì “impastoiato” nelle dinamiche correntizie del passato… è questo il rischio più grave che deve evitare Zingaretti…

E’ sempre tempo di Coacing! 

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