
Poche ore prima di partire per la riunione del G7 in Canada, Donald Trump ha detto, sul serio, che Vladimir Putin potrebbe fare da mediatore nel conflitto tra Israele e Iran. Come mi capita sempre più spesso con le sue dichiarazioni, ho passato i primi quindici minuti a chiedermi se si trattasse di un falso, anzi dandolo semplicemente per scontato, e le quindici ore successive, dopo averne verificato l’autenticità, a domandarmi se, ciò nonostante, o forse proprio per questo, per il suo essere una dichiarazione pronunciata da Trump, non andasse ugualmente ignorata. Considerare come possibile mediatore tra Israele e Iran l’uomo che in queste stesse ore continua a bombardare l’Ucraina, con ampio uso dei droni gentilmente forniti dalla Repubblica islamica sua alleata, obiettivamente, non si sa se sia più ridicolo o ripugnante. Ma di sicuro rafforza il sospetto che quello del declino cognitivo non fosse un problema esclusivo del presidente Joe Biden. Fatto sta che è con questo presidente degli Stati Uniti,
reduce dalla grottesca parata militare voluta nel giorno del suo compleanno, che gli altri leader occidentali riuniti per il G7 devono avere a che fare, tentando di limitare i danni. Il suo ruolo, purtroppo, è fondamentale sia nel conflitto mediorientale, sia in quello ucraino. Dunque, si ripropone per l’ennesima volta questo strano gioco di società, a metà tra politica e psichiatria,
in cui i sei adulti nella stanza (i capi di governo di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone e Canada, chiamiamoli i Sei Grandi) cercheranno di far ragionare quel gran bambinone di Donald Trump. Ho messo tra i Sei adulti anche l’Italia, cioè Giorgia Meloni, ma in realtà è tutto da vedere che parte intenda recitare in questa commedia. Da qualche tempo, per fortuna, mi pare che anche gli osservatori più benevoli si siano resi conto di come i suoi equilibrismi tra Unione europea e Stati Uniti, di fronte a quello che sta facendo Trump, non siano solo insostenibili e contrari all’interesse nazionale, ma siano anche piuttosto preoccupanti per quanto rivelano delle sue vere intenzioni e dei suoi veri principi. Con la scusa di mediare (anche lei) tra Europa e America, finora Meloni ha potuto
mantenere la sua ambiguità, giurando a ciascun interlocutore che lo faceva solo per lui, ma è fin troppo chiaro dove si trattasse di tattica e dove fosse proprio amore. Arrivano gli omicidi politici, e Trump fa il piccolo satrapo con la sua parata militare, mentre i soldati rastrellano immigrati e la resistenza scende per strada. Si è forse aperto uno spazio per un terzo partito neoliberale e globalista, si chiede il New York Times? Lezioni per l’Italia. Dante Alighieri rappresenta la visione dell’Apocalisse con «un vecchio solo venir/dormendo, con la faccia arguta». Faccia arguta a parte, le immagini televisive del settantanovenne Trump che guarda annoiato la parata militare, ideata e organizzata a Washington anche per festeggiare il suo compleanno, mentre il mondo brucia e
l’America è sull’orlo di una guerra civile, sono forse la rappresentazione più esatta dei guai globali in cui ci troviamo. L’aggressione imperialista russa all’Ucraina continua, il Grande Medioriente è impegnato in una guerra considerata esistenziale dai due principali attori, le tensioni tra India e Pakistan sono al massimo, la Cina pensa di prendersi Taiwan, l’Europa non è pronta né a difendersi militarmente dalla Russia né commercialmente da Trump, anche per gretti o futili interessi nazionali degli Stati membri, che invece avrebbero tutto l’interesse – un interesse vitale – a collaborare tutti insieme. L’America non fa più l’America, e soprattutto «questa non è l’America», come cantava già quarant’anni fa David Bowie in una profetica canzone con Pat Metheny, a maggior ragione oggi con i rastrellamenti in stile Gestapo contro gli immigrati, con i
Marines dispiegati a Los Angeles, con gli internamenti e le espulsioni di massa, con gli arresti di deputati, senatori, candidati sindaci e giudici che dissentono, con la polarizzazione estrema del dibattito politico, con l’ostilità nei confronti degli alleati e con i corteggiamenti ai despoti della Terra. L’America che conosciamo, però, c’è nelle duemila manifestazioni di protesta di sabato scorso, mentre Trump festeggiava il compleanno come un piccolo satrapo, in millecinquecento città e in tutti e cinquanta gli Stati americani, nelle marce partecipate da milioni di persone per dire all’unisono che in America «non ci sono re», «No Kings», perché gli Stati Uniti sono nati con la dichiarazione di indipendenza di tredici colonie britanniche dal re inglese Giorgio Terzo.
Questa è l’America, l’America delle libertà, dei diritti e del sogno americano, quella che nel millenovecentosessant’otto cercavano Paul Simon e Art Garfunkel nella loro leggendaria canzone “America”, e con loro, per mezzo secolo, decine di milioni di persone in tutto il mondo, impegnate a cercare un sogno da realizzare («all come to look for America»). Lo scenario di questo weekend appena trascorso è quasi da guerra civile, come lo abbiamo visto in moltissimi film apocalittici di Hollywood, da ultimo
appunto “Civil War”, con militari schierati per strada per fermare chiunque avesse tratti somatici ispanici, con manifestazioni di protesta, con parate militari, con assassini politici nel placido Minnesota, lo Stato più nordeuropeo d’America, noto per la proverbiale gentilezza nordica della sua gente («Minnesota nice»), per la caparbietà dei suoi politici locali e nazionali nel collaborare con gli avversari per superare le divisioni ideologiche e partitiche e per aver dato i natali a due leggende della cultura pop come Bob Dylan e Prince. Tutto questo è successo a distanza di pochi giorni, e davvero nessuno è più in grado di capire “what’s going on” (Marvin Gaye, 1971), che cosa sta succedendo «alla terra dei liberi e alla casa dei coraggiosi» celebrata dall’inno “Star-Spangled Banner”. Sempre nel fine settimana, il New York Times ha pubblicato, a firma del suo capo degli analisti politici
Nate Cohn, un articolo per segnalare che, a causa dell’assalto nazionalista dei trumpiani al Partito repubblicano e del populismo di sinistra che si è impossessato dei Democratici, probabilmente in America si è aperto uno spazio politico per la nascita di un terzo partito. Naturalmente ci sono molti ostacoli, a cominciare dalla consolidata nei secoli tradizione bipartitica, ma la radicalizzazione del dibattito pubblico, ancora di più dopo lo scorso week end, potrebbe aver creato le condizioni per sfidare con successo i due partiti principali. «Non prevedo che nasca presto un terzo partito “neo liberal” e “globalista” in America – ha concluso Cohn – ma non prendo più in giro l’ipotesi che si possa fare». Se la tesi del
New York Times vi fa pensare al tentativo che negli anni scorsi è stato fatto in Italia per uscire dal bipopulismo nostrano, e che per certi versi si fa ancora ma senza esiti soddisfacenti, è perché i paesi democratici e liberi si trovano tutti nella stessa situazione. Si diano quindi tutti quanti una mossa subito, senza aspettare che si arrivi anche qui, come in America, ai militari per strada, ai rastrellamenti di immigrati, alle parate militari, agli omicidi politici, e agli scenari da guerra civile…
Mentre gli sgherri antimmigrazione arrestavano uno dei candidati sindaco di New York, Brad Lander, l’attuale direttore finanziario di City Hall, colpevole di aver chiesto agli agenti della Gestapo trumpiana di mostrare il mandato di cattura nei confronti di un immigrato che avrebbero voluto arrestare all’uscita da un tribunale. Questo è solo l’ultimo di un’ormai lunga lista di arresti di sindaci, deputati, senatori e giudici che stanno trasformando l’America in una dittatura sudamericana, anche se probabilmente Trump preferirebbe che si facesse un paragone con la Russia autoritaria di Vladimir Putin. Inoltre, la Casa Bianca sbandava altresì, sulla guerra nel Grande Medio Oriente. Prima era scettica, ora che il regime degli ayatollah traballa prova a prendersene il merito, minacciando Teheran di partecipare all’operazione militare, tra le proteste dei nazionalisti dell’America First. Ma non è un cambio di strategia, è il solito opportunismo di un ciarlatano da reality show. Trump, infatti, ha deciso di intestarsi la caduta del regime degli ayatollah iraniani, sempre che poi succeda, e nonostante sia evidente che, nel caso, i responsabili sarebbero esclusivamente gli israeliani. Trump ha abbandonato di gran corsa il G7 in Canada, summit per lui inutile finché non riammetterà con tutti gli onori
la Russia di Vladimir Putin, e sulla via verso casa ha invitato gli iraniani ad evacuare Teheran, lasciando trapelare, per la gioia di Benjamin Netanyahu, che l’aviazione americana avrebbe aiutato quella israeliana a bombardare la repubblica islamica dei mullah. Ai giornalisti che lo hanno seguito sul volo di ritorno a Washington, Trump ha dato un’altra versione, quella solita secondo cui vuole far finire la guerra una volta per tutte, mica farla, e che anzi in questo caso non gli basta nemmeno il cessate il fuoco, obiettivo di cui chiacchiera a vanvera da mesi sia su Gaza sia sull’Ucraina sia sull’Iran, senza andarci mai nemmeno vicino (va notato, a questo proposito, il favoloso record mondiale di incapacità del suo inviato di pace su tutti e tre i fronti, Steve Witkoff). Trump era contrario all’intervento israeliano, tanto che quando è cominciato soltanto Marco Rubio, il ministro degli Esteri, ha commentato con molto ritardo e in modo nemmeno tanto amichevole nei confronti di Israele. Così, dopo aver invitato gli iraniani a lasciare la capitale, Trump è momentaneamente tornato sulla posizione dell’altro ieri, quella per cui gli iraniani ora avrebbero una grande occasione di sedersi al tavolo della pace, con Putin a fare da garante. Lo spettacolo surreale della guerra e della pace affidate a un inaffidabile-in-chief non è finito qui perché, una volta atterrato a Washington, Trump ha suggerito agli iraniani di «arrendersi senza condizioni», con un tweet scritto a lettere maiuscole, cioè urlando come fanno i bambini viziati, e poi ha scritto altri due post sul suo social network, e poi su quello di
Elon Musk, col quale ha rotto e ancora non ripreso i rapporti nonostante le scuse espresse pubblicamente da Elon… rivendicando il ruolo americano nell’azione militare contro l’Iran: «Ora noi abbiamo il controllo completo e totale dei cieli sull’Iran». Noi, ha scritto il mitomane-in-chief, noi americani. «L’Iran aveva buone e tante batterie di missili difensivi, ma niente è paragonabile alla “roba” prodotta, concepita e costruita in America – ha continuato – Nessuno lo fa meglio dei buoni vecchi USA».
Il delirio guerriero di Trump, un signore che per molti anche in Italia in realtà sarebbe un presidente pacifista, è continuato con un altro post grottesco, basato sempre sul plurale mitomane: «Noi sappiamo esattamente dove si nasconde la cosiddetta “Guida suprema”. È un bersaglio facile, ma lì è al sicuro. Non lo uccideremo, almeno non ora. Ma non vogliamo che i missili sparino ai civili o ai soldati americani. La nostra pazienza si sta esaurendo. Grazie per l’attenzione su questo argomento!». La minaccia all’Ayotallah Ali Khamenei è precisa e diretta, malgrado le cronache abbiano riportato che siano stati proprio gli apparati militari di Trump a impedire agli israeliani di ucciderlo, quando lo avevano nel mirino e hanno chiesto il nullaosta di Washington, perché secondo i trumpiani del Pentagono è meglio accontentarsi dell’ayatollah che conosciamo rispetto a un nuovo ayatollah che non sappiamo come si comporterà. Gli analisti americani, visto il nuovo approccio della Casa Bianca, hanno cominciato a interrogarsi se Trump abbia improvvisamente mutato radicalmente strategia, abbracciando quella da lui sempre osteggiata, e accreditata agli odiosi neocon bushiani e a quella parte degli internazionalisti liberal che sperano in un cambio di regime a Teheran. Trump e i suoi, a cominciare dal vicepresidente J.D. Vance, ripudiano l’aggressiva dottrina democratica, tipica di una solida tradizione politica americana, ergendosi invece a paladini dell’isolazionismo, come si è visto su cento altri fronti, dall’Europa all’Ucraina, dall’Afghanistan alla guerra commerciale con i dazi. I principali cantori dell’America First, Steve Bannon e Tucker Carlson, sono furiosi, infatti. E hanno cominciato a gridare al tradimento del trumpismo, proprio perché vedono nella svolta della
Casa Bianca la finalità dichiarata di provocare un cambiamento di regime a Teheran, non tanto un’azione militare per fermare la capacità nucleare dei fanatici iraniani, anche perché, al contrario di quanto dicono gli israeliani, all’intelligence americana questa accelerazione iraniana non risulta. Tanto che, sempre ieri, un giornalista ha ricordato a Trump che la sua capa dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, poco tempo fa al Congresso ha testimoniato sotto giuramento dicendo che non c’è nessuna accelerazione iraniana nel dotarsi di armi nucleari. La risposta di Trump è stata: «Non mi interessa che cosa ha detto, io credo che fossero molto vicini» a costruirsi un arsenale nucleare. Il vicepresidente Vance, deputato a rispondere ai nazionalisti Bannon e Carlson per calmare le acque, ha confermato che Trump «potrebbe decidere che sia necessario agire ulteriormente per impedire agli iraniani di arricchire l’uranio», a ridosso di un vertice durato un’ora e venti nella Situation Room della Casa Bianca per discutere di una partecipazione americana ai bombardamenti. Trump, invece, ha liquidato le critiche di Carlson («questo è regime change») dicendo che finché Carlson queste le cose le dirà nel suo show su internet, anziché in una tv nazionale, lui non lo ascolterà. Gli analisti e gli storici sbagliano a cercare nell’acrobatica curvatura di Trump una spiegazione razionale o un aggancio ideologico alle tradizionali dottrine di politica estera americana, perché Trump non ha nessuna idea, figuriamoci un’ideologia.
L’unica ideologia di Trump è Trump medesimo, lui stesso, il suo marchio, la sua roba, il suo ruolo di mattatore unico nel reality show del nostro tempo impazzito. Non è una strategia, è l’esibizione villana di uno stile paranormale della politica americana. Trump ha semplicemente fiutato che gli israeliani stanno davvero facendo traballare il regime teocratico dei mullah, e vuole intestarsi l’epocale vittoria. Intanto firmati i piani di guerra americani sull’Iran… a sorpresa dice che deciderà nei prossimi 15 giorni se far intervenire direttamente le forze armate americane. Un altro giro di giostra per vedere se l’ennesima finta trattativa di pace, porterà risultati… Così, lascia tutti con il fiato sospeso per sapere se sarà un disastroso conflitto o un nulla di fatto… decidendo in extremis se rivendicare il successo o imputare al solo Israele la posizione opposta di aver fallito…
E’ sempre tempo di Coaching!
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