Politica: ma il Pd sa fare l’opposizione?

Il caso dello ius scholae dimostra che dividere il governo è possibile. Ma come? Ucraina, giustizia, concorrenza, salari. La strada per dettare un’agenda diversa senza inseguire i populisti…

Dividerli si può, non è impossibile e per quanto la maggioranza possa sembrare granitica gli spiragli ci sono, le occasioni non mancano. E se vuole, l’opposizione ha già numerosi casi, come quello dello ius scholae, per incunearsi tra le contraddizioni del governo e prendere due piccioni con una fava: dettando così una propria agenda, mettendo in difficoltà il governo e farlo avendo in mente non solo l’interesse di alcuni elettori ma quello dell’intero Paese.  Agosto, si sa, è il mese delle riflessioni, in politica. Le notizie spesso scarseggiano, i politici sono in vacanza, le Camere sono chiuse, il governo sonnecchia e c’è il tempo per capire come muoversi alla ripresa. Il caso dello ius scholae, con il centrodestra che si è diviso grazie all’apertura sul tema di Forza Italia, poteva essere il primo di una lunga serie, se solo l’opposizione avesse la forza e il coraggio di guardarsi un po’ meno allo specchio, (con discussioni su Renzi si Renzi no e sulla  dimensione del campo meno o più largo, anziché discutere di cosa coltivarvi) e di ragionare sui prossimi anni piuttosto che sui prossimi mesi. E per provare a capire di cosa si sta parlando ci sono un paio di storie che possono aiutare. La prima storia riguarda l’Ucraina. A Ferragosto, il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, aveva rilasciato intervista alla Stampa. Provenzano accusava il governo di essere “ambiguo” sull’Ucraina. Ma piuttosto che incalzare l’esecutivo italiano per chiedere di fare di più nella difesa dell’Ucraina, rimproverando per esempio Meloni per essere l’unico tra i leader dei grandi paesi europei a non aver autorizzato Kyiv a usare le proprie armi per colpire le basi militari del territorio russo, ha rimproverato il governo italiano per non essere sufficientemente chiaro su questo punto, accusando il ministro Crosetto e il ministro Tajani di essere appunto ambigui. Orbene veniamo al variegato voto sull’Ucraina ed ai litigi fra Conte, Renzi e Calenda. C’è una sottile linea rossa che separa un gruppo parlamentare plurale, come quello costruito dal Pd con le “liste aperte” delle europee, da un “gruppo misto”. Cosa intendo? In uno dei primi voti dell’Europarlamento, sul punto otto della risoluzione adottata giovedì scorso sull’abolizione delle restrizioni all’uso delle armi occidentali da parte dell’esercito ucraino, il Pd è andato pericolosamente vicino a superare quella linea rossa, tanto da sembrare più un gruppo misto anziché un Partito unico e unito, con una linea chiara su quel che si votava. Il Pd, si è fatto in quattro: due eurodeputate hanno votato sì (Gualmini e Picierno), la maggioranza del gruppo ha votato no, una minoranza non ha votato, un paio di eurodeputati erano addirittura assenti. Qual è il senso di tutto ciò? Non è che poi le armi italiane che inviamo a Kyiv verranno utilizzate dagli ucraini per prevenire gli attacchi? Un’opposizione che incalza il governo su temi fasulli e non su temi concreti è un’opposizione che non solo fa male il suo mestiere ma che alla lunga può danneggiare anche il paese. Non c’è da farne un dramma, quel voto non va sovrastimato: la risoluzione non era vincolante, e comunque i socialisti europei hanno compensato la diserzione dei democratici italiani. Del resto, la segretaria Elly Schlein da tempo ha segnato il limite del sostegno a Kiev da parte del suo partito: dentro i propri confini può difendersi, oltre no, almeno non in nome del Pd. Al di là del merito della scelta – un merito che però nel partito non ha visto mai una discussione interna e men che meno pubblica; francamente con buona pace anche di Provenzano, che comunque bene fa ad indicare le contraddizioni del governo, non si capisce perché Zelensky non dovrebbe provare a far saltare gli avamposti dell’offensiva russa, cosa che invece e meno male fa. Così alla fine resta agli atti la posizione variegata, dunque incerta (forse altrettanto ambigua) del Pd. Che viene dopo una posizione variegata e incerta della stessa nuova Commissione europea… Lo stesso discorso si potrebbe fare cambiando terreno e spostandoci per esempio su quello della giustizia. Il governo Meloni, come è noto, sta cercando faticosamente di fare piccoli passi in avanti sul terreno del garantismo. A frenare questi passi, nella maggioranza, ci sono principalmente due partiti, Fratelli d’Italia e la Lega. Di fronte a queste divisioni e a queste contraddizioni, il Pd potrebbe muoversi come una lama nel burro. Potrebbe farlo quando parla di carceri, per esempio, invitando il governo a essere più coraggioso nell’intervenire contro gli abusi della carcerazione preventiva. Potrebbe farlo quando parla di reati vaghi, dai contorni inafferrabili, che rendono la vita difficile anche agli amministratori locali del Pd, che non a caso hanno salutato con gioia la riforma dell’abuso d’ufficio, osteggiata dal Pd e appoggiata dai sindaci del Pd. Ma anche qui, su questo tema, finora ha prevalso la linea dell’ambiguità e dell’autoflagellazione. E il Pd, piuttosto che chiedere al governo di mostrare coraggio sulla giustizia, ha scelto disgraziatamente di assecondare senza vergogna l’agenda del grillismo, rincorrendo le procure, assecondando l’agenda dei PM, trasformando le inchieste contro i propri avversari in occasioni per andare in piazza e chiedere, a nome del tribunale del popolo, di far rotolare giù dal patibolo la testa degli indagati. come è successo con il caso Toti. Un’opposizione che invece con più coraggio e determinazione potrebbe infilarsi nelle contraddizioni di un governo per dettare lei l’agenda, per muoversi da protagonista e far compiere passi in avanti al Paese, se non lo fa, è un’opposizione che rischia pericolosamente di guardare solo al passato, e non al futuro, ed è un’opposizione che sceglie di occuparsi più dei suoi fantasmi che del domani dell’Italia. E gli elettori continuano massicciamente a disertare il voto. E veniamo al tema della sicurezza, questo è oggi tra le priorità di Kamala Harris, del premier britannico Keir Starmer, del cancelliere tedesco Olaf Scholz. Gran parte della sinistra americana ed europea è decisa a strappare alla destra lo slogan «law and order», legge e ordine. Non si può dire la stessa cosa per il mondo progressista italiano, a cominciare proprio dal Partito democratico. Giustizia e sicurezza… temi che la Destra strumentalizza sempre più spesso drammaticamente per aumentare le paure dei cittadini e proporre soluzioni che limitano le garanzie democratiche garantite dalla Costituzione vedasi a riguardo il decreto sicurezza, discusso e approvato alla Camera dei deputati e in discussione al Senato (ddl 1660). Perché non chiederselo: Il Pd e le altre formazioni progressiste hanno la capacità di presentare una strategia completa? Se la risposta è «sì», perché non battere un colpo? L’opposizione parlamentare, per quanto puntuale, non basta più. Occorrerebbero più coraggio politico, con uno scatto nella comunicazione pubblica e la volontà di sintonizzarsi con le paure e le inquietudini del Paese, rivedendo anche la lista delle priorità per inserirvi anche questi temi. Lo stesso discorso, non meno importante, dovrebbe essere fatto quando si parla di debito pubblico, quando si parla di attenzione ai conti. E qui, se è possibile, il cortocircuito è persino più vistoso. Piuttosto che incalzare il governo sulle marchette sparpagliate ovunque, sui favori fatti alle corporazioni, sugli sprechi di denaro pubblico che potrebbero essere evitati, piuttosto che chiedere di essere ancora più rigoroso quando si parla di bonus e di Superbonus ogni volta che ne ha l’occasione rimprovera il governo per le seguenti ragioni: essere stato troppo duro sul Superbonus, essere stato troppo rigido sui conti, essere stato troppo severo con l’ex capo della Ragioneria di stato cacciato anche per la sua superficialità sul Superbonus, essere stato poco disposto a contrattare in Europa per avere un patto di stabilità meno rigorista. L’opposizione avrebbe potuto incalzare il governo, in questi mesi, sul tema del bilancio pubblico, rimproverando all’esecutivo per esempio di non essere riuscito a fare una legge di Stabilità ambiziosa, in grado di creare una crescita superiore a quella garantita dal Pnrr, in grado di far diminuire con continuità il debito pubblico nei prossimi anni. Al contrario, il Pd in questi mesi ha rimproverato il governo sostanzialmente per le ragioni opposte: troppo rigorista, troppo rigido, troppo poco propenso a usare le leve del bilancio pubblico per sostenere l’economia, e quanto era bella, signora mia, la stagione dei bonus edilizi utilizzati senza controllo. Stessa storia, ancora, sul tema della concorrenza. Al Pd capita spesso di tirare per la giacchetta Sergio Mattarella, chiedendogli più o meno indirettamente di sanzionare politicamente il populismo di Meloni. C’è stata un’occasione in cui il Capo dello Stato lo ha fatto. È successo circa sei mesi fa, a gennaio, quando il Presidente della Repubblica, parlando anche di concessioni balneari, ha rimproverato l’esecutivo per essere troppo timido sul tema della concorrenza. Piuttosto che trasformare quella bacchettata esplicita in un’occasione per far emergere gli elementi contraddittori del governo, sul tema della concorrenza, il Pd ha scelto di non trasformare questa battaglia utile per il paese e anche per gli elettori del Pd in una bandiera identitaria e ha scelto invece di ignorare sistematicamente il tema assecondando la politica della difesa dello status quo. Non si parla di concorrenza, non si parla di taxi, non si parla di balneari, non si parla di efficienza, non si parla di competizione e di conseguenza quando si parla di innovazione alla fine a ben guardare si ha la stessa linea del governo – basti pensare al fatto che quando in Parlamento si è votato per vietare la carne sintetica, norma simbolica senza alcun valore pratico, la carne sintetica oggi è vietata in tutta Europa perché non è stata ancora approvata, il Pd piuttosto che denunciare l’oscenità dell’approccio antiscientifico del governo ha votato insieme al governo per assecondare l’agenda Lollobrigida. Si potrebbe fare lo stesso discorso parlando di salari – ed è incredibile che il Pd abbia scelto di non incalzare imprese e sindacati, e governo, sul tema della contrattazione e in particolare di quella aziendale: per alzare i salari non basta il salario minimo, occorre convincere le imprese a portare avanti accordi decentrati legati all’aumento della produttività. Si potrebbe fare lo stesso discorso sul tema dell’immigrazione – ed è incredibile che il Pd piuttosto che invitare il governo a essere ancora più coraggioso sul tema del decreto Flussi, sul tema della redistribuzione dei migranti in Europa, sul tema della maggior presenza dell’Italia nel nord Africa via Europa e via Piano Mattei continui a puntare tutto solo ed esclusivamente sulla linea che per comodità chiamo “linea Saviano”, considerando la non lotta contro l’immigrazione irregolare come il principale tratto identitario delle proprie politiche migratorie. E lasciando come già detto, il tema della sicurezza completamente in mano alla Destra. Si potrebbe infine aggiungere che se l’opposizione volesse incalzare il governo anche sul tema della politica industriale, sulle sue carenze, sul suo essere timido, inconcludente, contraddittorio potrebbe puntare tutte le sue fiches sull’implementazione dell’industria 5.0, potrebbe puntare tutte le sue fiches sull’incapacità del governo di mettere in pratica politiche finalizzate all’attrazione di capitali, potrebbe puntare tutte le sue fiches sui danni generati dall’approccio ultra statalista portato avanti su alcune partite dal ministro Adolfo Urso detto “Urss”. E a questo volendo si potrebbe aggiungere qualcosa di più che metterebbe in crisi la Lega, per esempio, provando a dividere il governo sul tema del nord, investendo forte sull’incapacità di questo esecutivo di muoversi a favore del ceto produttivo, a favore del mondo del commercio, a favore del tessuto industriale che al nord vorrebbe tutto tranne che un governo costruito per assecondare l’agenda Trump. Dividere il governo dunque, si può. Ma per farlo il Pd dovrebbe fare un passo di più in avanti. Alle elezioni europee gli elettori hanno gradito più Elly Schlein che si è detta «testardamente unitaria», a chi ha preferito la polemica identitaria come Giuseppe Conte. Ma la necessità di un’alleanza rischia di essere ancora poca cosa. Ci vuole uno straccio di anima, per offrire ai cittadini un’idea di Paese per cui valga la pena uscire di casa e andare a votare. E recuperare così una quota di astenuti, il vero campo da gioco cruciale su cui si decideranno le prossime scadenze elettorali. Pensando  così un po’ più agli interessi dell’Italia. Converrà pensarci attentamente su. Dividerli quindi si può. Dettare una nuova agenda, utile per il paese, anche. A riguardo è sempre più urgente dotarsi di strumenti di conoscenza, anche di un pensiero su pace e guerra, sul cambiamento climatico, sui diritti sociali oltre che civili, senza cui non si costruisce una reale alternativa di governo alle destre al potere.  Per avere così una politica che sia uno strumento di liberazione, non di conservazione. Che cosa aspetta il Pd? Certo costruire una coalizione sui contenuti di un programma, è essenziale, ma occorre aver chiaro qual è il programma che serve al Paese per costruire un programma credibile e una coalizione affidabile. Infatti, l’affidabilità della coalizione è altrettanto importante che il programma e non va certo rimandata a un’ora prima del voto…

 

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