Pensioni: basta con una discussione preda del furore ideologico che ottunde le menti!

Un altro intervento di qualche giorno fa di Tito Boeri, l’attuale Presidente dell’INPS, sulla necessità di tagliare pensioni “alte” (??) che sono erogate da oltre 30 anni… ha riacceso le polemiche sul nostro sistema pensionistico… discutere così non serve a nulla… si generano solo ulteriori conflitti… la questione va ragionata con il “buon senso!”

Nessun dubbio: La massima aspirazione dell’italiano medio rappresentativo di quella che chiamano “opinione pubblica’’ costruita sul “senso comune” o sul comune sentire… consiste nel lavorare il meno possibile, andare in pensione il prima possibile e ricevere un assegno il più alto possibile.

Ora, se si ragiona con cognizione di causa, appare chiaro che, in generale, risulta abbastanza difficile realizzare queste aspirazioni tutte insieme.
Le pensioni sono condizionate, da un lato, dalle retribuzioni dei lavoratori attivi, che, nel modello di finanziamento a ripartizione, fanno fronte con i loro versamenti contributivi ai relativi oneri dello stock dei trattamenti in essere. Non è immaginabile, allora, che una persona migliori la sua condizione economica nel momento in cui smette di lavorare e che dei livelli retributivi medi come quelli erogati in Italia a chi è tuttora nel mercato del lavoro, possano sostenere pensioni di tanto superiori ai mille euro mensili (la soglia che di solito viene presentata come la frontiera del disonore e dell’iniquità del nostro modello di welfare).
Ma c’è di più: l’importo della pensione è la conseguenza della storia lavorativa di una persona e a determinarne la qualità non possono essere del tutto escluse le sue responsabilità personali. O quelle collettive di un intero settore. E’ inutile, da questo angolo di visuale, che per esempio le organizzazioni agricole, lamentino la modestia dei trattamenti riconosciuti agli iscritti della relativa gestione, quando essa è in grado di pagare le pensioni grazie ai già robusti apporti di solidarietà (…sono alcuni miliardi all’anno) da parte delle altre gestioni e dei trasferimenti dello Stato. Tra l’altro, il sistema attuale prevede già un intervento di carattere solidaristico generale a carico della finanza pubblica che è nell’ordine di 25 miliardi l’anno circa, proprio per garantire l’integrazione al minimo a favore delle milioni di prestazioni che, sulla base del puro calcolo dei contributi a suo tempo versati, non arriverebbero a conseguire neppure il livello minimo legale.

Solitamente, quando giornali e tv sparano i dati sulle nostre pensioni (riconosciamo tutti e comunemente, che in ogni caso non c’è da stare allegri) danno l’impressione di ritenere che, nell’ultima fase della vita delle persone, lo Stato si trasformi in una “buona fatina” che assicura agli anziani un trattamento corrispondente ai loro bisogni, a prescindere dalla posizione previdenziale che essi sono stati in grado di predisporre durante la vita attiva.
Paradossalmente però: Quando qualcuno riesce a realizzare per sé il “sogno recondito” degli italiani (vedi il caso dei pensionati baby o, in termini ancor più grondanti di astio, i ricchi vitalizi erogati a parlamentari, consiglieri regionali, membri delle diverse authority e/o quant’altro, così come il fatto di avere una pensione superiore ai fatidici 1.500 euro mensili lordi, collocando il tetto per definire le pensioni d’oro attorno ai 3.000/3.500 euro lordi mensili), tutti costoro diventano subito persone da crocifiggere: si evoca un’idea della giustizia e dell’equità sociale alquanto discutibile “facendo di ogni erba un fascio”, quando a parlare è soprattutto solo …l’invidia nei confronti di chi ce l’ha fatta senza riflettere pù di tanto.

vietato_litigareTutto ciò, in fondo, sta a dimostrare che – tanto il povero quanto il benestante – nel nostro Belpaese hanno in testa la stessa idea della pensione. E veniamo ancora al presidente dell’INPS Tito Boeri che con piglio “interventista” … insiste nel far proposte come quella sulla flessibilità in uscita (anticipazione dell’età per andare in pensione a fronte di una penalizzazione economica).

Infatti, in una ulterione ma meno recente intervista al Corriere della Sera (in evidente risposta a quella un po’ piccata del ministro Giuliano Poletti che lo aveva invitato a stare al suo posto), il presidente dell’Inps è tornato a rivendicare dal Governo l’introduzione della flessibilità del pensionamento, fino a tre anni prima dell’età legale con una penalizzazione del 3% per ogni anno di anticipo.

Ecco che immediatamente la Uil …ribadisce il suo no a questa proposta di anticipo per la pensione avanzata dal presidente dell’Inps. Il motivo del disaccordo sta nella valutazione che: Se ogni anno di uscita anticipata dovesse costare il 3% dell’assegno, – spiega la Uil – si perderebbero 1.755 euro l’anno nel caso di una pensione mensile lorda di 1.500 euro (livello minimo per chiedere l’anticipo secondo Boeri) e quasi 4.100 euro l’anno sempre nel caso di anticipo di tre anni per una pensione lorda da 3.500 euro mensili. In pratica – spiega il sindacato – si perderebbe oltre una mensilità l’anno. ”La penalizzazione del 3% per ogni anno di anticipo – dice la Uil – avrebbe un costo troppo alto per i lavoratori. Inoltre un taglio lineare (uguale per tutti), graverebbe maggiormente sulle spalle di chi percepirà trattamenti più bassi: chiedere un sacrificio di 135 euro al mese a chi ne percepisce 1500 lordi comporterebbe una notevole perdita. La Uil è contraria a una flessibilità costruita sulle spalle dei lavoratori, già fortemente penalizzati da tutti gli interventi sulla previdenza”.

Francamente… per chi scrive, restano incomprensibili le ragioni di tanta insistenza sulla flessibilità in uscita?! Concordando così con Giuliano Cazzola, che ha fatto recentemente presente come: “Un conto è porsi il problema di chi perde il lavoro in età ormai prossima alla soglia della quiescenza …un altro quello di consentire un’uscita anticipata pure a chi il lavoro continua ad averlo”.

Nel primo caso non è detto che la risposta migliore sia sempre e comunque l’accesso alla pensione, quanto piuttosto,  quella dell’intervento di sostegno (breve) al rinserimento al lavoro attraverso uno specifico e nuovo ammortizzatore sociale, magari costruito attraverso un contributo di solidarietà (fondi di solidarietà).

Nel secondo caso, la proposta di Boeri finirebbe per ripristinare una sorta di pensionamento di anzianità, sia pure penalizzato da un disincentivo. A quale scopo? Ai lavoratori che sono ormai prossimi al pensionamento servirebbe di più avvalersi di una delle opzioni contenute nella proposta di legge a prima firma dell’ex Ministro del Lavoro Cesare Damiano. Ovvero la possibilità di ritirarsi dal lavoro con 41 anni di anzianità contributiva a prescindere dall’età anagrafica e senza l’applicazione dell’aggancio automatico all’attesa di vita.

Le attuali coorti di pensionandi maturano, normalmente, soprattutto se si tratta di uomini, il requisito contributivo previsto prima di aver compiuto 63 anni di età, per cui l’introduzione di tale anticipazione anagrafica non li agevolerebbe particolarmente. Stando ai dati sarebbe utile soltanto alle lavoratrici che – disponendo spesso di una storia contributiva inferiore ai 41 anni – devono attendere l’età di vecchiaia. Se è così basterebbe, allora, circoscrivere la possibilità dell’anticipo alle sole lavoratrici, magari a quelle che hanno avuto dei figli (come è stato fatto in Germania in relazione ai figli avuti prima del 1992), incrementando gradualmente i requisiti anagrafici richiesti per la cosiddetta “Opzione donna”, che, da transitoria, potrebbe diventare strutturale almeno per un certo arco di tempo.

In fondo, se osserviamo più in generale la questione delle pensioni… mi sembra di dover esprimere una opinione, già più volte espressa, e non solo da me, ma da osservatori assai più qualificati… ovvero le tante (…troppe) singole proposte fatte dai vari attori istituzionali italiani: Il Ministro Poletti, il Presidente Inps, come nel progetto Damiano, e ancor più nelle pur giuste lamentazioni per la sorte dei cosiddetti Esodati… alla fine siamo sicuri che guardino agli interessi dei giovani o questi non siano affatto tenuti in considerazione?!

Nei loro confronti i “nuovi padroni del vapore” del nostro e loro futuro pensionistico… a partire dal giovane Leader del Governo il Presidente del Consiglio Matteo Renzi …pensano di cavarsela instillando il sottile veleno dell’odio generazionale. Promettendo tagli vistosi alle  pensioni  in essere più elevate e agitando, a mo’ di una clava, la minaccia del ricalcolo contributivo nonostante ormai sia stata accertata, in  una recente  audizione  dell’Inps  in  Commissione Lavoro della Camera, la sua pratica impossibilità. 

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi in Senato durante voto Mozione di sfiducia al Governo, Roma, 27 Gennaio 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

Per fortuna, tra le tante iniziative che bollono nel pentolone delle pensioni, alcune in effetti cercano di dare una sbirciata al futuro… partendo dal presupposto che le pensioni e la loro adeguatezza, sono solo a fronte di un periodo lungo di lavoro e del versamento dei contributi calcolati sulla base imponibile alla quale sono applicate le aliquote contributive, ovvero …sulle retribuzioni dei lavoratori.

Ciò a dire che …se non c’è lavoro, non c’è contribuzione e le retribuzioni se sono e saranno basse, alla fine, non ci saranno pensioni adeguate a far vivere degnamente i lavoratori nella loro quiescenza.

Un esempio… giace in parlamento una proposta di legge  presentata da alcuni parlamentari (prima firmataria On. Gnecchi) che indica …quelli che dovrebbero essere i principali capisaldi di una proposta di riforma del nostro sistema pensionistico. Una proposta della quale non si parla mai nemmeno da parte dei suoi firmatari  …uno è lo stesso Damiano (nelle loro apparizioni televisive). Una proposta che si sforza (onore al merito) di immaginare un sistema pensionistico per il mercato del lavoro di oggi e di domani.

Si legge nella relazione: “Con la presente proposta di legge intendiamo portare il livello delle aliquote contributive, per tutte le tipologie di lavoro, al 28 per cento, per due terzi a carico del datore di lavoro e per un terzo a carico del lavoratore o prestatore d’opera, con una riduzione, per i lavoratori dipendenti, pari all’1 per cento ogni due anni a partire dalla data di entrata in vigore della legge (…). Per garantire un tasso di sostituzione non inferiore al 60 per cento si propone di istituire – prosegue la relazione – una pensione di base, finanziata dalla fiscalità generale, del valore di 442 euro (rivalutabile secondo le disposizioni vigenti sull’attuale assegno sociale), aggiuntiva rispetto a quella maturata dal lavoratore, sia esso dipendente, autonomo o parasubordinato. Tale pensione è riconosciuta ai lavoratori e alle lavoratrici, al compimento del sessantacinquesimo anno di età, purché abbiano versato almeno quindici anni di contribuzione effettiva.

Il contributo unificato (del 28%) è applicato, a decorrere dall’entrata in vigore della legge, a tutti i lavoratori dipendenti, autonomi e parasubordinati, iscritti alla Gestione separata in via esclusiva. Mentre, a decorrere dal 1° gennaio 2015 (il pdl è stato presentato nel 2014) viene istituita la pensione di base finanziata dalla fiscalità generale, di importo pari all’assegno sociale. Ai lavoratori iscritti per la prima volta a forme di previdenza successivamente al 31 dicembre 1995 e iscritti alla Gestione separata si applicano meccanismi differenziati di calcolo della pensione, articolati secondo l’anzianità di contribuzione effettiva, nella forma di una maggiorazione fino a un massimo del 20% dei coefficienti di trasformazione applicabili ovvero di un incremento dell’aliquota di computo, entro il limite applicabile ai lavoratori dipendenti. Una norma di delega, poi, dovrebbe estendere il contributo unificato nonché la pensione di base finanziata dalla fiscalità generale e la rivalutazione del montante contributivo anche alle Casse dei liberi professionisti.

Questa proposta, nel suo complesso, ricorda quella che, in un precedente ma recente post su questo Blog, veniva definita dal suo autore (Giuliano Cazzola) “un Jobs Act per le pensioni” (dove veniva ripreso un progetto di legge (AC 1299) presentato nella passata legislatura. Non vi è dubbio alcuno che in questa proposta, come in quella simile di Cazzola, vi siano alcuni aspetti ancora poco chiari, che sarebbe più che opportuno approfondire. Rimane comunque il fatto che, qualunque ulteriore proposta di riforma delle nostre pensioni si debba fare, questa deve affrontare le novità del mercato del lavoro di oggi e del futuro, ed essere quindi valevole e rivolta ai giovani nuovi occupati.

Con ciò …nessuna pretesa di aver “inventato l’acqua calda…” ma francamente mi pare, che occorra che le varie proposte che vengono messe in campo, siano ispirate a criteri corretti, per ricostruire un patto intergenerazionale… e non ad acuire ulteriori conflitti tra generazioni.

E’ sempre tempo di Coaching!

 

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