
Il paradosso delle libertà. Non sappiamo più chi siamo. Qual è la comunicazione che serve in questo mondo liquido? Viaggio dal politically correct alle identity politics. Si tratta di sensibilità. Oppure di regole e di diritti. E se invece si trattasse di identità? La libertà è da tutti considerata un valore irrinunciabile, ma difficile da definire.
Nel corso della storia si è assistito al contrapporsi di due diversi modelli di libertà, da un lato come libero arbitrio, come possibilità di decidere tra le alternative; dall’altro la libertà come assenza di costrizione. La libertà come autonomia, si potrebbe definire il potere di fare ciò che si desidera, senza impedimenti. Il rifiuto delle regole troppo rigide e puramente convenzionali può degenerare in un atteggiamento trasgressivo, che rende difficile la convivenza. La vita in società si regge sulla condivisione di alcune regole che stabiliscono diritti e doveri. Quando non vengono rispettate c’è il rischio che si scivoli nel libero arbitrio e che alla fine si impongano, a danno degli altri, le preferenze del più forte. In questa logica ogni pulsione viene presa per un desiderio, ogni desiderio viene presentato come un bisogno, ogni bisogno diventa una pretesa, e ogni pretesa viene fatta valere come un diritto.
Si precipita così nel paradosso della toleranza. D’altra parte, è ambigua anche la liberazione dall’autoritarismo, che diventa rifiuto dell’autorità, una società senza maestri è una società senza punti di riferimento, destinata irrimediabilmente ad essere preda dei loro banali surrogati, da personaggi che si impongono all’attenzione con la loro stravaganza, con il rischio di suggestionare. Veniamo a Giorgia Meloni. Tre incontri in poco più di un anno, prima a Palazzo Chigi, poi al raduno di Atreju 2023 e adesso nella mecca newyorchese per gala mondani ed eventi aziendali, la Ziegfeld Ballroom, dove Giorgia Meloni ha richiesto che fosse proprio Elon Musk a consegnarle il premio dell’Atlantic Council ai «rari individui che ispirano il mondo».
È abbastanza per domandarsi: la destra ha trovato un nuovo guru? E dove immagina che possa condurla, qual è la suggestione che insegue? Lo scambio di pubbliche effusioni politiche con Elon Musk è un modo di ricalibrare gli equilibri in caso di vittoria di Donald Trump, di un governo italiano che si aggrappa al vecchio mondo dei combustibili fossili e, se non bastasse, è anche una dichiarazione di resa ai giganti tech americani proprio mentre l’Unione europea sta cercando di strutturare una propria sovranità tecnologica. Quella di Giorgia Meloni, in trasferta a New York, non è soltanto un’agenda americana. È anche un’agenda antieuropea. Si tratta di una strategia simile a quella portata avanti in precedenza dagli ultraconservatori polacchi del Pis, gli alleati meloniani (seppur eternamente litigiosi).
È quindi ovvio che la chiamata di Musk abbia implicazioni politiche (se rivince Donald Trump…) e anche obbiettivi economici (gli investimenti europei del gruppo fanno gola). Ma la vicenda di questa relazione speciale rivela qualcosa di più intenso di un dato di occasionale convenienza. In teoria, ogni personale abitudine di Musk, a cominciare dall’ostentata appartenenza alla cerchia di padroni dell’universo non soggetti alle regole dei comuni mortali, dovrebbe essere invisa alla destra. In pratica invece:
Musk è l’uomo al quale l’ex-ministro della Cultura italiano Gennaro Sangiuliano (si ancora lui) promette una «location epica» (il Colosseo?) per fare a pugni con il detestato Mark Zuckerberg, sfidando (Sangiuliano e il governo Meloni) il ridicolo planetario. Musk è anche l’ospite d’onore della festa di Atreju, a dispetto dei due o tre figli (su undici) nati con l’utero in affitto, che la destra giudica reato universale e vorrebbe perseguire ovunque. Musk è il Ceo che si desidera a fianco anche se potrebbe esser lì, nella Ziegfeld Ballroom o ovunque, sotto l’effetto della ketamina che usa, dichiaratamente, «per mitigare gli stati mentali negativi», e figuriamoci cosa penserebbe del divieto italiano di vendere persino la ex-cannabis legale. L’Ipotesi, assai fondata, è che per Giorgia & Camerati: a Musk vada perdonato tutto perché interpreta l’ossessione ancestrale del mondo conservatore, l’incubo spengleriano del declino definitivo dell’Occidente, e gli dà una prospettiva con un piglio superomista che istintivamente piace anche a chi non ha letto né Oswald Spengler né Friedrich Nietzsche.
Visto da destra, è un possibile Gandalf che guida la Compagnia dell’Anello con i suoi magici poteri di mandare razzi su Marte, orientare satelliti, far volare auto o connettere macchine e cervelli.
Poco importa che Elon Musk corrisponda davvero al ritratto. La reputazione che si è fatto è quella: irresistibile. E dopo la scelta di sostenere Donald Trump con tutte le sue forze, quest’aura già così speciale si è connessa con l’utopia di un sovranismo planetario fondato sulla libertà di espressione assoluta, la guerra contro il politicamente corretto e la battaglia demografica. È, soprattutto, il visionario ribelle che cavalca la tigre dello Zeitgeist, ovvero lo spirito del tempo, fuori dall’imbelle ipocrisia delle democrazie e delle loro regole usurate…
Occorre quindi ragionare sulla libertà e il suo eccesso, sul concetto politico di “libertà”. Come si vede ormai chiaramente, i problemi nascono se la libertà viene assolutizzata, rischia di trasformarsi nella negazione di ogni vincolo di dipendenza. L’identità di una persona non si dà al di fuori di un contesto sociale di appartenenza e il senso di liberazione che deriva dall’azzerare le appartenenze, può dar luogo ad una spaventosa contraddizione:
se non dipendiamo da nessuno e nessuno dipende da noi, diventiamo semplicemente irrilevanti per la vita degli altri. La liberazione dai legami sociali si trasforma in rifiuto da ogni forma di responsabilità. Ci si rende conto che è impossibile stabilire fin dove la propria libertà può spingersi prima di finire e lasciare spazio a quella dell’altro. Non riusciamo a trovare un solo ambito della nostra esistenza che non sia influenzato dal rapporto che intratteniamo con ciò che ci circonda, difficile distinguere nettamente la mia libertà da quella altrui. Cominciamo a percepire la libertà dell’altro come un ostacolo alla nostra. Per ogni ostacolo che elimineremo perché ci sentiremo schiacciati, se ne presenteranno altri che ci opprimeranno a loro volta. Se continuassimo a cancellare costantemente ciò che percepiamo come un limite, ci troveremmo nella paradossale situazione di dover annientare la nostra stessa esistenza. “L’uomo è condannato ad essere libero”, proclama Sartre, la libertà dell’uomo è infinita e rende l’uomo interamente responsabile delle sue scelte,
anche del sottrarsi alle scelte. Assumersi la responsabilità della costruzione della propria vita e identità, la carica di enorme significato e valenza. Ogni azione che compiamo, ogni nostro fallimento dà forma a noi stessi e al nostro mondo. La libertà finirà per metterci di fronte alla consapevolezza del nulla. Il problema consiste nel fraintendimento del concetto stesso di desiderio, che viene ridotto a una pulsione immediata. È necessario un limite, senza questo limite, diventa impossibile umanizzare il desiderio e lo si sostituisce con una pulsione che conduce la vita verso un godimento tanto illimitato quanto distruttivo. Oggi al posto delle regole dell’etica tradizionale ce ne sono altre, che non sono imposte con la costrizione esteriore, ma influenzano e condizionano le scelte e i comportamenti; se è vero che l’essenza del totalitarismo non consiste nella perdita della libertà esteriore, ma in quella interiore, non è difficile renderci conto che qualcosa di totalitario è presente anche nella nostra civiltà occidentale. La sola trasgressione possibile è quella illusoria, consentita dal conformismo dell’anticonformismo. Ci sono dei condizionamenti esterni che ci portano a desiderare una cosa o l’altra, derivanti dalle nostre abitudini. Alla fine, le nostre azioni, più che essere il frutto di vere scelte, sono determinate da ciò che siamo. Educare un essere umano alla libertà, non può dunque ridursi a renderlo autonomo dai condizionamenti esteriori, ma fargli scoprire
la libertà di scelta che la tradizione filosofica ha denominato “libero arbitrio”. Senza questa libertà, l’autonomia dai vincoli esterni non è reale. A cosa serve poter fare ciò che si vuole, se poi la volontà non è libera di decidere cosa volere? Per questo è necessario educare alla consapevolezza e al senso di responsabilità che sono le condizioni indispensabili… L’educazione può rendere liberi, ma anche plasmare secondo canoni prestabiliti. Un sistema basato sulla coercizione, sulla costrizione può mantenersi seguendo le proprie regole, per contro un sistema che avesse come principio fondante la libertà non potrebbe non essere fondata sul compromesso, in quanto la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri. Anche il sistema più libero non può, quindi, non ammettere la prevaricazione, anche quando circoscritta a singoli casi individuali, questo significa, di fatto, rinnegare la libertà come principio assoluto e imprescindibile. Questa è la radice del paradosso della libertà. Qualunque riflessione sulla libertà diventa immancabilmente una riflessione su quali compromessi siano accettabili.
Dalle situazioni di conflitto si dirama una serie progressiva di dubbi, per i quali non esistono risposte che non siano limitazione della libertà. La libertà è la base per il riconoscimento della dignità e delle capacità della persona, ma potrebbe sconfinare nell’egoismo e nella prevaricazione, ecco allora, la necessità di esaltare l’altra componente umana, altrettanto decisiva, la responsabilità, che nasce dalla coscienza ed è pronta a imporsi autonomamente limiti e obblighi perché la presenza della persona nella società non sia devastatrice, ma costruttrice… Il progresso storico che ha subìto un’accelerazione enorme ha permesso all’umanità di acquisire conoscenze, svincolarsi da un sistema di controllo precostituito, per acquisire una maggiore autonomia. Eppure, una volta spezzate le catene, l’individuo si è sentito solo e insicuro. Da una parte c’è un’appartenenza che ingabbia, dall’altra un vuoto che spaventa, per cui o si progredisce verso una piena maturazione o si fugge verso un nuovo padrone, verso nuove sottomissioni. L’uomo non riesce a realizzare sé stesso, anzi, la libertà sembra averlo reso fragile e impotente. Nella democrazia di oggi la libertà è prioritaria e le scelte pubbliche non possono violarla, al punto che la libertà politica è intesa come libertà dalla politica. Pur di preservare la propria sfera, il singolo non pretende altro che essere tutelato, protetto. Non gli interessa partecipare, rinuncia. Ciò è grave!
Ricordate Gaber: “…la libertà è partecipazione”. Il paradosso del nostro tempo è che, quanto meno sono capaci di impegnarsi nel fare delle scelte, tanto più gli uomini enfatizzano questa libertà. Se nulla ha importanza, se non perché viene scelto, in base a che cosa preferire un’alternativa all’altra, visto che entrambe sono comunque oggetto della stessa libertà? Tutto si equivale in una società che può avere tutto, ma non sa perché dovrebbe volerlo…
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