PD: una sconfitta senza se e senza ma, finendo logoro e a pezzi…

Per il PD le elezioni politiche dello scorso 4 marzo, si sono risolte in una ‘sconfitta senza se e senza ma’.

Le ragioni di questa debacle sono abbastanza evidenti. E c’è una causa scatenante: questo insuccesso è la conseguenza di quel che è accaduto 15 mesi fa. Non si è solo votato, si è di fatto celebrato un nuovo referendum. Almeno per Renzi, queste elezioni sono la seconda puntata del 4 dicembre 2016. Perché da lì viene questo nuovo colpo al segretario del PD. Il “peccato originale” risale a quella data. E tutti gli errori commessi dal leader democratico gli fanno Eco. Va detto chiaramente: oggi, il PD è a rischio ‘estinzione’. Del resto fu sbagliata tutta la gestione della riforma costituzionale. Il vero nodo di quella vicenda non era il merito della riforma. Non è mai stata in discussione la necessità di ammodernare il nostro impianto costituzionale. Semmai lo sono state le modalità con cui è stata condotta, che hanno provocato il  rigetto da parte dell’elettorato di centrosinistra e anche da parte, di quei cittadini, che alle europee dell’anno precedente avevano deciso di premiarlo, seppur non elettori abituali del centrosinistra. Aver personalizzato quell’appuntamento, anziché depotenziarlo è stato il detonatore della protesta. Lo hanno considerato un gesto di arroganza che questo Paese non sopporta, soprattutto quando i benefici non vengono distribuiti.  Ossia quando l’economia non aumenta o mantiene il benessere. Allora il Segretario del PD invece di riflettere sulle cause di quel risultato… in ogni sua mossa successiva ha tentato di rimuoverlo o addirittura di cancellarlo. Ogni sua scelta, però, ha reso ancora più problematico il suo rapporto con l’opinione pubblica. Aver promesso le sue dimissioni dalla vita politica, e poi averle di fatto ritirate, è stato il primo atto che ha fatto rotolare la sua immagine nella percezione degli italiani. Ha lasciato la presidenza del consiglio, non la guida del PD. Ha imposto un congresso ‘lampo’ per “non lasciare la politica”,  ripresentarsi al congresso  del PD gli ha permesso la classica “vittoria di Pirro” vincendo tra i militanti, e imponendosi nelle primarie con un numero più ridotto ( un milione in meno) di partecipanti rispetto alla volta precedente. Ma ciò non è valso analogamente e più complessivamente a farlo risalire nel consenso dell’opinione pubblica e nell’elettorato. Rieletto Segretario, si è blindato dentro il Partito che però era già agonizzante. Il PD è rimasto in “coma profondo” per questi 15 mesi e nel contempo, ha perso tutte le prove elettorali amministrative quelle regionali e quelle  comunali. Ora incassa una ulteriore sconfitta, che può definirsi ‘storica’ con il peggior risultato della sinistra nella storia repubblicana.  Finendo logoro e a pezzi in una situazione alquanto drammatica. Per Renzi l’idea della rottamazione politica assieme alla centralità della sua forte leadership sono tratti ineliminabili del suo carattere… Il PD, però, è nato come la fusione di culture e tradizioni politiche diverse. E per sua natura ha bisogno di mediazioni e mal sopporta gli eccessi verticistici. Renzi, in una sorta di “delirio di onnipotenza” ha dato sfogo alla sua innata arroganza, convinto della sua autosufficienza e comportandosi in maniera autoreferenziale. Ignorando ogni segnale di disagio e l’affanno nei quali continuava a vivere gran parte del Paese. Respingendo i segnali  che venivano dalla base del partito e rifiutando ogni suggerimento e qualsiasi aiuto offerto dai “padri nobili” che avevano fondato il Partito e che lo sollecitavano ad una gestione più collegiale dello stesso. Proseguendo di errore in errore. L’ultimo la definizione delle liste elettorali dopo il varo del Rosatellum, ha ulteriormente “asfaltato” le minoranze interne, riducendone le presenze al di sotto del peso delle loro effettive rappresentanze congressuali. Convincendo così tutti quanti, che l’unico vero obiettivo fosse quello di costituire gruppi parlamentari fedeli più che plurali. Al di là di ogni previsione dei possibili risultati elettorali. Così come la scelta di evitare in questa campagna elettorale un effettivo passo indietro a favore di Gentiloni. La popolarità dell’attuale Premier  e di alcuni suoi ministri, è stata infatti, da Renzi totalmente accantonata o meglio “rottamata”. Trasmettendo così l’impressione di voler lasciarsi una porta aperta per una sua nuova premiership di governo con un’intesa con Silvio Berlusconi. E oggi, incoscientemente, accusa dell’insuccesso elettorale  tutti quanti gli altri. Gli scissionisti di Liberi e Uguali. Le minoranze interne del partito (Cuperlo, Orlando, Emiliano), la Stampa nazionale ed estera per una non corretta informazione sui risultati dei tre anni del suo governo e per aver diffuso Feke News. “Gufi!”. Persino il Quirinale  responsabile di non aver permesso le elezioni anticipate nelle due finestre temporali possibili del 2017. E il governo Gentiloni, reo di aver condotto una campagna elettorale troppo tecnica, in luogo di una più politica e con qualche “colpo di scena”. Magari quello sulla Banca d’Italia e la responsabilità del Governatore Visco, per non aver ben vigilato sul nostro sistema bancario. E per la quale, a fine legislatura, aveva comunque voluto insediare una apposita Commissione Parlamentare d’indagine. Rivelatasi poi, un vero e proprio boomerang nei confronti del “Giglio Magico” nella persona del Ministro Boschi, per le vicende del padre in Banca Etruria. Quella del 4 marzo è stata quindi una ‘sconfitta storica’, largamente annunciata prima e oggi, servono a poco le giustificazioni dei renziani Doc, che ricordando come anche gli altri partiti socialisti europei hanno perso consenso e soffrano di analoghe crisi elettorali… Vero, ma il PD è finito in fondo alla classifica dopo i socialisti francesi. Una gestione del partito spregiudicata e verticistica. Un partito occupato “militarmente”. Una leadership esclusiva e non “discutibile”. Rendendo il PD non “scalabile” e non “contendibile”. C’è da chiedersi come tutto ciò possa essergli stato permesso?! Ma c’è di peggio: visto che alle dimissioni formali dopo la Waterloo elettorale, non corrisponde la sostanza delle dimissioni politiche e di abbandono del comando…  Ancora oggi, impone la sua linea politica. “Noi stiamo all’opposizione e vediamo cosa fanno quelli che hanno vinto, se sono capaci di governare. Noi abbiamo già fatto e fatto bene: rimettendo l’Italia in moto economicamente  …aumentando il Pil e l’occupazione. Vediamo ora che faranno loro… quelli che hanno vinto.”  Accipicchia! Ha ragione il Presidente emerito Giorgio Napolitano quando nel discorso d’apertura di questa 18tesima legislatura nell’Aula del Senato ha sottolineato nel parlare dei risultati elettorali: “…queste reazioni hanno mostrato quanto poco avesse convinto l’auto-esaltazione dei risultati ottenuti negli ultimi anni da governi e da partiti di maggioranza. In termini politici generali, ha contato molto nelle scelte degli elettori il fatto che i cittadini abbiano sentito i partiti tradizionali lontani e chiusi rispetto alle sofferte vicende personali di tanti e a diffusi sentimenti di insicurezza e di allarme. Tutto ciò va messo in relazione con il tempo che stiamo vivendo. È il tempo della globalizzazione, della instabilità e della crisi generale della politica nei paesi dell’Occidente. È il tempo di incessanti, sconvolgenti cambiamenti negli equilibri mondiali”. Renzi, avrebbe dovuto come “minimo sindacale”  semplicemente (umilmente) capire, che l’esito del referendum già diceva dell’esito che avrebbero avuto queste ultime elezioni. Il PD perde nei luoghi del lavoro da Fincantieri, Monfalcone, a Piombino, al Sulcis. Ma, anche in quelli del non lavoro, in tutto il Sud. Ma anche in Emilia, nel cuore democratico di Umbria e Marche. Tra i giovani. I suoi elettori hanno fatto le valige e si sono accasati in molti nel M5s. Ma una parte è andata fino alla Lega. A Macerata Salvini passa dallo 0,6 al 20 per cento. Di fronte a ciò Renzi si è dimesso presentandosi alla Direzione e dicendo: “L’ovvia conseguenza della sconfitta è che io me ne vada. Però…” E, ancora una volta, senza una analisi o una lettura di cosa sia effettivamente accaduto. Senza dire una parola su una legge elettorale, da lui fortemente voluta, convinto che avrebbe in prospettiva, permesso di costituire un governo di larghe intese con Forza Italia. Sempre negando tale obiettivo. Ma con l’intenzione, niente  affatto nascosta, condivisa con Berlusconi, di tagliar fuori il M5s e la Lega da ogni possibilità di governo. Gli italiani all’insegna dell’ “attenti a quei due” hanno fatto vincere proprio coloro che avrebbero dovuto …star fuori dalla stanza dei bottoni. Gli elettori hanno detto a Renzi e al suo PD un altro no! E hanno premiato proprio il M5s divenuto così il primo partito italiano, quello di maggioranza relativa. Ma hanno premiato anche la Lega di Salvini in versione sovranista, portandolo ad essere il primo partito della coalizione di centrodestra a discapito proprio di Forza Italia e di Berlusconi. Certo che tentare di cavarsela dicendo: “La colpa è degli altri” è sicuramente … … … non trovo un aggettivo e che definisca tale comportamento. E poi “fingendo” di chiamarsi totalmente fuori dalla mischia fa comunque assumere al Partito Democratico un profilo politico “aventiniano”. Per dirla con Gianni Cuperlo: “…non è condivisibile chi perde e abbandona la squadra. Ma chi perde e si porta via il pallone perché ci gioca solo lui è peggio”. Renzi non molla. Tiene Il PD in ostaggio, prigioniero del suo livore e lo costringe a attendere immobile una rivincita che non ci sarà. Mentre di fronte alla valanga che si è staccata dal monte, questa volta avrebbe dovuto farsi da parte veramente se non lasciare la vita politica. Per lui non c’è e non ci sarà alcun ulteriore appello! La domanda è quindi: cosa deve fare il PD? La cartina elettorale dell’Italia era tricolore. Ora è bicolore. Il PD è praticamente sparito da gran parte della Penisola. Come lo si spiega? Se la politica del PD era diventa solo contabilità di schede e gioco di potere, il risultato non poteva che essere scontato. Cosa serve? Sicuramente fermarsi. Aprire una discussione. In un congresso? Il PD ne ha fatto uno pochi mesi fa, convocato da Renzi. Ricominciare quindi altre primarie per decidere il nuovo Segretario? No! Lo deciderà l’Assemblea. Quando? Il 21 di questo mese. Certo che bisognerebbe modificare lo statuto. Ma per questo allora serve il Congresso. Le primarie non possono essere più aperte a tutti. Perché? Primo erano sbagliate proprio in linea di principio, il Segretario di un partito lo eleggono gli iscritti. Poi il Segretario non deve mai più essere anche Primo Ministro. Le primarie così fatte, non hanno nemmeno funzionato bene. E’ stato preso un abbaglio. E alla fine non ci sono state né più garanzie né più democrazia partecipata. Il PD è stato trasformato in un comitato elettorale permanente. Un modello ispirato dall’America… Ma, questo PD, con questa forma “liquida” di partito ha collezionato solo sconfitte, non ha funzionato! Il PD è apparso essere un ceto politico legato all’idea del potere come unico fine. Totalmente slegato rispetto ai luoghi fisici del lavoro e della società. E nella società italiana sembra che il PD oggi non abbia più diritto di parola… forse perché non ha più nulla da dire?! Eppure sono state fatte alcune cose buone sul piano dei Diritti Civili. E’ stato anche varato il Rei, il reddito di inserimento. Però… Una grande parte del Paese alla quale la crisi ha fatto male. Si è sentita tradita. Non ascoltata e nemmeno compresa. Un esempio: Persino Casapound ha distribuito i pacchi di pasta in periferia, presidiando il territorio… Ora il giorno dopo si può fare (si deve fare) un convegno antifascista nel centro di Roma e dire “Che schifo!”.  Ma bisogna anche tornare nelle periferie, presidiarle e fare politica tra la gente, il giorno dopo e tutti i giorni seguenti. D’altronde la situazione si era già fatta insostenibile dopo le  sconfitte di Torino, Roma, Napoli e alla fine quella Siciliana. Il PD in tutte  queste occasioni ha fatto un’impressione tremenda. D’essere un ceto politico di privilegiati interessati solo a conservare il potere e le proprie prebende. Adesso occorre ricostruire pensiero, identità politica, rappresentanza. Di fronte a questo scempio Renzi deve farsi da parte e non continuare a condizionarne la linea politica per far eleggere nell’assemblea nazionale (se non verrà convocato un nuovo Congresso) un suo uomo, cambiando Martina (di cui non si fida) come “temporaneo” Segretario del PD. Così finirà per spaccare ulteriormente quel che resta del PD.  Non pare proprio una mossa geniale. Perpetua l’errore fatto dopo la sconfitta del referendum. E nel partito emergeranno solo accanite tifoserie di una partita o meglio di uno “scontro” …a campionato già finito. Male, molto male! Il PD cosa deve ancora attendere perché lo scalpo di Renzi (politicamente parlando) venga issato su di una picca. Non si può  ulteriormente attendere e far passare un principio alquanto discutibile proprio sul piano della democrazia interna e funzionale di un Partito che: “un capo che perde continuamente non possa essere rimosso”. Si è voluta una legge elettorale fallimentare che contava sul voto utile. Bene, il voto utile l’ha ottenuto il M5s arrivato al 32 e rotti per cento, contro il centrodestra, che comunque come coalizione ha avuto una percentuale ancor più alta di voti il 37 e più per cento. La coalizione di Centrosinistra non si è mai costituita e nemmeno palesata, nonostante +Europa e altri “cespugli”, la frattura non si è ricomposta. Renzi credeva che Liberi e Uguali avrebbero bussato alla sua porta pietendo un accordo. Invece hanno corso soli (perdendo anche loro) contro il PD.  Il PD non è stato mai in partita. E adesso? Certo, nessuno dei due “vincitori” ha i numeri per una maggioranza di governo. Il M5s è il partito di maggioranza relativa che ha ben 15 punti di vantaggio sul secondo partito. Che è il PD con il suo 18%. Insieme supererebbero il 50 per cento. La matematica ha una forza inesorabile. Per fare il Governo i due poli con il mezzo polo del PD… vanno sommati in un modo o nell’altro. Anche PD e Centrodestra?  Non è auspicabile. Personalmente l’escludo per il PD sarebbe il definitivo suicidio. Per quanto si vogliano ritenere ‘liquide’ le società moderne e logore le ideologie novecentesche, PD e Lega non sono equivalenti. E comunque 18 e 17 per cento fanno solo un 35%. E anche PD + Forza Italia non avrebbero i numeri. Quindi vuol dire che non ci sono numericamente alternative al governo con il M5s? È sicuramente un bene che una forza del 30 e più per cento, si sia costituzionalizzata. In passato la reciproca legittimazione è stata un elemento di tenuta del sistema nella Prima repubblica. Però? …Però. Il confronto elettorale tra il PD e l’M5s è stato persino violento sul piano verbale. E un Governo M5s + PD credo avrebbe comunque il “fiato corto”. Quindi non c’è che tornare al voto? All’Italia mancherebbe solo quello… Siamo una repubblica parlamentare. E una legge elettorale fortemente proporzionale indica di andare in Parlamento e trovare nel ‘dialogo parlamentare’ le possibili convergenze sui punti programmatici per comporre una maggioranza di governo. All’Italia serve necessariamente una soluzione. L’Italia non ha il tempo della Germania per aspettare 6 mesi un governo. La nostra situazione economica e sociale è diversa, il nostro Paese ha tante emergenze e tutte urgenti, cui trovare soluzione. E’ una ipotesi credibile quella del Governo di scopo? Ieri, nel primo raund di consultazioni al Quirinale, in molti l’hanno escluso… ma tutti hanno chiesto ancora tempo per riflettere. Credo, per quel che conta,  necessario un governo. Che modifichi la legge elettorale. Si deve pur sapere chi vince dopo il voto. E ci sono alcune cose da fare perché urgenti. Una misura sulla povertà aumentata fortemente nel Paese. Politiche attive del lavoro contro la disoccupazione giovanile, che nonostante il job act ancora supera il 30 per cento. Un vero piano straordinario di manutenzione delle scuole, ma anche una vera riforma dei programmi didattici per attualizzarli alle necessità di un mercato del lavoro cambiato. Trovare quindi una soluzione per un reddito di base (lasciando perdere lo scontro nominalistico tra reddito di cittadinanza o reddito di inclusione) chiamatelo pure “reddito Mariuccia”. L’importante che sia un reddito di sostegno a tempo determinato, per chi cerca effettivamente lavoro. E poi? Giusta una riforma previdenziale. Un piedistallo contributivo garantito a tutti. Un governo che faccia queste poche cose può essere la soluzione!? Il PD sbaglierebbe a non andare a vedere il “piatto”. Permettendo ancora a Renzi & Sodali, di dire “capricciosamente”… No!  Demenziale affermare: “non vedo  l’ora di vedere un governo M5s con la Lega” e pensare che, chi l’ha detto nel PD, l’hanno fatto capo gruppo al Senato. Inoltre, un Governo solo M5s+Lega, ci isolerebbe dal contesto internazionale in Europa e nel Mondo. E’ ormai chiarissimo, che nel Partito Democratico la stagione del renzismo va superata e soprattutto senza fughe avventurose verso i soliti  andiamo “oltre il PD”, che incantano solo quando si è reduci da un disastro elettorale. Stavolta la suggestione pare Macron, nonostante sia alle prese con la protesta sociale più devastante che la Francia abbia mai conosciuto. Il PD stia con sé stesso… all’opposizione, ma  ritorni in sé! Dicendo la sua in Italia e in Europa stando dentro la famiglia del PSE.  Ancora più chiaro appare che nel centrodestra la ‘manomorta’ del berlusconismo va archiviata, magari a prescindere da improbabili riabilitazioni giudiziarie e da impossibili “rilegittimazioni” politiche. E M5s e la Lega, non possono continuare a chiedere vicendevolmente la leadership del governo, senza avere una maggioranza parlamentare effettiva, né come partito né come coalizione. La soluzione piaccia o non piaccia è quella di un Governo retto da una personalità terza rispetto ai due “vincitori” parziali. Certo Lega e M5s devono essere rappresentati adeguatamente nella compagine governativa, con quel programma di misure fondamentali di tipo sociale, tese al bene comune degli italiani. Massimo un anno? Fino alle elezioni europee del 2019? E poi di nuovo al voto con una legge elettorale seria?  Si vedrà. Che altro?

Se cambia il mondo, i modi del conoscere, di lavorare dello stesso possedere visto che il profitto ‘divorzia’ dalla proprietà (vedi Uber e altri). Non ci resta che cambiare anche la nostra politica, altrimenti non ne usciamo certo in positivo…

E’ sempre tempo di Coaching!”

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