PIL 2017 ulteriormente in crescita: bisogna comunque fare i conti con la perdita di potenza dell’economia italiana…

Nel terzo trimestre dell’anno le stime preliminari indicano un +0,5% sul trimestre precedente (la variazione più elevata dal 2011) e un +1,8% rispetto al 2016. Dichiara il premier Gentiloni: “Il sistema italiano si è messo in moto”. Scende l’inflazione a ottobre, che sull’anno si attesta a +1%. Un balzo in avanti, quello del Pil, superiore a quanto immaginava la stessa Confindustria, l’ultimo dato fornito dal suo Centro studi confermava  il dato dell’Istat che diceva che la crescita del Pil nel 2017 sarebbe stato pari ad un ‘1,5 per cento. E’ pur vero però che i dati dell’Istat sono corretti per gli effetti di calendario, mentre le stime precedenti di Confindustria e dello stesso Governo erano su dati grezzi. La crescita tendenziale nel terzo trimestre del 2017 è quindi la più alta da oltre sei anni, esattamente dal secondo trimestre del 2011 quando aveva toccato +2,6%.  Dunque il dato congiunturale del Pil – nel terzo trimestre si attesta a +0,5% (contro il +0,3% del trimestre precedente – e segna la tredicesima variazione congiunturale positiva consecutiva. Siamo già a qualcosa di più di un semplice auspicio, anche se ci sono ancora molte incognite che pesano tanto sulla realtà italiana che su quella internazionale. Nonostante ciò, appaiono legittime le manifestazioni di giubilo da parte del Ministero dell’Economia  e del suo titolare – Pier Carlo Padoan – e dello stesso Presidente del Consiglio: Paolo Gentiloni. C’è una legge di bilancio da approvare  e una campagna elettorale, già iniziata da tempo con prospettive incerte, da affrontare. Meglio quindi valorizzare tutto ciò che la situazione italiana può offrire. Se quello indicato sarà effettivamente il risultato finale, l’Italia sarà tornata a crescere allo stesso ritmo del periodo 2004 – 2007. Avrà archiviato la recessione del periodo 2011 – 2013, quando l’inquilino di Palazzo Chigi era Mario Monti. Ma bisogna anche sapere che il gap nei confronti del 2008 rimarrà ancora ed è comunque una piccola  grande voragine: pari ben a 4,7 punti di Pil.  A dimostrazione di quanto possono essere perniciose le politiche economiche all’insegna della pura austerità. Per superare le quali sono stati necessari anni ed anni di sacrifici, in cui la disoccupazione, specie giovanile, ha toccato punte estreme. Le vecchie e le nuove povertà sono aumentate. Il declassamento sociale di numerosi ceti ha determinato quel terremoto politico che si intravede nei sondaggi elettorali e che sono stati confermati dalle elezioni siciliane. Lasciandoci un barometro che minaccia tempesta e la più assoluta ingovernabilità in prospettiva. E veniamo ad un dato meno evidente, anch’esso rilevato dai tecnici di Confindustria e conosciuto dal Governo, al quale la grande stampa non ha dato l’attenzione che merita. Dalla nascita dell’euro, infatti, il motore dell’economia italiana è in continuo affanno. Anno dopo anno, la sua potenza è progressivamente diminuita: al punto da creare una differenza abissale con gli altri partner dell’Eurozona. “Rispetto al 2000 – è scritto nel Rapporto della Confindustria – il Pil dell’Area euro (al netto dell’Italia) è salito del 24,4%, quello dell’Italia dello 0,8%”. Con una differenza del 23,6 per cento. Rispetto a un francese, per non parlare di uno spagnolo o di un tedesco, l’italiano medio ha quindi perso circa un quarto del suo livello di benessere. Utilizzando gli stessi parametri per il 2017, si può aggiungere che il Pil italiano, seppure in crescita, mostrerà un’ulteriore scarto, rispetto a quel benchmark di circa un altro punto di Pil (- 0,8%). Considerato che la crescita dell’Eurozona, esclusa l’Italia sarà pari al 2,5 per cento. Questi confronti, non hanno solo un valore statistico, ma rappresentano la bussola per i grandi movimenti di capitali: speculativi o meno. Ci dicono, inoltre, che il tempo dei “bonus” è finito. Prima se ne avrà contezza e si mette mano alle necessarie ulteriori riforme e meglio sarà per tutti. È bene quindi che in vista della prossima legislatura si cambi registro e si affrontino veramente i due grandi problemi che sono all’origine dei grandi guasti italiani. La carenza di investimenti pubblici e privati e la giungla fiscale. Sono questi gli elementi tossici che determinano quella riduzione di “potenza” che impedisce al motore dell’economia italiana di girare ad un ritmo accettabile e uguale al resto dell’Europa.  Il carico fiscale in Italia non è solo eccessivo, visto la scarsa qualità dei beni pubblici forniti dalla Pubblica Amministrazione centrale o periferica che sia. È soprattutto un sistema che non funziona e non può funzionare. Fu ideato negli anni ’70, da Cosciani e Visentini, e modulato su un’ipotesi di sviluppo fordista, da tempo venuto meno. Un abito costruito su un corpo sociale che, nel frattempo, ha subito una mutazione genetica. Nel disperato tentativo di adattarlo, sono stati partoriti dei mostri fiscali. Oggi le cosiddette tax expenditures – ossia il sistema di deduzione e detrazioni – è una giungla infinita, costituita da circa 900 voci, che da sola drena circa oltre il 60 per cento del gettito complessivo. Figlia del malinteso “primato della politica”: tante mance piccole o grandi concesse a segmenti del corpo elettorale per carpirne il relativo consenso. Un esempio? Chissà quanto consenso porterà il recupero in dieci anni del 36%  dei costi per l’implementazione di piante e degli arredi di terrazze e giardini? Una necessità del Paese o frutto dell’azione di lobbing? Questa foresta deve essere disboscata. Si eliminino tutte le tax expenditures e il ricavato si spenda, contestualmente, nella riduzione delle aliquote a carico del contribuente. Una flat tax? Non necessariamente, ma una loro sostanziale potatura: certamente. Invece di riconoscere una quota forfettaria ai lavoratori dipendenti, per tener conto dei costi sostenuti nella produzione del loro reddito, si consenta, a tutti i contribuenti, l’integrale detrazione di alcune spese, aumentando progressivamente l’area del “conflitto d’interesse”. Si vedrà allora che la lotta all’evasione fiscale diverrà un fatto di popolo, per condurre la quale non sarà più necessario mobilitare, invano, la guardia di finanza. Con l’ulteriore beneficio che queste misure determineranno un aumento dei consumi interni: oggi fin troppo bassi di fronte al traino delle esportazioni. Cresciute di 15 punti dal 2008, sempre secondo i calcoli di Confindustria. Di questo vorremmo leggere nel dibattito tra i partiti che si contendono l’agone del Governo. Per il momento invece resta lettera morta, di fronte alle loro convulsioni interne. Ma come si suol dire: la speranza è sempre l’ultima a morire…

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