Politica: Astensionismi, l’Europa si è stancata della democrazia?

di Nando Pagnoncelli*

Il disinganno per la vita pubblica e il rischio del rancore: l’Europa si è stancata. I perché delle urne vuote. L’Italia ha il record negativo: alle europee più della metà non è andato a votare. Ma la Francia è sulla stessa strada

Nell’ultimo quindicennio si è parlato molto di crisi della democrazia e in particolare delle democrazie liberali occidentali. In questo scorcio di tempo avviene nel mondo un profondo cambiamento di scenario: politico, culturale, economico. Con la caduta del muro di Berlino e il dissolversi dell’Unione Sovietica si era diffusa la convinzione che il modello che coniugava democrazia e mercato fosse ormai universalmente e saldamente vincente. Tanto che un autorevole politologo, Francis Fukuyama, arrivò a parlare di «fine della storia». Un ventennio dopo la situazione muta: la grande recessione del 2008, in diversi casi drammatica, segna un profondo cambiamento. E cioè il fatto che la globalizzazione, derivante proprio da quel modificarsi dell’assetto mondiale della fine degli Anni 80 – che appare allora governato in maniera unilaterale dal modello statunitense – si trasformi in un assetto assai più complesso, con Paesi non democratici che crescono e spesso arrivano a posizioni rilevanti, quando non di dominio, dei mercati. Insomma, in generale la democrazia non appare più l’unica portatrice di prosperità e benessere. Anzi, la crisi del 2008 scopre drammaticamente il crescere delle diseguaglianze che la globalizzazione ha portato con sé. E l’eccesso di potere della finanza nonché la concentrazione di risorse in alcune aziende come le “big tech” che diventano tali da essere soggetti politicamente rilevanti. Accanto a ciò il crescere delle relazioni virtuali prodotto dai social network, la velocità delle comunicazioni, e l’obbligo di reagire in tempi brevissimi a ciò che accade (di fronte a qualunque avvenimento di rilievo ognuno di noi si aspetta in pochi minuti un post o un tweet del politico di turno), fa sì che i rituali della democrazia – che mirano a costruire consensi sulle scelte da prendere, che tendono a difendere le minoranze coinvolgendole nelle scelte – appaiano sempre più obsoleti. Al prevalere dell’immediato in senso temporale (l’hic et nunc) e relazionale (il “non mediato”, la relazione diretta, l’”uno vale uno”), cresce progressivamente una certa “stanchezza” per la democrazia. E le indagini di Ipsos, ma anche il recente rapporto Censis 2024, lo confermano. La larghissima maggioranza degli italiani ritiene infatti che le democrazie liberali non funzionino.

Astensionismi, l’Europa si è stancata della democrazia?

L’astensionismo crescente (nel nostro Paese, per la prima volta in assoluto, alle elezioni Europee dello scorso anno si è recata alle urne meno della metà degli aventi diritto) è considerato un segnale di questo distacco, di questa stanchezza. È sicuramente così, anche se va considerato che ci sono diversi tipi di astensionismo, non tutti riconducibili a questo atteggiamento. L’astensionismo volontario può dipendere da almeno tre fattori: innanzitutto le precarie condizioni economiche e la marginalità sociale delle persone che versano in queste condizioni. Quindi il pronostico del risultato elettorale: se sono convinto che il mio partito o il mio leader perderanno, sarò molto meno motivato a votare. Infine, lo abbiamo già accennato parlando della sfiducia nella democrazia, la crescente distanza di molti cittadini dalla politica: quest’ultima, infatti, rappresenta sempre più un mero frammento dell’identità individuale, a differenza dal passato quando per la maggior parte delle persone era il tratto identitario prevalente. E in Italia dobbiamo fare i conti anche con la ragguardevole dimensione dell’astensionismo involontario, rappresentato dalle persone che hanno difficoltà di mobilità (2,8 milioni di elettori di oltre 65 anni con gravi difficoltà di movimento) e da coloro che per ragioni di lavoro o di studio nel giorno del voto si trovano lontani dal comune di residenza (4,9 milioni di elettori). È un problema destinato ad aumentare – tenuto conto delle tendenze demografiche (aumento della componente anziana sul totale degli elettori) nonché delle dinamiche sociali che da tempo evidenziano una crescente mobilità dei cittadini – ma sul quale teoricamente si potrebbe intervenire per attenuarne la portata, per esempio con il voto per posta o elettronico.

Astensionismi, l’Europa si è stancata della democrazia?

Questo sembra essere il quadro generale in cui si inserisce la nostra riflessione sull’astensionismo a livello europeo. Abbiamo preso in considerazione la mancata partecipazione in otto Paesi europei: Regno Unito, Spagna, Francia, Belgio, Svezia, Croazia, Polonia e naturalmente Italia. Per tutti abbiamo considerato il voto in elezioni comparabili, cioè alle elezioni politiche; quindi, ad esempio, per la Francia si sono tenute in considerazione le elezioni legislative e non le elezioni presidenziali. Si tratta di Paesi in cui Ipsos dispone della profilazione degli astensionisti, consentendo una lettura comparativa. Sono presenti alcuni dei grandi Paesi, tra cui due dei fondatori dell’Ue – Francia e Italia –, il Regno Unito, che dall’Unione europea è recentemente uscito, paesi del Nord, dell’Est, e uno di recentissima adesione come la Croazia. Insomma, un ventaglio piuttosto esteso, per quanto non del tutto esaustivo del panorama europeo.

I livelli di astensionismo sono molto differenziati: il più basso è in Belgio dove, alle ultime elezioni, non ha partecipato al voto l’11,6% degli aventi diritto. Bisogna considerare che, per quanto le sanzioni previste non vengano davvero applicate, in Belgio il voto è obbligatorio. Segue la Svezia con un’astensione al 15,8%, Paese che storicamente partecipa, ma in cui ci sono anche accorgimenti per favorire il voto (ad esempio chi non è in grado di recarsi fisicamente ai seggi può, facendo domanda, votare per corrispondenza). Abbiamo poi due stati con un tasso di astensione alle ultime politiche inferiore al 30%: la Polonia al 25,6% e la Spagna al 29,6%. Gli altri quattro considerati sono tutti sopra al 30%: la Francia al 33,3%, il Regno Unito al 33,9%, la Croazia al 38,1% e da ultima l’Italia con il livello (drammatico) del 39,3%.

IL PICCO TRA I GIOVANI SEGNALA UNA CESURA CHE POTREBBE DIVENTARE DRAMMATICA: LE SFIDE ELETTORALI SI RADICALIZZANO, INSEGUENDO IL CONSENSO A BREVE

Anche l’andamento storico della partecipazione mostra differenze rilevanti. Considerando la prima elezione utile dal dopoguerra (la Spagna ha cominciato a votare negli anni Settanta, la Croazia negli anni Novanta, mentre per la Polonia si è considerata la prima elezione dopo la caduta del muro), i due stati a più alta partecipazione (Belgio e Svezia) sono sostanzialmente stabili, e anzi segnalano qualche piccolo miglioramento. La Polonia mostra miglioramenti più consistenti nelle elezioni più recenti. Regno Unito e Spagna vedono cali apprezzabili ma non particolarmente elevati: la partecipazione scende di poco più del 6% in entrambi i casi. Francia e Croazia vedono un calo del 13,1% nel primo caso e del 13,7% nel secondo. Per l’Italia si apre un baratro: rispetto alle prime elezioni politiche del 1948, le ultime hanno visto un calo di partecipazione del 28,4%.

Ma chi sono gli elettori che non partecipano? Con poche eccezioni, troviamo segnali piuttosto uniformi. Andando in ordine di partecipazione, in Belgio le punte più elevate si hanno nell’elettorato meno scolarizzato, dove si arriva a un’astensione quasi doppia rispetto alla media e lo stesso avviene in Svezia. In Polonia le tendenze sono simili e l’astensione più elevata si ha tra gli anziani, meno scolarizzati. Lo stesso in Spagna: la bassa scolarità produce un’importante crescita dell’astensionismo. In Francia invece i dati non sono così netti, anzi tra i giovani e tra i titoli di studio elevati si registra un importante livello di astensionismo. Il Regno Unito manifesta al contrario tendenze simili agli altri: bassa scolarità e scarsa professionalità fanno cresce in maniera rilevante la propensione ad astenersi. Allo stesso modo si comportano gli elettori croati. Infine l’Italia: qui sono i giovani ad astenersi maggiormente, insieme a chi ha titoli di studio bassi e ai disoccupati.

Il panorama, per quanto variegato, sembra abbastanza chiaro: sono innanzitutto i ceti popolari che si allontanano dal voto. Si tratta di un fenomeno ampiamente indagato: la frattura popolo/élite, abbondantemente evidenziata da decenni, si esplicita proprio qui. L’elettorato popolare, più degli altri, fatica a sentirsi rappresentato e a essere coinvolto dalla politica che per molti, come recita una delle domande che poniamo abitualmente, “non parla alla gente come me”. È come se una parte dei cittadini si chiamasse fuori da un gioco in cui non si riconosce più. Questo è il primo aspetto, che riguarda tutti i Paesi considerati. A cui però dobbiamo aggiungere i dati, più preoccupanti, che emergono in Francia e in Italia. Qui alla frattura che oramai possiamo considerare classica, si aggiungono segnali di disagio che sembrano più estesi. L’importanza dell’astensione tra i giovani tende a segnalare una cesura che rischia di diventare davvero drammatica. È come se mancasse quel principio di speranza che il presidente Sergio Mattarella ha autorevolmente richiamato nel suo discorso di fine anno. Come se la distanza dalla politica (e dalla democrazia) fosse non più insita solo nella rappresentanza degli interessi, ma si estendesse a una distanza culturale (e antropologica).

In conclusione, per quanto articolati, gli elementi che ricaviamo dall’andamento della partecipazione inducono a una certa preoccupazione. Questo perché si innestano ai segnali che citavamo all’inizio, di una progressiva stanchezza per la democrazia. Stanchezza che sembra un sentimento in crescita (pensiamo per esempio alla guerra in Ucraina e alla tendenza diffusa ad accettare la pace comunque sia, sacrificando la pace giusta cui si riferiva sempre il presidente Mattarella: è come se ci rassegnassimo all’aggressione) e che riguarda fasce sempre più ampie di popolazione, nel nostro Paese e in Francia coinvolgendo anche i più giovani. A tutti i temi del distacco, della distanza dalla politica, del disinganno per le promesse elettorali, si aggiunge il rischio che questo disinganno si traduca in rancore. Inoltre, il ridursi della partecipazione al voto renderà presumibilmente ancora più aspra la competizione elettorale. Se partecipano in pochi sempre più avranno peso le tifoserie, gli orientamenti identitari, alla ricerca di un voto di pancia. Questo tenderà a rendere marginale lo spazio politico di chi ricerca compromessi e si colloca sul versante riformista. Rischiamo di entrare in un loop in cui bisogna alzare la voce, semplificare, radicalizzare. Rendendo così sempre meno appetibili le procedure democratiche, lunghe e orientate alla mediazione, minandone le già ridotte basi di consenso. Con il rischio, paventato da diversi politologi, che questo rancore e questo distacco mettano fette importanti di elettorato in condizioni di essere disponibili a derive illiberali. Forse la prospettiva che stiamo delineando è troppo cupa, e sappiamo che le democrazie hanno capacità di reazione e di resilienza. Ma le condizioni attuali ci sembrano tali da giustificare un certo «pessimismo dell’intelligenza», per citare Gramsci.

*Ferdinando Pagnoncelli (detto Nando)  è un sondaggista italiano, amministratore delegato di Ipsos Italia.

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