Politica: di fronte a noi due mondi alternativi. Utopia, Distopia e il fascino del possibile. La deriva illiberale americana con il duo Trump/Musk aggrava il disordine mondiale…

Il concetto di utopia risale a Thomas More, che nel 1516 pubblicò il suo libro omonimo immaginando una società perfetta, in cui giustizia, uguaglianza e armonia governano la vita di ogni cittadino. L’utopia è un sogno di progresso, una speranza di miglioramento radicale della condizione umana. Spesso, le utopie riflettono i desideri e le frustrazioni della società che le immagina: quando il mondo reale appare ingiusto o caotico, l’idea di un luogo in cui tutto funziona alla perfezione diventa un rifugio per l’immaginazione. Ma l’utopia non è solo un sogno lontano. Alcuni tentativi concreti sono stati fatti per costruire comunità ispirate a questi ideali. Le comuni, gli esperimenti sociali e perfino alcune città modello si basano sull’idea che sia possibile creare un mondo in cui i conflitti e le disuguaglianze siano minimizzati. Tuttavia, il problema delle utopie è spesso proprio la loro realizzazione pratica: la perfezione, una volta raggiunta, può diventare soffocante, statica, incapace di adattarsi alla complessità dell’essere umano. Dall’altra parte della medaglia troviamo la distopia, un mondo in cui il sogno si è trasformato in un incubo. Le distopie immaginano il futuro come un luogo oscuro, in cui il controllo sociale, la perdita della libertà e la disumanizzazione sono la norma. Celebri opere come “1984” di George Orwell e “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury ci hanno mostrato società dominate dalla sorveglianza, dal pensiero unico e dalla repressione di ogni forma di dissenso. Questi racconti distopici dovrebbero fungere da monito: ci ricordano cosa potrebbe accadere se le nostre paure più profonde diventassero realtà. Spesso, le distopie sono critiche delle società contemporanee, amplificando i difetti già presenti e portandoli a estremi allarmanti. Ad esempio, il consumismo sfrenato diventa alienazione, la tecnologia promettente si trasforma in sorveglianza onnipresente, e il desiderio di sicurezza degenera in un controllo totalitario. La distopia ci fa riflettere sui pericoli che corriamo quando abdichiamo la nostra libertà e il nostro pensiero critico… Perché siamo così attratti da utopie e distopie? La risposta potrebbe risiedere nella nostra naturale curiosità e nella necessità di esplorare il possibile. Questi mondi alternativi non sono solo esercizi di immaginazione; sono strumenti attraverso cui possiamo analizzare noi stessi e la società in cui viviamo. L’utopia ci ispira a migliorare, a sognare un mondo in cui giustizia e armonia prevalgano. La distopia, d’altro canto, ci avverte dei pericoli che possono nascere dai nostri errori e dalle nostre debolezze. Il fascino dell’utopia risiede nella speranza. È una visione di ciò che potremmo essere, di un futuro in cui abbiamo superato i nostri limiti e creato una società giusta e prospera. Per alcuni, immaginare l’utopia è un esercizio di ottimismo radicale, un atto di ribellione contro il cinismo del presente. È il tentativo di immaginare ciò che potremmo essere, nonostante tutte le sfide che incontriamo lungo il cammino. La distopia, invece, è un’esplorazione del nostro lato oscuro. Ha una funzione catartica: ci permette di confrontarci con le nostre paure più profonde senza doverle vivere direttamente. Inoltre, ci offre una lente critica con cui osservare i nostri difetti collettivi e comprendere le conseguenze delle nostre scelte politiche, sociali e tecnologiche. Il suo fascino risiede nella tensione tra paura e consapevolezza, nella capacità di farci aprire gli occhi di fronte a potenziali derive del nostro futuro… Ma veniamo al dunque, queste potenziali derive del nostro futuro, sono ormai tutte in campo. La conferenza stampa di Trump di un paio di giorni fa, ci proietta senza più ombra di dubbio, verso una distopia politica e sociale alquanto drammatica… lo sottolinea il Prof. Piero Ignazi, in un suo articolo apparso su Domani: “Il neopresidente o straparla sotto quando pensa di far sbarcare i marines in Groenlandia, a Panama e magari anche in Canada e Messico, oppure ci disegna uno scenario da incubo. Per ora i governi europei rimangono ammutoliti”. Questo Mondo che abbiamo vissuto noi ‘boomer’, tutti ormai ultrasettantenni, è crollato e purtroppo sembrerebbe poter peggiorare ulteriormente. La guerra Russa-Ucraina, tra un mese raggiungerà il terzo anno di combattimenti. E l’idea della pace tra le nazioni, quanto meno nello spazio europeo, che era stata proclamata con forza evocativa dal Manifesto di Ventotene di Rossi e Spinelli viene relegata nell’angolo delle illusioni. È la forza militare ciò che conta: i muscoli d’acciaio dei carri armati disegnano le relazioni tra le nazioni. In fondo, chi era Gandhi? Che senso aveva, e ha, la non-violenza? Fantasia da anime belle. La guerra è tornata ad essere l’igiene del mondo. I tanti che hanno usato la testa per calarsi un elmetto piuttosto che ragionare alimentano un fiume nero. Quello per cui le relazioni tra le nazioni, i gruppi e gli individui si basano non sulla comprensione dell’altro, sulla condivisione e sul compromesso ma sulla forza. Questo sentimento così diffuso discende da quanto è stato seminato per anni. La vittoria dell’Occidente nella guerra fredda dopo la caduta del muro, ha prodotto quel sentimento di onnipotenza che acceca. Non da subito, in realtà, perché rimaneva al comando, in politica e in economia, una generazione che sapeva cos’era la guerra. Noi di demografia, ragioniamo poco e nulla, e invece dovremmo farlo molto di più. Le trasformazioni più straordinarie della storia contemporanea sono proprio quelle demografiche, anche se esse vengono quasi sempre ignorate dai manuali di storia. Ad esempio il tramonto dei ‘boomer’ porta con sé la fine di una visione del mondo. Che Trump faccia parte di questa generazione non è che l’eccezione che conferma la regola. Dietro di lui scintillano denti ben più aguzzi e affilati, guidati dal capobranco Musk. L’annichilimento dell’Unione Sovietica come modello e come superpotenza non ha portato a un nuovo ordine. E siamo passati rapidamente dal delirio di onnipotenza della ragione alla società aperta al nuovo disordine mondiale. L’iperpotenza americana, come veniva chiamata ai tempi di Clinton, non è stata in grado di ridisegnare le relazioni internazionali su un piano di mutua comprensione e convenienza. Soprattutto George W. Bush ha perso la grande opportunità del post 11 settembre quando, ovunque, persino in Iran, ci furono manifestazioni a sostegno del popolo americano. Aveva tutte le carte in mano, ma un gruppo di fanatici neo-con, appoggiato dai suoi emuli europei, ha portato gli Usa a imbarcarsi in avventure militari in ogni dove. Con i disastrosi risultati che conosciamo, in Afghanistan e Iraq. Il ritorno dopo un quadriennio della variabile impazzita Trump – mentre qualsiasi democrazia degna di questo nome lo avrebbe ristretto nelle patrie galere per l’insurrezione da lui guidata e benedetta – aggrava in maniera esponenziale il disordine mondiale. Ora domandiamoci perché Trump vuole la Groenlandia? Tutti gli interessi Usa sul territorio autonomo danese. Per ora i governi europei rimangono ammutoliti: forse ritengono troppo eccessive queste uscite per essere prese sul serio. È la solita sottovalutazione del pericolo, perché viene da quella che dovrebbe essere la “nostra parte”. Ad ogni modo lo slittamento illiberale dell’America con Trump e Musk un effetto sul nostro continente l’ha già ottenuto. Ha dato forza e legittimità alle destre estreme. La sponsorship di Musk nei loro confronti rivela la sintonia di amorosi sensi tra il nuovo corso americano e l’estremismo antidemocratico e antiliberale. O meglio, porta in superficie quanto da molti anni stava lievitando. L’Europa si appresta a colorarsi di nero con l’ingresso delle destre radicali al governo. Ancora una volta l’Italia ha fatto da battistrada. Ora è Roma, come cent’anni fa, a dare il tono, a segnare il passo, con quel mix astuto di allineamento filoccidentale e restringimento degli spazi di critica e di libertà nell’arena domestica. Il vento del nord-atlantico è ben diverso da quello del nord evocato a suo tempo da Pietro Nenni. Quello che soffia da ovest porta sostegno a chi vuole smantellare le ultime casematte dello stato sociale perché il nuovo principio ordinatore dominante ruota tutto sull’individuo. Si afferma un nuovo darwinismo sociale, tipico del mondo americano, dove vince chi caccia più in giù gli altri, e chi perde deve incolpare solo sé stesso. Tutto il contrario di quanto nel corso di un secolo e mezzo la sinistra, borghese prima e poi anche proletaria, ha costruito in Europa… Resta da chiedersi: “perché siamo così attratti da utopie e distopie?” Il fascino dell’utopia risiede nella speranza di un futuro. La distopia ha una funzione catartica: di confronto con le nostre paure più profonde. Il suo fascino risiede nella tensione tra paura e consapevolezza e nella capacità di farci aprire gli occhi di fronte a potenziali derive del nostro futuro… Così come il New Deal di Roosevelt ha sempre ossessionato la destra americana, allo stesso tempo l’intervento pubblico e lo stato sociale incarnano il male per la destra europea, moderata ed estrema. Proprio sul totem dell’individualismo e della negazione del ruolo dello Stato si salda, oggi, l’alleanza internazionale tra le destre nel mondo. Una intesa che spalanca le porte del potere proprio ai rappresentanti del estremismo di destra…

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