
Editoriale del numero di Limes 12/24 “Musk o Trump, America al bivio” – Pubblicato il 30 Dicembre 2024 alle 20:41
Pubblicato in: Musk o Trump, America al bivio – n°12 – 2024
Carta di Laura Canali – 2024
1. L’America come la conoscevamo non è in crisi. È finita. Con essa il mondo americano. Chi avesse urgenza di scoprire quale altra America quindi quale altro mondo potrebbe seguire salti pure al punto 8. Per chi fosse interessato al percorso che vi ci conduce segue prologo in sette punti. Obbligatorio ripartire dallo zenit del progetto America per scivolare verso il nadir, ammesso che la superpotenza abbia davvero toccato il fondo. E noi altri occidentali con essa.
Il regime semiglobale che dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti avevano modellato su sé stessi non comprendeva solo l’Occidente. Includeva il Nemico sovietico, che si legittimava in quanto antiamericano. E ne era segretamente gratificato. Si parametrava sull’egemone, di cui quale alter ego era il super-satellite. L’altra faccia della stessa Luna.
L’Unione Sovietica era ricompresa dagli Usa nella medesima equazione mondiale, espressa nel contenimento reciproco dei due troppo asimmetrici rivali, all’ombra della loro unica simmetria, la Bomba. A Washington vigeva il postulato di Eisenhower: niente di peggio che sfidare l’Urss nell’ennesima guerra per finire tutte le guerre perché ne usciremmo comunque sconfitti. Soprattutto se vincessimo. Dovremmo assimilare uno spazio immenso che finirebbe per assimilare noi, sfigurandoci in Stato caserma. Fine del jeffersoniano «impero della libertà» oppure fine del mondo. Non un’alternativa invidiabile.
Il suicidio sovietico, che l’ultimo presidente adulto degli Stati Uniti, George Herbert Bush, cercò di sventare fino a cinque minuti dopo la mezzanotte, sembra dare ragione a Eisenhower. «Ora siamo tutti sovietici», stabilisce l’americanizzato storico scozzese Niall Ferguson, che nella piaga del wokismo legge la rovina della patria adottiva 1. Nel 2020 il suo collega di Princeton Harold James aveva già diagnosticato la decomposizione dell’«America tardo-sovietica» 2. Oggi auscultando il cuore depresso del potere washingtoniano assediato dal vendicativo ritorno di Trump scopriamo che tende alla tachicardia, scandita da extrasistoli patologiche. Sintomi di pensiero disperato e finale che invita a giocarsi il tutto per tutto. Suona più o meno così: «Non assisteremo inermi al nostro declassamento. Faremo la guerra alla Cina, se serve anche alla Russia. Perché? Perché sì. Certo non per assimilarne il miliardo e mezzo di umani».
Finale degno di Stranamore. Se però ai tempi della guerra fredda ci si poteva scherzare sopra, adesso l’apocalisse non suscita ironie. La terza guerra mondiale è argomento di conversazione al desco familiare, senza l’accompagnamento musicale di We’ll Meet Again, melodia consolatoria scelta da Stanley Kubrick quale sigillo del suo capolavoro e che la Bbc volle stoccare nel suo bunker anti-atomico per rallegrare i superstiti della guerra nucleare. Non vorremmo che corrotto dal neomarxismo pop che circola nelle vene del colosso a stelle e strisce qualcuno pensasse di dimostrare l’assunto di Marx ed Engels per cui tutto ciò che è solido svanisce nell’aria.
2. I liberal che nella loro commovente arroganza nulla hanno imparato e nulla dimenticato vedono nel Secondo Avvento di Trump «forse non proprio la fine del mondo», ma certo la cessione dello Stato «a una banda di libertini e libertari, maniaci del controllo e fanatici». Lo scrittore irlandese Fintan O’Toole, convocato dalla più rinomata tribuna della cultura progressista, la New York Review of Books, sigla con queste parole la disfatta del 5 novembre 3. Ogni riferimento a Elon Musk e alla sua compagnia di «prosperi inquilini della manosfera digitale» è voluto. Nella sua invettiva traluce lo sconforto per il trionfo del Male malgrado tutti gli orrori del trumpismo fossero squadernati davanti agli occhi degli americani. Come si fa a rivotare un bugiardo seriale, provetto truffatore e golpista fallito che nelle parole del suo ex capo di gabinetto John Kelly «non coltiva altro che disprezzo per le nostre istituzioni democratiche, la nostra costituzione e lo Stato di diritto»? Si fa, parrebbe inferire O’Toole, per l’ignoranza dei deplorevoli americani. Tragica constatazione. Un matto si può curare, se pericoloso eliminare in senso fisico o per via legale – qualcuno nello Stato profondo ci deve aver ripetutamente provato, con ciò confermandone lo stato comatoso – ma quando i liberi elettori lo premiano due volte è chiaro che la Città sulla Collina giace in macerie. La repubblica americana potrebbe finire nella tomba con i suoi difensori estremi a chiedersi perché.
Il funebre irlandese ha un lampo su cui conviene intrattenerci. Per lui la cifra di tanto disastro è la disinibizione della gente, incapace di regolare i propri impulsi, le proprie urgenze. Dal tycoon tanta incontinenza è percolata nelle istituzioni. Saltano i vincoli primari, le legature che saldano la democrazia. Sempre si voglia accettare questa dubbia autodefinizione della koiné statunitense, che ne trascura quantomeno i tratti plutocratici. E il gene privatistico della più individualista fra le società liberali, apparentemente avviata a sciogliersi. Contemplando la scena a stelle e strisce ci sovviene l’aforisma di Margaret Thatcher: «La società non esiste». Può darsi democrazia senza società?
Trump è il termometro di questa febbre che inquieta il mondo (carta 1). Non la causa. Dieci anni dopo il suo famigerato saggio sopra la fine della storia, Francis Fukuyama aveva diagnosticato la crisi delle democrazie liberali osservando il crollo della convergenza sui valori che devono sorreggerla. Altro che universali: molto specifici. Fondamentali in America quelli importati in origine dalle sette protestanti di matrice anglo, esaltazione del primato dell’individuo sulla politica, nutrimento dell’autorganizzazione volontaria di associazioni e comunità. Funziona finché la cultura informale sostiene le istituzioni formali.

Carta di Laura Canali – 2024
Ma quando la storia accelera insieme al ritmo di vita e l’accelerazione sociale spinta dalla tecnica alimenta sé stessa s’innesca una nevrosi. Ciascuno vede moltiplicarsi le opportunità mentre scopre di non poterle realizzare che in parte minima. Lo iato fra fissismo istituzionale e dinamica sociale illanguidisce il senso di appartenenza alla comunità. Slabbra la nazione.
Fukuyama 1999: «Sotto la pressione del cambiamento tecnologico, economico e sociale (…) l’individualismo, il pluralismo e la tolleranza ricompresi nelle istituzioni formali tendono a incoraggiare la diversità culturale, sicché possono minare i valori morali ereditati dal passato». Ciclo socioculturale e rigidità istituzionale divergono.
Fine delle inibizioni. Di ciò che unisce non v’ha più certezza. Serpeggia il narcisismo dei minimi dettagli che ci certificano esseri unici ma non speciali – intesi appartenere a una specie determinata, dotata di orgogliosa identità. Sentenza: «Una società dedita al costante ribaltamento di norme e regole nel nome dell’espansione della libera scelta individuale si scoprirà sempre più disorganizzata, atomizzata, isolata e incapace di perseguire obiettivi e svolgere compiti comuni. La stessa società che non accetta limiti all’innovazione tecnologica non vede limiti nelle varie forme del comportamento individuale. Per conseguenza aumentano i crimini, si spezzano le famiglie, i genitori non riescono a compiere il loro dovere verso i figli, i vicini non si assumono le reciproche responsabilità e i cittadini abbandonano la vita pubblica» 4. La disinibizione secondo O’Toole diagnosticata, con ben più profondo piglio, una generazione fa.
I riflessi di questa deriva anomica sulla geopolitica, non solo americana, sono di due tipi.
Il primo, epistemologico. Se ha ragione Thatcher e se la geopolitica è affare di collettività in competizione per il potere, siamo in contraddizione. Dovremo rivedere modi e scopi del nostro artigianato analitico. O rinunciarvi per coltivare passioni private. Prima di andare a pescare, imbruttirci coi videogiochi o finire stiliti per mortificarci in cima a una colonna nel deserto, converrà esplorare il problema e sciogliere il nodo. Con spirito laico. Impresa tremenda, cui intendiamo dedicarci nell’anno del Giubileo, anche per fruire dell’eventuale remissione dei peccati.
Il secondo, che anticipa risposta positiva al dilemma gnoseologico quindi ci riabilita all’analisi, riguarda il rapporto fra fuga dalle pubbliche responsabilità, esaurimento del ciclo alto dell’impero americano e disordine mondiale. Studiare in diretta una rivoluzione è impresa che sconta la certezza di incorrere in travisamenti e altri peccati di presunzione euristica. Se sbagliamo ci correggerete.
3. Riprendiamo il filo d’esordio. Abbiamo diagnosticato l’America in muta di pelle talmente drastica da rischiare la pelle. Ma l’America senza egemonia è sempre America? Lo Stato è destinato a seguire la collettività nella deriva anomica, fino a implodere? Oppure, come pronosticava George Friedman nel suo finora profetico affresco La tempesta prima della calma, è solo un ciclo drammatico destinato a inaugurare, col prossimo decennio, la nuova fulgida stagione stars and stripes? 5. Quali affezionati provinciali dell’impero, consapevoli del nostro status satellitare, abbiamo diritto e dovere di capire che cosa succede al capocordata. Del quale temiamo (ma c’è chi spera) voglia tagliare la corda. Lasciandoci o lanciandoci nel vuoto. In altrui braccia.
Osserviamo gli effetti sistemici della transizione egemonica in corso, senza pregiudicarne gli sviluppi. A oggi, possiamo stabilire quanto segue.
Primo. Finito in coda di pesce l’esperimento unipolare, riflesso automatico di Washington al suicidio della Mosca sovietica, l’equazione planetaria del potere si scompone e contrae in miriadi di subequazioni agenti su spazi sempre più esigui. Siamo tutti spaesati. Elettroni semiliberi. L’elegante coppia Amico/Nemico è scoppiata e nessuno è in grado di comporne un’altra. L’entropia accelera. Ciascuno improvvise tattiche di adattamento.

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Le alleanze internazionali seguono lo stesso percorso delle istituzioni nazionali, entrambe corrose dal vertiginoso mutare dell’ambiente di riferimento. Esemplare la Nato (carta 2). Sfidati dall’eccessivo divario fra i loro interessi, non più compensabile dalla venerabile minaccia sovietica, gli associati si affidano agli istinti primari riverniciati con narrazioni mitostoriche a uso strategico. Festival degli stereotipi. I polacchi fanno i polacchi, i francesi i francesi, noi scimmiottiamo l’idea che di noi coltivano gli altri. Washington s’irrita, pretende riparazioni sottospecie di maggiori spese e responsabilità militari. Mentre vede confermata la sua idea di Alleanza Atlantica come somma algebrica di rapporti perno-raggi. Bilateralismi pratici su fungibili allineamenti alla carta. Se poi ci fosse da sparare davvero, il Pentagono sa su chi contare e chi scartare.

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Secondo. L’incubo degli strateghi statunitensi è di non poter contare su un Nemico sufficientemente potente e odioso, tale da giustificare l’apparato militare e le industrie che lo sorreggono, con il surplus di coesione patriottica che ne dovrebbe derivare. Considerando la guerra ispano-americana del 1898 quale colpo di pistola che scatena lo sprint degli Stati Uniti dalla repubblica semicontinentale all’impero, tre sono state finora le anti-Americhe utili: Regno Unito, Terzo Reich e Unione Sovietica. Il primo, segreto ma decisivo. Si trattava di tagliare il cordone ombelicale con l’impero d’origine, contro cui Washington aveva combattuto la guerra d’indipendenza e ingaggiato sfide palesi od occulte. Da cui suggere la linfa imperiale per integrare Londra quale brillante ancella nel nocciolo anglosferico con Canada, Australia e Nuova Zelanda, più il gemello Israele: famiglia stretta del Numero Uno (carta 3 e carta a colori 1).

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Il secondo, Male assoluto, combattuto e sconfitto con il decisivo contributo del terzo, contraltare perfetto dell’impero del Bene. Nell’intervallo tra fine della guerra fredda ed esperimento monopolare, Washington si è impegnata con successo a separare i residui di Germania e Russia per evitare che su quel potenziale asse si cementasse un’anti-America eurasiatica. La guerra d’Ucraina parrebbe escludere tale sciagura. Quanto al quarto mostro, tocca scommettere sulla Cina, pilastro di un molto teorico allineamento bicontinentale capace di declassare gli Stati Uniti. Il ceterum censeo sinofobo delle élite americane, rivisitazione dello Yellow Peril tardo-ottocentesco coltivato dagli europei per nobilitare la spartizione della Cina, verte sulla formidabile crescita economica, tecnologica e militare di Pechino. Più ancora, sulle ataviche paure dell’Altro, colosso che i falchi di Washington dipingono destinato a scalzare gli Stati Uniti dal trono dopo averne succhiato il sangue e i saperi come prima gli americani con gli inglesi. Non sappiamo se tanto spreco di energie demonizzanti potrà resistere alla crisi sistemica del modello cinese. Se lo Stato profondo vuole fruire del pericolo giallo, deve sbrigarsi prima che si sveli tigre di carta.
Terzo. Né Cina né Russia possono prendere il posto degli Stati Uniti. Tantomeno lo vogliono. L’America resta Numero Uno. Non può però occuparsi di tutto il mondo. In aree specifiche, per esempio l’Ucraina o il Mar Cinese Meridionale con Taiwan, russi e/o cinesi sono in grado di concentrare la potenza necessaria a resisterle. Ma anche se potessero distruggere l’America non lo farebbero. Perché la scomparsa della superpotenza scatenerebbe una catastrofe planetaria. Nessuno intende governare un pianeta ridotto a deserto. In fin dei conti, Putin e Xi chiedono di vedersi riconosciuti da Trump come omologhi. Per riscrivere insieme le regole del gioco.
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La vera nemesi dell’America, l’unica che può distruggerla, è l’America. Sempre meno aderente al paradigma bianco-anglosassone/germanico-protestante da cui è nata e su cui ha eretto la sua potenza. La questione della razza scuote la nazione, ne scompone l’identità. Scatena violenza, a cominciare dal terrorismo domestico, cresciuto del 357% tra 2013 e 2021. Deriva esposta da Foreign Affairs sulla base delle ricerche di una squadra di sociologi dell’Università di Chicago: «Il pericolo principale per gli Stati Uniti non è una tecnologia fuori controllo o una frangia di miliziani. Non le diffuse sofferenze economiche. Non è nemmeno Trump». Il vero problema è «lo scontro culturale sulla natura dell’identità americana, con le sue profonde implicazioni su chi possa considerarsi un cittadino». La ricerca dimostra che decine di milioni di americani sono pronti alla violenza per stabilire chi sia tale e chi no (grafico 1 e carta a colori 2). Per costoro «le nostre élite sono talmente corrotte e la loro democrazia così profondamente marcia da rendere accettabili e persino necessari ammutinamenti, assassinii politici e attacchi violenti, volti a impiantare la democrazia suppostamente genuina che il popolo merita»6. I violenti che si ribellano non sono solo colletti blu ma anche borghesi benestanti. Di destra e di sinistra. La razza padrona vive male il suo declino.
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Nel 1990, apogeo dell’impero, il 76% della popolazione si identificava bianco. Maggioranza ridotta al 58% nel 2023. Finché nel 2045 i bianchi cadranno sotto la soglia del 50%. Minoranza nazionale. Confermata in tutti e cinquanta gli Stati federati. Quando la maggioranza di una nazione diventa minoranza, l’ansia può generare reazioni violente. Capaci di minacciarne l’esistenza. Al razzismo bianco risponde l’intolleranza dei wokisti, che si accompagna all’autoflagellamento. Il geopoliticamente corretto prepara il suicidio dell’America. Scegliamo un caso che lo illustra meglio di cento trattati di sociologia culturale.
4. Ottobre 2024. Washington, Distretto di Columbia, sta per plebiscitare Kamala Harris alle elezioni presidenziali con nove voti su dieci. La capitale degli Stati Uniti è feudo incontrastato dei liberal. Zona riservata alle massime istituzioni e allo Stato profondo, erbaccia da estirpare per i trumpiani. Nel 2021 Biden ha provveduto a istituire l’Indigenous Day al posto del Columbus Day, celebrato il secondo lunedì di ottobre con tanto di parata cara agli italo-americani. Motivo: affermare «il riconoscimento federale dei contributi e della resilienza (sic) dei popoli indigeni e della loro inerente sovranità». Nasce il sovranismo liberal: il presidente degli Stati Uniti ammette la sovranità dei pellerossa sul territorio di cui s’incarna sovrano elettivo. Nella fattispecie, si tratta dei Piscataway, i cui due rami principali sono riconosciuti tribù native dal 2012. A risarcimento delle vessazioni subite, poiché fino al 1978 i piccoli indiani potevano essere strappati a mamma e papà per affidarli a famiglie non native che ne avrebbero facilitato l’assimilazione al canone mainstream. Fiutando l’aria, il parroco di una chiesetta cattolica della capitale provvede a nascondere all’interno la statua del «colonizzatore» genovese che ne ornava l’ingresso, temendo venga decapitata.
Intanto, in una scuola privata nell’adiacente Stato di Maryland, l’insegnante fluido(a), non ascrivibile a uno dei generi classici e al quale si applica quindi il pronome plurale «loro» per non incorrere nello scorretto «lui» o «lei», propone agli allievi di sesta classe, equivalente alla prima media nostrana, l’esercizio seguente: «Usa la Mappa delle Terre dei Nativi sulla Google Classroom e scopri su quale territorio Nativo insiste la tua casa. Poi (…) scrivi il tuo riconoscimento della proprietà della terra. Ricorda le parti importanti del riconoscimento di cui abbiamo parlato oggi in classe.
· Riconosci il danno inferto ai popoli Indigeni in generale e a quelli della specifica comunità su cui è costruita la tua casa.
· Sii rispettoso nel linguaggio e nel tono.
· Sii specifico nel nominare le tribù e le comunità che vissero e vivono su quella terra.
· Condividi la tua gratitudine per la terra e il diritto di quella comunità ad amministrarla.
· Evidenzia le azioni che intraprenderai a sostegno della comunità Indigena, quali…
· Essere gentile e prenderti cura della terra.
· Imparare di più sugli Indigeni e sulle loro culture che vissero su quella terra prima di te.
· Offrirti di costruire una relazione con la popolazione Indigena nella e attorno alla tua comunità».
Fra i compiti abbiamo scelto quello di un undicenne sveglio e spiritoso, che chiameremo Francesco. Eccolo: «Cara tribù Piscataway, io vivo sulla terra che fu e resta di vostra proprietà. Vorrei riconoscere che la vostra tribù un tempo visse qui. Sicché dopo averci pensato ho deciso che avrei cercato di persuadere gli abitanti della mia casa a usare il terrazzo sul tetto per farci un bel giardino al quale tutti potranno contribuire. Dopo un po’ di ricerche, ho saputo che la vostra tribù è nota per coltivare fagioli, mais e grano. Intendo onorare questa tradizione sul tetto di casa mia. Quando il giardino sarà completato, prevedo di esporvi un’insegna che affermi come la vostra tribù sia fiera proprietaria di questa terra. Mi prenderò cura di questa terra che vi abbiamo sottratto. Siccome ho appreso che molti membri della vostra tribù vivono ancora nel Maryland, intendo stabilire un canale di comunicazione con loro, così potranno accedere alla terra di origine visitando casa mia. Da Francesco, residente in questo appartamento».
Per completezza, aggiungiamo che «loro» (l’insegnante) hanno apprezzato lo svolgimento, salvo notare che Francesco ha dimenticato di evocare «gli specifici danni inflitti agli indigeni che vivevano qui». Il tutto sarà coronato da un ballo di riconciliazione con i nativi in visita alla scuola.
L’escursione scolastica illustra l’effetto straniante che la guerra alla cultura occidentale fervente fra i liberal – fattore non secondario della vittoria di Trump 2.0 – induce nella società. Soprattutto tra i giovani, la cui sfiducia nelle strutture stabilite si concentra su presidente, Congresso e Corte suprema, mentre in vetta alla classifica dell’apprezzamento troviamo le organizzazioni non governative (grafici 2 e 3). Frank Furedi, contrarian inglese d’origine magiara, bolla «disinheritance» la liquidazione del passato occidentale che pervade scuole e università americane perché squalifica nazione e Stato agli occhi degli studenti 7. Il passato è macchia oscura. L’attacco al senso di continuità su cui criticamente si fondano equilibrio psichico e responsabile appartenenza alla comunità incrina la fiducia del giovane in sé stesso e nel suo paese. Non pensiero alternativo. Ideologia Zero. La guerra culturale, in pieno corso, deciderà il futuro dell’America.

5. Dobbiamo ad Antonio Gramsci la tesi sul sovversivismo delle classi dominanti. A un elevato grado di sviluppo capitalistico la borghesia si propone di assorbire l’intera società. Di omologarla a sé stessa. Rivoluzione. Impensabile per le classi dominanti d’antan, che si concepivano caste chiuse. Non per la borghesia che si vuole in progresso permanente. Sfidando sé stessa può incorrere in crisi di egemonia. Allora lo Stato borghese, che deve educare al conformismo e perciò si offre etico, ricorre alla forza. Risultato: «La classe borghese è “saturata”: non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa. (…) Una classe che ponga se stessa come passibile di assimilare tutta la società (…) porta alla perfezione questa concezione dello Stato e del diritto come diventati inutili per aver esaurito il loro compito ed essere stati assorbiti dalla società civile»8.
Potremmo riferirci al concetto gramsciano per meglio intendere la rivoluzione che sta travolgendo l’egemonia liberal in America. Almeno nel senso della crisi di assimilazione che travaglia la cultura dominante, traligna in deculturazione, spacca la comunità nazionale e ne pone in questione l’identità, ormai irriducibile a una.
L’America è evoluta in impero grazie al formidabile sviluppo del suo capitalismo e al suo esorbitante dominio militare. Di qui il disallineamento fra repubblica e impero (carte a colori 3 – in apertura – e 4). Scontro di civiltà nel cuore della civiltà occidentale. Ecco il dilemma che da ormai un ventennio affligge le élite nazionali: subordinare la repubblica all’impero o l’impero alla repubblica? La prima opzione implica estroversione no limits.

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Neoconservatorismo con steroidi. Espansione del modello americano in quanto universalmente invidiato da tutti. Se necessario, per mano militare. Terza guerra mondiale non esclusa, da alcuni anzi cercata. La seconda si vuole introvertita a protezione della penisola nordamericana. Congedarsi dal binomio nazional-imperiale, oscurato nel discorso pubblico, è calvario che scuote le (in)coscienze dei cittadini e degli stessi decisori, scossi al punto da contraddirsi o smentire le proprie parole con fatti irriflessi (carta 4).

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La traiettoria che lega il doppio mandato di Clinton (1993-2001) via Bush junior al Trump 2.0 (2025-?) attraversa questa rivoluzione sociale, culturale e istituzionale. Il dilemma che ne deriva retroagisce a sua volta sulla crisi domestica.
A spingere gli Stati Uniti fino a questo bivio strategico è l’esaurirsi del modello liberal. Così argomenta Nathan Pinkoski, originale studioso di tendenza conservatrice cristiana 9. Tesi leggibile entro lo schema del sovversivismo della classe al comando: «La civiltà del Novecento è collassata. Essa si basava su un principio essenziale del liberalismo: la separazione fra Stato e società, pubblico e privato». Le barriere fra istituzioni pubbliche suppostamente neutrali e interessi degli attori sociali ed economici in competizione sono cadute. Per Pinkoski oggi l’Occidente è postliberale. Postglobale, oseremmo glossare.
Se rappresentassimo le lotte di potere in termini teatrali, individueremmo nelle maschere di Trump e Musk il Giano bifronte dell’America postliberale. Non è lo Stato a finire sotto il dominio dei fondi risparmio o del Big Tech. Sono questi ad essersi politicizzati, fondendosi con lo Stato. Con tanti saluti all’«ordine basato sulle regole» dell’impero americano di cui abbiamo perduto le tracce.
Il titolo del manifesto di quell’utopia millenarista è rivelatore: «Dal contenimento all’allargamento»10. Discorso pronunciato il 21 settembre 1993 dal consigliere per la Sicurezza nazionale di Clinton, Anthony Lake, su testo del trentunenne Antony Blinken, poi segretario di Stato nell’amministrazione Biden. Sempre fedele, un po’ immalinconito, agli ideali giovanili. Lake/Blinken si lancia nell’apologia dei cambi di regime soft: liquidato il «grande blob rosso» – leggi: comunismo sovietico – gli Stati Uniti espanderanno le «aree blu» delle democrazie di mercato. Ordolandia redimerà Caoslandia (carta a colori 5). Versione in prosa di We Are the World, canzonetta di beneficenza scritta nel 1985 da Michael Jackson e Lionel Richie che annunciava l’avvento del Mondo Unico.

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Con una grande novità. La rivoluzione clintoniana non sarà solo opera dello Stato. L’impero si servirà di una miriade di attori e organizzazioni private. Dagli anni Novanta in avanti è infatti un proliferare di ong, imprenditori, giornalisti, accademici e altri coristi dell’America globale, ciascuno più o meno libero interprete dello spartito intitolato alla catarsi universale. Nelle parole di Lake/Blinken: «Dobbiamo perseguire i nostri obiettivi tramite un cerchio allargato non solo di funzionari di governo ma anche di gruppi privati e non governativi». Governanza al potere 11. I clintoniani sfruttano il privilegio esorbitante del dollaro – l’inesigibilità apparente del colossale debito con l’estero (carta a colori 6) oltre che di quello totale accumulato nell’ultimo secolo (grafico 4) – e le conseguenti immense riserve finanziarie per farne «risorse di sicurezza nazionale». Riforma efficientista dello Stato di pura marca manageriale. Deformazione della repubblica. Economia e finanza sono al servizio della strategia imperiale. Permettono di raggiungere obiettivi geopolitici senza rischiare vite americane.

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Esemplare di questa prassi è l’uso delle sanzioni contro entità nemiche in collaborazione con la finanza nazionale e internazionale. Violato il tabù delle regole neutrali – ovvero dell’imparzialità del Tesoro americano, regista con la Federal Reserve dell’universo dollarocentrico – banche e istituzioni straniere partecipano della meccanica sanzionatoria regolata da Washington per non finirne nel mirino. Droga irrinunciabile per l’impero. Contro il quale avversari ma anche alleati s’industriano a distillare contravveleni, sacche di scambi non dollarizzati destinate ad allargarsi sotto la pressione delle rappresaglie americane. I primi a saperlo sono coloro che le impongono, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti e dal segretario al Tesoro. Certi di esprimere la cultura di una potenza unica nella storia. Sovraordinata al mondo. La più sovranista di tutte. Grazie anche all’assoluta prevalenza del diritto nazionale sul cosiddetto «diritto» internazionale, inapplicabile dunque non-diritto.
I magnati dell’economia sono a un tempo collaboratori dello Stato e suoi eversori. Lo potenziano mentre lo usano. E viceversa. Ma il patriottismo imperiale non si sposa facilmente con gli imperativi aziendali. Tantomeno con le diverse visioni geopolitiche dei protagonisti della competizione tecnologica che ruota intorno all’intelligenza artificiale e ai suoi molteplici impieghi. È il dramma nascosto della coppia Musk-Trump. Quando sei padrone dello Spazio perché ti credi eletto a salvare l’umanità, difficile coesistere con chi si preoccupa solo di rifar grande l’America.
Al netto di qualsiasi giudizio morale, i coprotagonisti al vertice dell’impero non potrebbero essere più differenti. Il presidente iperpragmatico, maniaco del deal, amante del colpo a sorpresa anche a rischio di crivellarsi i piedi. Totalmente postliberale. Con una dose di senso comune incompatibile con le visioni global-imperialiste dei predecessori impegnati a rifare il mondo daccapo. Mentre l’uomo più ricco del pianeta si dedica a conciliare i suoi profitti con l’urgenza di redimere l’universo. Musk vuole mettere le mani sullo Stato americano per rovesciarlo come un calzino, annetterlo al proprio impero senza confini, infine scioglierlo nello Stato universale e omogeneo (figura). Missione comunistica del capitalismo donante. Musk coscienza di Kojève, che forse avrà letto nell’adolescenziale parentesi bulimica della sua acculturazione filosofica. Lo Spazio è il suo Far West, da fecondare applicando la strategia oceanica di Mahan all’Astropolitik (carta a colori 7). Per il bene dell’umanità, s’intende.

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Musk e Trump sono ego supremi che servendo sé stessi devono credere, o fingere di credere, che i loro obiettivi non divergano. Ciascuno tenta di manipolare l’altro. Sarà battaglia sorda per qualche tempo, forse culminante in duello all’ultimo sangue. Dovessimo scegliere chi dei due lascerà impronta più profonda nella storia, non esiteremmo a puntare su Musk. Ma chi è costui?
6. «La Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere nella culla per sempre»12. Elon Musk ama citare il motto di Konstantin Eduardovič Ciolkovskij (1857-1935), pioniere della cosmonautica russa, scienziato e filosofo commista. Non un bel biglietto da visita nella superpotenza a stelle e strisce, la cui russofobia trascende regimi e ideologie. Attiva da quando nel 1918 cinquemila uomini inquadrati nel corpo di spedizione Orso Polare sbarcarono ad Arcangelo per lanciarsi nella fallita repressione alleata della rivoluzione bolscevica, prima e unica incursione americana nel ventre della Grande Madre.
La Red Scare, l’equazione russo=rosso, resiste alle repliche della storia. Poco importa che alla corte putiniana circolino leggende nere su Lenin agente tedesco o Gorbačëv spia della Cia. Il comunismo è la filosofia più antiamericana che si possa concepire e secondo gli americani la Russia ne detiene il marchio per l’eternità. Il comunismo che affascinò molti bolscevichi dopo una breve eclissi torna ad abitare il Cremlino e a informare la pedagogia imperiale russa. Ispirata alla vastità dello spazio patrio, trampolino destinato a eccederne i limiti per proiettarsi in quello celeste. Di qui, insistono i custodi dell’ortodossia liberal-centrista d’oltreoceano, si è evoluto il virus che insidia il credo americano. Le fibre stars and stripes infragilite dalla crisi d’identità espongono gli Stati Uniti alle insidie del morbo rosso.
Altri temono che Musk, immaginifico cosmista dunque marxista non immaginario, sia agente patogeno. Sospettano che il visionario di ceppo sudafricano, cittadinanza canadese e naturalizzazione statunitense, immigrato dal 1995 nella sognante California stordita dalle controculture New Age, sia stato corrotto da quel clima insano. E abbia respirato i fumi emessi da attardati figli dei fiori, con figli e ormai nipoti altrettanto ebeti. Per tacere dei cultori della medicina olistica e/o guardoni di Ufo. Molti dei quali aderenti a sette transumaniste. Sedotti dalle teorie di Max More sull’autotrasformazione del sapiens sapiens in Superuomo fluttuante nello Spazio, eco dei cosmisti russi di fine Ottocento. More fonderà la rivista Ad Astra, parola d’ordine recuperata da Musk nel 2014 per battezzare la scuola di SpaceX dedicata ad astronauti in erba. Mentre l’amico Tom Morrow lancia Extropy, opposto di entropia, porta stretta che apre sull’immortalità da conquistare liberandosi dall’oppressione della gravità terrestre. Fra i seguaci Sergey Brin, cofondatore di Google. Imprenditore di nascita moscovita evoluto in americano, grande amico di Musk finché questi non ne seduce la moglie. Come lui altri straricchi selezionati nella platea dei tecnologi profeti, guru di popolarità planetaria cui il pianeta sta stretto. Il club dei magnati estropisti va da Jeff Bezos (Amazon) a Larry Page (cofondatore di Google), da Mark Zuckerberg (Facebook/Meta) a Richard Branson (Virgin). Convinti che le supertecnologie svilupperanno una super specie (trans)umana destinata a fecondare altre regioni del firmamento.
«Non è mai bene quando gli americani cominciano a pensare come i russi. Chi può dire che cosa faranno i giovani educati a disprezzare i valori occidentali quando aderiranno a un movimento tecnologico che riflette “l’anima russa” dei cosmisti? Il fatto che, spiritualmente parlando, Silicon Valley confini con Mosca non mi conforta»13. L’allarme lanciato dallo slavista newyorkese Gary Saul Morson, studioso di Dostoevskij e amico personale di Bill Clinton, evoca un fantasma che tormenta gli intellettuali liberal come lo Stato profondo washingtoniano: e se Musk – magari influenzato da Brin – fosse agente russo? Le voci sui contatti fra il proprietario di SpaceX e Putin, relativi soprattutto ai satelliti Starlink e al loro impiego in Ucraina, oltre al suo presunto uso di droga, inducono l’intelligence americana a limitare l’accesso di Musk a documenti troppo sensibili.
I sospetti sono alimentati da chi ricorda come la passione del giovane imprenditore per il cosmismo l’abbia spinto a esplorare, nella Mosca dei primi anni Duemila, la disponibilità del nuovo regime a cedergli missili sovietici da strappare alla ruggine per sviluppare i suoi progetti spaziali. In linea con la frenesia delle autoprivatizzazioni postcomuniste, quando aspiranti oligarchi disboscavano a man salva la selva delle industrie di Stato sovietiche. Per battere i sentieri dell’arricchimento immediato e scalare le cime tempestose della nuova Russia iperliberista – talvolta con retropensieri politici (vedi Mikhail Khodorkovskij) presto stroncati da Putin. Ma la missione di Musk fallisce perché nessuno a Mosca lo prende sul serio.
O forse perché qualcuno lo prende troppo sul serio. Come lo stesso Putin, cultore di Ciolkovskij, convinto che il cosmismo sia radice inestirpabile dell’Idea Russa. Quella che un altro dei riferimenti putiniani, il filosofo Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev (1874-1948), voleva fondata su «due princìpi contradditori: un paganesimo naturale, dionisiaco, essenziale, e l’ascetica ortodossia monastica. (…) Comunque, la Russia non è mai stata borghese»14. Perché è sempre in missione. Come l’America. Contro l’America. Per sé stessa, per l’umanità, per il cosmo.
Stupisce che Musk si abbeveri alla fonte cosmista, palpitante supplemento d’anima per il suo business? E che consideri Putin un interlocutore, non un nemico? Snobismi di intellettuali liberal a parte, scontiamo che gli strati più profondi del Deep State ne seguano con sospetto l’esuberanza ecumenica che lo spinge a trattare col signore del Cremlino, tanto quanto il richiamo incrociato di affari e missione l’attrae nella suadente orbita dei mandarini rossi che reggono la Città Proibita.
C’è del paranoico nella miscela di cosmismo e californismo. Se così vogliamo battezzare la speciale cultura della West Coast, prodotta modellando «idee generali che tutti accettano senza conoscerne le vere origini», come suggerisce Fred Turner, scienziato delle comunicazioni all’Università di Stanford: «La conquista dello Spazio è una delle narrazioni dominanti nella Silicon Valley»15. Databile da Space Colonies, classico del genere pubblicato nel 1977 dal ciber-comunardo Stewart Brands, caro a Steve Jobs, esegeta del movimento hippy e della colonizzazione dell’universo 16. Intorno alla crasi fra spiritualità russa e miraggi californiani fioriscono scoop inverificabili, alcuni divertenti. Come la voce sparsa dalla stampa americana sulle presunte origini nobili di Jurij Gagarin, primo cosmonauta quindi prima stella mediatica del mestiere. Altro che il «figlio di falegname» – discendenza peraltro assegnata a Gesù da Matteo (13,55) – dipinto dalla propaganda rossa. Gagarin sarebbe l’ultimo rampollo d’una genia di principi 17. Quello che i media Usa non sapevano era che il progenitore intellettuale dei cosmisti, Nikolaj Fëdorovič Fëdorov detto il Socrate di Mosca (1829-1903), genio che visse da asceta senza mai coprirsi con il cappotto salvo morire di polmonite quando si decise a indossarne uno, era figlio illegittimo del principe Gagarin. Gran massone che si fregiava derivare dal mitico Rjurik (798-879), variago Romolo della Terza Roma. Lo stesso sangue connette il fondatore della Russia al primo cosmonauta chiamato a espanderla nel cosmo? Se informati, i tecno-eredi transumanisti californiani avrebbero di che scatenare un’altra ondata cosmista. Da far rimbombare Silicon Valley e dintorni.
Per meglio intendere di che si tratti, imbarchiamoci sulla macchina del tempo alla ricerca delle fonti di questa saga e digitiamone le coordinate spaziotemporali. Anno: 1908. Indirizzo: Villa Blaesus a Capri, rifugio prediletto di Maksim Gor’kij, pseudonimo di Aleksej Maksimovič Peškov (1868-1936), di professione scrittore, rivoluzionario per passione. Cosmista convinto.
7. Una fotografia scattata a Villa Blaesus fra il 10 e il 17 aprile 1908, più volte ritoccata per inseguire la capricciosa ortodossia sovietica, ritrae Lenin impegnato in una sfida a scacchi contro Aleksandr Aleksandrovič Bogdanov (vero cognome: Malinovskij) sotto lo sguardo di Gor’kij (foto).

Duello fra il creatore dell’Unione Sovietica e uno dei più influenti bolscevichi della prima ora, che presto finirà nel cono d’ombra causa idee troppo originali e fastidiose per il futuro eroe dell’Ottobre. Sotto il sole di Capri Bogdanov commette l’errore della vita. Batte Lenin. Il quale la prende malissimo e gli tiene il broncio come un bambino. Gor’kij, che aveva invitato i due galli del bolscevismo nella sua villa per riconciliarli, descrive in una lettera a Bogdanov l’insofferenza di Lenin di fronte al rovescio scacchistico contro l’eretico compagno e rivale: «Il’ič sbuffa come un samovar in ebollizione. Soffia in tutte le direzioni il suo vapore polemico e temo che finisca con l’ustionare qualcuno. Io gli voglio bene, profondamente, sinceramente, ma non capisco perché si sia imbestialito. Per quel che mi riguarda, più mi immergo nei vostri libri più vedo con chiarezza, profondità e ampiezza il vostro pensiero davvero rivoluzionario e – non prendetelo per adulazione – mi pare che nella persona di Bogdanov il proletariato russo, e non solo, riconoscerà e apprezzerà il proprio filosofo»18.
Pochi mesi dopo Lenin è a Londra, chiuso nella British Library a compulsare testi di filosofia – non la sua tazza di tè – per comporre Materialismo ed empiriocriticismo, implicita stroncatura del pensiero di Bogdanov. Il quale la commenterà, scrivendo a Gor’kij, con parole profetiche: «La sua polemica “sulla verità” è condotta non perché essa trionfi, ma solo per dimostrare che “il vero marxista sono io!”. (…) Nel suo libro c’è un pubblicista furioso, ma non c’è il filosofo; me lo vedo davanti come un individualista nettamente delineato, che difende prima di tutto le abitudini di pensiero che hanno strutturato il suo “io” in un certo modo e per sempre. Caso senza speranza. Probabilmente anche nella pratica ora sarà più angusto e peggiore. Insomma la sua opera, sciatta, inetta, mediocre, suscita un’infinità di tristi pensieri»19.
Quale peccato Lenin rimprovera a Bogdanov? Di essere cosmista. Come Gor’kij e Anatolij Vasil’evič Lunačarskij, cofondatore del movimento dei Costruttori di Dio, setta di prometeici teurgi. Proselitisti. Gor’kij e Bogdanov allestiscono a Capri poi a Bologna una scuola per operai russi onde diffondere la loro eresia. Chiamiamola marxismo marziano. Libro di testo: La stella rossa, pubblicato a San Pietroburgo nel 1908. Bogdanov vi veste di fantascienza l’utopia di una società comunista su Marte, fondata sulla tecnica dell’organizzazione largamente meccanizzata – algoritmizzata, emenderebbe oggi Musk 20. Il trasferimento sul pianeta rosso è assicurato via eteronef, astronave prototipo. Ma il centro dell’interesse resta casa nostra. Si va su Marte per imparare dai marziani come realizzare in Terra la società dell’armonia protetta dalla tecnologia. Per riportare da noi il senso greco del cosmo. Kósmos vuol dire ordine. Intesa universale. Ed è per questo che la Russia genera cosmonauti insieme patriottici ed ecumenici, mentre l’America s’attende astronauti che nello Spazio anarchico piantino la bandiera a stelle e strisce per spingere la Nuova Frontiera più in là.
Bogdanov è fra le letture canoniche dei tecno-utopisti californiani, probabilmente dello stesso Musk. Anche se il boss di SpaceX preferisce evocare Ciolkovskij, che al contrario del tolemaico Bogdanov non voleva riportare da Marte armonia su Terra ma elevare l’uomo oltre il pianeta di origine per fecondare il firmamento nel quale eternizzarsi. Le stelle sono polvere dei nostri antenati da resuscitare, per volgerci tutti in immortali cittadini dell’universo. Superuomini identificati con Dio. O meglio, viceversa. Musica per Musk. Nel citare Ciolkovskij che ci esorta a uscire dalla culla – dalla comfort zone terrestre, direbbe lui – si svela mistico: «La vita non può ridursi a risolvere un miserabile problema dopo l’altro. Ci devono essere cose che ti ispirano, che ti fanno sentire bene quando ti svegli al mattino e ti rendono parte dell’umanità. (…) È tempo di andare avanti, di diventare una civiltà in movimento fra le stelle, di espandere dimensione e scala della civiltà umana»21. Ha ragione il filosofo francese Michel Eltchaninoff quando nel suo Lenin ha camminato sulla Luna abbastanza retoricamente si domanda se Musk si sia convertito al cosmismo frequentando la Russia 22.
Il lettore scettico si chiederà: Musk ci è o ci fa? Scegliamo la busta numero uno. Non v’ha dubbio che il transfuga da Pretoria sia interessato all’accumulazione del proprio capitale. Ma quando ci si pone l’obiettivo di fondare l’umanità multiplanetaria e dotarla d’immortalità, il conto in banca è mezzo, non scopo. Dio non fa il cassiere. Sicché le obiezioni di noi banali terrestri, per cui la colonizzazione di Marte sarebbe bluff, vanno ricalibrate su quella non ordinaria personalità, che si valuta genio – il suo quoziente intellettivo sarebbe vicino a 160, in zona Einstein – e tale è considerato anche da molti suoi avversari. Lo Spazio induce spiritualismo, esorta all’avventura transumana. Nobilitata dall’intento salvifico. Dal vangelo secondo Musk: «Se riuscissimo ad andare su altri pianeti le probabilità che la coscienza umana sopravviva diventerebbero molto maggiori di quanto non sarebbero se rimanessimo bloccati su un unico pianeta che potrebbe scontrarsi con un asteroide o distruggere la sua stessa civiltà» 23. Dove la distruzione sarebbe provocata dall’olocausto nucleare o, più probabilmente, dallo sviluppo di un’intelligenza artificiale superiore all’umana. Sovrumana dunque antiumana. Perché decisa a sbarazzarsi di noi normali attardati.
Alla martificazione dei terrestri la scienza oppone inconfutati argomenti. Oggi un’astronave impiegherebbe almeno otto mesi per raggiungere Marte, altrettanti per tornare. Traumi psichici a parte, drammatico l’impatto delle radiazioni cosmiche (non cosmiste), che ammalano il cuore e sviluppano tumori 24. La risposta corrente fra i tecno-fautori dell’avventura interplanetaria suona così: non saremo noi a imbarcarci per Marte, bensì robot umanoidi, evoluzioni del quadrupede Spot, da Musk ribattezzato Zeus.
Ma perché intristirsi coi tecnicismi, obietta il Nostro, quando basta alzare lo sguardo alle stelle per intuirne la potenza mitopoietica? Siamo al nuovo American Dream: «Stabilire una base su Marte sarebbe terribilmente difficile e probabilmente nel corso dell’impresa vi sarebbero vittime, proprio com’è successo durante la colonizzazione degli Stati Uniti» 25. Miscela di cosmismo e ipercapitalismo, transumanismo e tecno-anarchismo firmati Musk. Marchio dell’ultima Nuova Frontiera. Nell’ora sfregiata dai segni del declino, gli americani, nazione di pionieri, hanno bisogno di tornare a sognare. Solo chi sogna cambia il mondo. Per trasferirlo altrove. Impresa improbabile, che sfocia in paradosso.
8. L’America in partenza per Marte sta atterrando su Terra. Nata per raddrizzare il legno storto dell’umanità, dimentica del monito kantiano per cui da noi umani nulla si può trarre di perfettamente dritto, si sta adattando al fallimento delle sue utopie. Con dolore. Senza avere il coraggio di ammetterselo, ha avviato le manovre di rientro dal cielo stellato alla polvere terrestre, nostra sostanza. Dall’ipermorale dell’impero del Bene al nichilismo pragmatico che trasforma i mezzi in fine. Come spiega in questo volume Fabrizio Maronta, l’America reale si congeda dall’ideale: constatiamo «il divorzio della sua forza bruta – ancora temibile – dall’obbligo morale» (pp. 51-61).
Da fuoriclasse a Numero Uno nel giro di questo primo quarto di secolo. Trump promette di estremizzare la cauta ritirata inaugurata nel 2007 da Bush figlio dopo la disfatta irachena, sviluppata da Biden con il disastroso ritiro dall’Afghanistan, e che lui intende sigillare compromettendosi con Putin, dopo averlo sorpreso in Siria (carta a colori 8), per chiudere la macelleria ucraina.
Carta di Laura Canali – 2024
Prima di lui, l’ultima America liberal sembrava aver deciso di rischiare la guerra totale con la Russia. Eventualmente anche con la Cina (carte 5 e 6). In violazione del postulato di Eisenhower, seguendo l’istinto neocon teorizzato da Lake/Blinken, praticato da Clinton (via allargamento della Nato) e Biden (tentato cambio di regime a Mosca impantanandola in Ucraina). In continuità con il manifesto clintonista, che così esponeva il dilemma dell’America alta: «Da una parte il protezionismo e la limitazione dell’impegno estero; dall’altra l’attivo impegno nel mondo in nome della democrazia e dell’espansione dei commerci». La seconda ipotesi era resa cogente dalla constatazione che «siamo nel tempo in cui il mondo sta abbracciando i nostri ideali come mai prima». Trump opta per il ripiegamento tattico necessario a rifare grande l’America. Prende atto che il mondo non sta più abbracciando gli ideali americani come prima. Peggio: gli stessi americani non sono così convinti del proprio credo nazionale. Mentre gli autocrati afroasiatici sono spesso più popolari dei democratici occidentali.

Carta di Laura Canali – 2024
L’umanità non è né sarà a stelle e strisce. Ma l’America ha ancora le risorse per restare in testa al gruppo. O per immaginarsi di esserlo.
Musk, imperialista egocentrico ed ecumenico, rovescia e rilancia. Il suo obiettivo non è rifare grande l’America. Perché intristirsi in miserie terrestri? Molto meglio spendere la vita per inaugurare l’impero multiplanetario del Superuomo. Immortale. Nessuna nazione si proteggerà da sola dall’apocalissi dell’intelligenza artificiale che si ribellerà ai suoi padroni per dominarli e sterminarli. Musk, assicurano i suoi fan, salverà il pianeta. Sulla bandiera cosmista ricamerà il motto: «Tecnostar di tutto il mondo unitevi!». Postilla: «E seguitemi su Marte».
I liberal inconcussi che ancora prevalgono nell’ecosistema mediatico occidentale dipingono la stranissima coppia Trump/Musk come matrimonio d’interesse fra due pazzi che saranno condannati dalla storia. Forse. Ma qualcosa ci resterà di questi anni, perché il destino dell’America e della Terra – su Marte ci asteniamo – non impegna solo un paio di eccentrici capi.
Come promesso, riprendiamo dal punto 1. Confermiamo che l’America aurea, entro le cui larghe braccia siamo fortunosamente finiti per tre generazioni, non è più tra noi. Assistiamo al doloroso parto di un’America che non le assomiglierà punto. Segnata dall’intreccio fra mutazioni socioculturali e strategiche che si condizionano a vicenda e disegnano sentieri finora interrotti verso nuovi, inesplorati orizzonti. Dalla liberaldemocrazia alla governanza via fusione di Stato e società civile. Dalla pulsione globalista al nazional-protezionismo. Dall’America mondiale a quella «marziana». Le virgolette marcano il pragmatismo inscritto nel delirio multiplanetario degli hippo-cosmisti à la Musk: miriamo altissimo perché se stiamo fermi precipitiamo in basso. Non vorremmo che per non finire assassinati dai robot in rivolta dimenticassimo che cavalcare il caos ci porta dritti alla guerra atomica.
Si va su Marte come Colombo verso le Indie. Quale America scopriremo non lo sa nemmeno Musk.

Carta di Laura Canali – 2024
Note:
1. N. Ferguson, «Niall Ferguson: We’re All Soviets Now», The Free Press, 18/6/2024.
2. H. James, «Late Soviet America», Project Syndicate, 1/7/2020.
3. F. O’Toole, «The Second Coming», The New York Review of Books, vol. LXXI, n. 19, 5/12/2024.
4. F. Fukuyama, «The Great Disruption», The Atlantic Monthly, maggio 1999.
5. G. Friedman, The Storm Before the Calm. America’s Discord, the Crisis of the 2020s and Beyond, New York 2021, Doubleday.
6. R.A. Pape, «Our Own Worst Enemies. The Violent Style in American Politics», Foreign Affairs, vol. 103, n. 6, novembre-dicembre 2024.
7. Cfr. F. Furedi, The War Against the Past: Why the West Must Fight for Its History, Cambridge-Oxford-Boston-New York, Polity Press, 2024.
8. A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. 2, quaderno 8, § 2, Torino 1975, Einaudi, p. 937.
9. N. Pinkoski, «Actually Existing Postliberalism», First Things, novembre 2024.
10. A. Lake, «From Containment to Enlargement», discorso alla Johns Hopkins School of Advanced Studies, 21/9/1993, Clinton Digital Library.
11. Ci permettiamo di riportare in italiano il termine «governanza» invece del «governance» inglese, a sua volta tradotto dal francese «gouvernance», con il quale si intende lo svuotamento dello Stato di funzioni essenziali affidate a organizzazioni private. Quella di «governance» è peraltro sfera semantica ambigua, come quasi sempre quando non traduciamo lemmi anglo. Sul tema vedi la sentenza dell’Accademia della Crusca elaborata da R. Ratti, «Il caso di governance/governanza», in C. Marazzin, A. Petralli (a cura di), La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Firenze 2015, Accademia della Crusca -goWare, pp. 50-54. L’autore cita l’autorevole parere del linguista Francesco Sabatini per cui far rivivere «governanza» «è perfettamente legittimo e altamente funzionale».
12. K.E. Ciolkovskij, L’esplorazione dello spazio cosmico per mezzo di apparecchi a reazione, Mosca 1962, Accademia delle Scienze dell’Urss. L’opera risale al 1903. Vedi anche «Space oddities», editoriale di Limes, 12/2021, «Lo Spazio serve a farci la guerra», pp. 7-34. Nello stesso volume, vedi l’antologia di scritti di Ciolkovskij curata da F. Pastore, «Filosofia cosmica», pp. 157-165. La citazione di E. Musk è su YouTube, «Elon Musk quoting Tsiolkovsky, the Russian rocket scientist».
13. Cfr. G.S. Morson, «Galaxy brains», The New Criterion, febbraio 2024.
14. Cfr. N. Berdjaev, The Russian Idea, Boston 1962, Beacon, p. 4.
15. M.O. Behrer, «Cosmisme, l’espace comme refuge pour l’humanité, des penseurs russes à la Silicon Valley», Le Monde, 1/2/2023.
16. Cfr. S. Brand, Space Colonies (A Coevolution Book), London 1977, Penguin.
17. A.C. Madrigal, «The Explosive (But Now Forgotten) Rumor About Yuri Gagarin», The Atlantic, 12/4/2011.
18. Cfr. la prefazione di Wu Ming ad A. Bogdanov, Ingegner Menni, Milano 2019, A.SE.FI. Editoriale, p. 5, traduzione di Kollektiv Uljanov (immaginiamo fedele, malgrado s’intesti al rivale di Bogdanov).
19. Ivi, p. 6.
20. A. Bogdanov, La stella rossa, Palermo 1989, Sellerio.
21. E. Musk, vedi nota 12.
22. Cfr. M. Eltchaninoff, Lenin ha camminato sulla Luna. La folle storia dei cosmisti e dei transumanisti russi, Roma 2022, e/o.
23. W. Isaacson, Elon Musk, Milano 2023, Mondadori, p. 117.
24. Cfr. M. Spagnulo, «Il sogno marziano può attendere», Limes, 12/2021, «Lo Spazio serve a farci la guerra», pp. 169-175.
25. W. Isaacson, op. cit., p. 117.
26. A. Lake, op. cit.
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