
«Di chi sono questi giorni?», La risposta è: «non ci sono altri giorni che questi nostri giorni … …». Così scrive Italo Calvino nel “il cavaliere inesistente”.
Riecheggiando così San Agostino: «noi siamo i tempi», citato recentemente dal papa agostiniano Leone XIV. La stessa risposta ha dato il Presidente della Repubblica (quello vero) Sergio Mattarella, nel suo messaggio di fine/inizio anno. Il nostro tempo siamo noi, il tempo scandisce la nostra vita individuale e la nostra storia collettiva. La Repubblica italiana compirà 80 anni il due giugno, in quella giornata del 1946 con un solo voto gli italiani fecero la scelta repubblicana, la scelta costituzionale, con l’elezione dell’Assemblea costituente, la scelta democratica, con l’elettorato alle donne e la piena rappresentanza garantita dai partiti di massa. Nell’album dei ricordi di Mattarella, la stagione delle grandi riforme (la casa, la riforma agraria, la sanità pubblica, lo statuto dei lavoratori), la lotta al terrorismo rosso e nero, appartiene a quella fase che fu chiamata Prima Repubblica, da cui Forza Italia e la Lega nel 1994 si dichiararono estranei e che la destra post-fascista esclusa non ha mai riconosciuto nel suo valore. E l’album collettivo sembra così interrompersi bruscamente all’inizio degli anni Novanta, con la memoria di Falcone e Borsellino
ultimi martiri di quella Prima Repubblica. Dopo quella stagione, nelle parole del presidente Mattarella, ci sono stati cambiamenti profondi «dal linguaggio, agli stili di vita, alla moneta». Ma la questione vera è che la politica dall’ora a tutt’oggi non ha più guidato il cambiamento. E oggi, nell’autocompiacimento, la retorica sull’Italia tornata forte, la destra ignora e non affronta temi esiziali come il declino demografico e il declino industriale, che incrinano le scelte di ottant’anni fa. La stessa scelta costituzionale è messa in discussione, e non solo per la riforma della magistratura approvata senza dibattito nelle letture parlamentari. La Costituzione viene svuotata di senso nelle istituzioni, a partire dal Parlamento mutilato e umiliato, e nella percezione dei cittadini. La scelta democratica è in dubbio perché ottant’anni dopo il primo voto
la metà degli italiani (ma nelle ultime elezioni regionali sono stati molti di più) sceglie di restare a casa, e perché quegli strumenti di democrazia che si chiamavano partiti sono stati virtualmente chiusi. Nel 2026 saranno i 50 anni del congresso della Dc che elesse direttamente segretario Zaccagnini, del massimo storico alle urne del Pci di Berlinguer, dell’ascesa di Craxi alla guida del Psi. Il punto più alto dei partiti che anticipava la loro fine. Oggi invece abbiamo partiti a conduzione personale e familiare. Il partito più votato, Fratelli d’Italia, non organizza congressi ma feste, per acclamare Giorgia Meloni. Il secondo partito, il Partito democratico, è l’unico che ha una (molto) tormentata vita interna, la direzione, l’assemblea, gli organi di garanzia, il tesseramento (nel 2026 la tessera voluta da Elly Schlein è dedicata a
Tina Anselmi, 50 anni fa la prima donna a diventare ministra), la leadership scelta con le primarie. Ma, nel centrosinistra, l’emergente sindaca di Genova Silvia Salis ha definito «sbagliate» le primarie, eppure una ex campionessa dovrebbe avere la competizione nel suo DNA. E il sindaco di Napoli e presidente dell’Anci Gaetano Manfredi ha sentito il bisogno di chiarire che non vuole avere nulla a che fare con i partiti: «Ho avuto forse una tessera ai tempi dell’università, oggi ho quella dell’aeroporto» (dice in un’intervista sul Foglio, del 29 dicembre u.s.). E invece una riforma della politica dovrebbe ripensare interamente gli ultimi tre decenni di antipolitica con regole di partecipazione, scelte trasparenti per candidature e gruppi dirigenti, finanziamento pubblico legato alla democrazia interna. La terza scelta, la scelta repubblicana, è in apparenza riconosciuta da tutti. Nel suo messaggio Mattarella ha usato il termine Repubblica undici volte (mai la parola Patria, neppure una volta la parola Nazione),
rivendicandone il carattere democratico, ha parlato di concittadini e non di italiani, ma l’equazione Repubblica democrazia non può essere più scontata. La “Repubblica tecnologica” immaginata dagli oligarchi di Trump teorizza una Repubblica dei più ricchi e forti, senza uguaglianza per i cittadini. Mattarella, il decano dei presidenti della Repubblica in carica nella vecchia Europa, avverte il pericolo. I suoi ultimi discorsi sul destino delle democrazie europee, drammatici, appassionati, più che prediche inutili sono messaggi a futura memoria, che non possono essere annegati nel brindisi ipocrita con cui la destra ha accolto le sue parole. Resta l’esigenza di un progetto concreto per fermare il declino demografico, industriale e democratico della Repubblica e per confermare le tre scelte di ottant’anni fa, costituzionale, democratica e repubblicana, che vale l’impegno di una generazione politica di progressisti e di democratici. Di chi sono i giorni? I giorni sono nostri. Svegliamoci!
Da quando si è insediato alla Casa Bianca, Donald Trump è diventato il protagonista assoluto della geopolitica e dell’economia mondiali. Le sue decisioni rapide, drastiche e imprevedibili hanno spiazzato tanto i governi quanto le opinioni pubbliche.
Una domanda solo leggermente provocatoria: non vi pare che l’America, la nazione considerata come indispensabile per l’equilibrio civile del Globo, inizi a somigliare un po’ troppo allo Stato canaglia perfetto? Le caratteristiche delle forze impiegate e la rapidità dell’intervento su un territorio nazionale sovrano, evidenziano una vera e propria invasione. La presenza della più grande nave da guerra del Pianeta Terra nelle acque del Mar dei Caraibi non era
quindi solo un deterrente. Era il segnale di una operazione dal profilo evidentemente bellico, non tanto di contrasto al narcotraffico internazionale. Infatti, l’attacco al territorio venezuelano, annunciato come missione contro i narcos, solleva questioni di legittimità che richiedono chiarezza immediata. Finora erano state distrutte circa venti imbarcazioni con oltre 70 persone a bordo. La Casa Bianca afferma che si trattava di narcos con carichi di cocaina diretti negli USA, ma di ciò, non ha mai fornito prove dettagliate oltre i filmati dei missili che colpivano e facevano esplodere i natanti. Questo tipo di evidenza visiva non sostituisce affatto un doveroso dossier investigativo che comprovi la natura e la destinazione dei carichi fatti esplodere, né giustifica, da sola, un’aggressione su larga scala di una nazione indipendente. Le caratteristiche delle forze impiegate e la rapidità dell’intervento su un territorio sovrano evidenziano invece come già detto una vera e propria invasione. Assetti militari e modalità operative non possono essere in alcun modo riconducibili a una semplice operazione antidroga. Non sorprende quindi che siano emerse in passato simulazioni della CIA riguardo operazioni in territorio venezuelano. Alla base dell’iniziativa bellica c’è l’obiettivo tutto politico di rimuovere il governo di Caracas. Meno del 3% della cocaina che arriva negli USA proviene dal Venezuela. Il Paese è pressoché irrilevante nella produzione di droghe sintetiche come il Fentanyl. Il pretesto antidroga, dunque, non regge sul piano pratico. L’intento vero
è il cambio di regime volto a sostituire Maduro con una nuova leadership favorevole agli interessi statunitensi. Il presidente venezuelano e sua moglie sono stati quindi sequestrati e deportati. In questo scenario Corina Machado (neo-premio Nobel per la Pace) già indicata come possibile figura di governo di transizione
è stata immediatamente “archiviata” dallo stesso Trump, per mancanza di sufficiente consenso popolare. Quindi, le implicazioni geopolitiche di questa invasione sono profonde. Gli alleati di Maduro adottano per ora atteggiamenti controllati. Pechino e Mosca osservano con attenzione gli sviluppi, valutando la propria risposta in termini strategici e di influenza regionale. Sorgono immediate alcune altre domande: se la Cina possa replicare tattiche analoghe – ad esempio, aumentando la pressione su Taiwan in risposta a queste mosse statunitensi – non è un interrogativo banale… come non lo è interrogarsi se il golpe esterno sul Venezuela, non avvalli ulteriormente “l’azione speciale militare” con cui la Russia di Putin dal 2014 porta avanti una politica di aggressione dell’Ucraina. Attori regionali come il colombiano Gustavo Petro condannano l’operazione, ma la loro capacità di incidere sullo scacchiere internazionale rimane limitata. Ciò non significa che gli effetti siano trascurabili.
L’imprevedibilità politica di Trump e le «nuove regole» della geopolitica che egli rappresenta possono trasformare una crisi locale in un conflitto di più ampia portata che coinvolga per l’appunto Russia e Cina e i loro interessi nelle rispettive aree di pertinenza. È ora essenziale chiedere verifiche indipendenti, trasparenza su prove eventualmente fornite e un confronto multilaterale che eviti l’escalation. La Comunità Internazionale deve valutare con rigore l’intervento militare che è stato condotto in palese violazione del diritto internazionale, perché da questa fase possono dipendere stabilità regionale, equilibri globali e la vita di migliaia di civili. Non possiamo accettare pretesti vaghi per giustificare azioni il cui vero obiettivo è la riorganizzazione politica di uno Stato sovrano. La prudenza, la verifica e la diplomazia devono prevalere sull’impulso alla forza. Il rischio è quello di un’umanità in perenne conflitto con la sua possibile estinzione… Infatti, se l’America si comporta da Stato canaglia sbandierando finti motivi o meglio finti princìpi morali nonché giuridici (lotta alla droga e alla criminalità organizzata) per nascondere sporchi affari sullo sfruttamento del petrolio degli altri a proprio uso e consumo, così come sta avvenendo in queste ultime 48 ore con l’invasione del Venezuela e ‘l’estrazione’ del suo Presidente Maduro (& moglie) per processarli d’urgenza a New York, chiedersi cosa vuole/vogliono veramente fare Trump & Co.
Visto altresì la condivisione e il plauso della nostra premier Meloni per ciò che accade in Venezuela, ma più complessivamente per l’agire quotidiano di Trump, vale sicuramente chiedersi che cosa ne pensano veramente gli italiani? Questa è la situazione come si presenta in queste ore. Secondo una rilevazione dell’istituto di ricerca YouTrend per Sky TG24: l’80% degli italiani ha valutato negativamente l’introduzione delle nuove tariffe commerciali, sin dal primo annuncio fatto dal presidente degli Stati Uniti. Più in generale, oggi l’opinione pubblica nazionale sul presidente americano Donald Trump appare, dalle risultanze di un sondaggio realizzato da Ipsos e divulgato alcuni giorni fa, prevalentemente negativa. Infatti, una netta maggioranza, pari al 73%, ha espresso disapprovazione nei confronti del leader statunitense, mentre solo il 17% (un italiano su sei) si è dichiarato favorevole. Il restante 10% non ha espresso un’opinione. Il fatto è che la politica commerciale di Trump, e in particolare la sua scelta di
introdurre un sistema universale di dazi commerciali, hanno sollevato notevoli preoccupazioni tra i nostri concittadini. Sempre secondo Ipsos, il 61% degli intervistati si è detto preoccupato per le possibili ripercussioni di queste misure, mentre il 24% non ha espresso timori in merito. Il restante 15% non ha preso posizione su questo tema. Al di là dei dati demoscopici, di per sé molto chiari, vi sono poi le conseguenze pratiche delle decisioni americane sui mercati finanziari. Da quando Trump ha annunciato i nuovi dazi il 2 aprile 2025, le borse mondiali, compresa quella italiana, hanno assunto un andamento fortemente altalenante, con cali bruschi seguiti da improvvisi rimbalzi. Nessuno sa dire esattamente che cosa succederà nelle prossime settimane, ma una cosa è certa: sui mercati regnano incertezza e instabilità. La metafora più utilizzata, dagli stessi esperti di mercati finanziari, è quella dell’ottovolante. Che cosa può spiegare un comportamento presidenziale così imprevedibile e, soprattutto, apparentemente insensibile alle conseguenze potenziali di decisioni improvvise e fortemente di rottura? Donald Trump è una figura complessa e polarizzante, ancora non ben compresa sul piano politologico. Il suo è infatti un profilo ambivalente, che può suscitare forti entusiasmi e adesioni (anche e soprattutto sul piano emozionale) e, parallelamente, altrettanto forti resistenze e rifiuti.
Come personaggio politico, in termini positivi, Trump è un leader molto ambizioso e altamente competitivo che, quando entra in gioco, lo fa per spiazzare gli avversari, vincere (appunto con mosse a sorpresa) e tenere ben saldo il comando (tutti fattori che lo rendono molto orientato ai risultati, specialmente di breve periodo). Inoltre, ama essere al centro dell’attenzione, e sa usare molto bene i mezzi di comunicazione per richiamare costantemente l’attenzione dell’opinione pubblica su di sé, attraverso un vero e proprio show personale (cosa che lo rende non solo molto visibile, ma anche fortemente carismatico, sul suo elettorato di riferimento). In aggiunta, egli pratica quello che tecnicamente si chiama “pensiero divergente”: ha molte idee e una grande immaginazione, il che lo porta a cercare soluzioni innovative (e talvolta davvero non convenzionali) ai problemi. In termini meno positivi, la sua caratteristica più distintiva è un’audacia che tende a sfociare nel vero e proprio azzardo (sino a far pensare che sia un “sensation seeker”, ossia una persona con una elevata tolleranza al rischio e una curiosità quasi insaziabile per l’ignoto). Inoltre,
Trump è estremamente sicuro di sé, con un certo sentimento di grandiosità che lo porta a considerarsi in grado di intraprendere qualsiasi tipo di azione. Questo ne fa un personaggio davvero originalissimo nell’attuale panorama delle leadership mondiali. In aggiunta, è molto diretto sia nelle azioni che nelle comunicazioni, e altamente resistente alle critiche provenienti dall’establishment. Infine, il presidente americano è piuttosto insofferente alle regole formali e tende a prendere decisioni estremamente veloci, riservando a un secondo momento una più attenta considerazione dei dettagli e delle sfumature della situazione. Per poi, pragmaticamente, riadattare la sua linea di azione a mano a mano che le circostanze evolvono. Il che spiazza ulteriormente gli interlocutori politici internazionali, non abituati a gestire un’interazione contraddistinta dalla strategia della “rimodulazione situazionale”. Questi tratti aiutano a comprendere meglio molti dei suoi comportamenti e il modo in cui ha impostato sin dall’inizio il nuovo mandato presidenziale. Nel suo caso, ancora più che a proposito di altri leader, è dunque fondamentale tenere in considerazione il fattore umano. Un personaggio così originale non poteva che adottare uno stile di azione e di comunicazione caratterizzato dal “pensiero laterale”: abbandonare la via tradizionale, rompere gli schemi, cambiare radicalmente prospettiva nell’esame di un problema. E provare a riformulare le regole del gioco. Per ottenere che cosa? Una vera e propria ridefinizione degli equilibri mondiali, partendo dall’idea che il modello di globalizzazione, che ha imperato negli ultimi venti anni, non sia più sostenibile. Tutto questo, cosa comporta per la politica italiana? Come abbiamo visto dai dati demoscopici, alla figura di Donald Trump è bene relazionarsi con equilibrio e una certa prudenza. Nella consapevolezza della sua dissonanza rispetto alle liturgie della politica europea, ma anche del potenziale trasformativo della sua presidenza. Per capire questo aspetto, c’è già un saggio molto interessante di Glauco Maggi, intitolato “Trump. La rivincita” (Edizioni Mind, Milano, 2024).
Maggi descrive molto bene come Trump abbia saputo sfruttare il malcontento della classe media americana, impoverita dall’inflazione e, nonostante le accuse di razzismo che gli sono state indirizzate, abbia aumentato fortemente il suo consenso proprio tra gli elettori neri e ispanici. Il libro esplora anche il fenomeno del “populismo proletario” che caratterizza la cosiddetta “America Flyover Country”, disprezzata dalle élite delle coste. Il nome deriva dall’idea che queste aree siano semplicemente “sorvolate” durante i voli tra le città costiere, senza ricevere molta attenzione. Si tratta di regioni caratterizzate da una forte presenza di comunità rurali e di piccole città, con un’economia basata principalmente su agricoltura, industria manifatturiera e altre attività tradizionali. Gli abitanti della Flyover Country si sono sentiti a lungo ignorati o sottovalutati dalle politiche nazionali e dai media, che tendono a concentrarsi sulle grandi metropoli costiere. E hanno trovato in Donald Trump un vero e proprio paladino. Inoltre, Maggi analizza come Trump abbia offerto al suo Paese, stanco del politicamente corretto, valori di sicurezza, ritorno alla prosperità e orgoglio nazionale. Che sono gli stessi in cui un crescente numero di elettori europei si identifica e che desidera che diventino gli assi portanti di una nuova prospettiva politica. Ma anche i contenuti programmatici, che Trump intende realizzare, vanno seriamente presi in considerazione per la politica europea. Come Trump, i leader europei dovrebbero dare maggiore enfasi agli interessi nazionali, soprattutto in tempi di crisi economica. In aggiunta, l’approccio di Trump ai dazi e agli accordi commerciali può offrire spunti su come proteggere le industrie locali e negoziare accordi più favorevoli. Senza trascurare il fatto che la gestione della sicurezza e dell’immigrazione è un tema centrale anche per l’Europa, specialmente in relazione alle politiche di tutela dei confini. Infine, pure in Europa dobbiamo essere ben consapevoli del fatto che investire nella produzione interna di energia è essenziale per ridurre la dipendenza energetica e stimolare l’economia.
In conclusione, Donald Trump abbina uno stile comunicativo originale e spiazzante a una piattaforma programmatica molto più solida e razionale di quanto può sembrare a prima vista. Da cui l’importanza, anche per la politica italiana, di capire l’uomo, il suo stile e le ragioni profonde che hanno portato alla sua rielezione.
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