Politica: Invece di chiedere inutili abiure su un regime di cento anni fa, chiediamo a Giorgia Meloni & C0 che pensano del fascismo di oggi.   America addio… L’addio americano alla democrazia “non si può più dire niente” e  gli antifascisti sono considerati terroristi, questa è la libertà di parola intesa alla maniera di Trump. Cosa pensare dell’asse Trump-Putin ai nostri giorni. Quella di Trump non è ‘cancel culture’, è un vero scivolamento verso Mosca…

Gli Stati Uniti d’America stanno cambiando regime dopo aver passato la vita a cercare di cambiare i regimi altrui. Trump sta pilotando il congedo dell’America dalla democrazia liberale. Nella storia moderna non si ricorda potenza così aliena alla politica. Tanto che il coma da cui non sembra riprendersi il Congresso, già cuore del sistema, non suscita speciali emozioni. A eccitare il pubblico sono le spaccature che incrinano la nazione. Molti americani non si riconoscono reciprocamente tali. Clima che facilita la rivoluzione dall’alto condotta da Trump applicando ricette elaborate nei dettagli dai suoi think tank di riferimento, Heritage Foundation in testa. Cucinate e servite all’istante via ordini esecutivi modellati sugli ukaz del Cremlino. Il pennarello nero agitato con gusto dal presidente è l’icona mediatica del Trump bis, che non esclude il ter. Sul quale l’ultima parola dirà eventualmente la Corte Suprema, unico contropotere capace di complicare i piani dello scatenato tycoon. Se, come pare, la sua componente destrorsa si dimostrerà meno corriva del previsto verso la Casa Bianca, la prospettiva di un duello all’ultimo sangue fra i due veri centri del potere americano si farà concreta. L’accentramento delle decisioni sul presidente e sulla sua squadra, tutt’altro che omogenea, deriva dalla crisi di legittimazione del sistema più di quanto la produca. Se ci concentriamo troppo sulla superficie istituzionale perdiamo di vista l’ambizione antropologica della galassia trumpiana: creare il nuovo homo americanus, ossia reinventare quello dei ruggenti anni Cinquanta, riferimento biografico di Trump e socioculturale delle teste d’uovo che lo cavalcano — o tentano di farlo. Il presidente attinge alla grammatica razzista che vede nei bianchi una maggioranza oppressa, che rischia di scadere a minoranza entro il 2050 se il vantato scudo anti-migranti non si mostrerà effettivo. Il nuovo/vecchio americano dei sogni trumpisti è inteso libero dai liberal. Nemici assoluti. Traditori della patria, colpevoli di aver dimenticato i “deplorevoli” lavoratori bianchi per favorire migranti e minoranze colorate. Per di più tendenti a esprimersi con arroganza, saccenteria fuori posto visto lo stato di crisi in cui versa il Paese conquistato dai “deplorevoli” di ceto basso e modesta cultura. Lo scollamento domestico è visibile nello sfilacciamento delle legature sociali e delle regole istituzionali, nella crisi di famiglie e comunità che sfocia nella devastante diffusione di droghe pesanti. Sullo sfondo, il fallimento della globalizzazione cantata e suonata da Clinton e successori, sia sul fronte economico interno sia coltivando l’utopia di americanizzare il mondo a colpi di mercatismo. Missione fondata sull’esorbitante privilegio del dollaro e sul ruolo di compratore di ultima istanza del surplus universale esibito dall’America liberal-imperiale. Nell’impossibilità di gestire un impero senza limiti, la repubblica denuncia una forse irreversibile crisi d’identità. E la situazione va giorno dopo giorno peggiorando in una inarrestabile torsione autoritaria di una dittatura dai toni dispotici e tirannici. Forse vale la precisazione dei termini: la dittatura è un sistema di governo. Una persona controlla tutto, di solito attraverso la forza militare, spesso ottenendo quel controllo tramite un colpo di stato o un’altra presa di potere violenta. La tirannia è una qualità che alcuni governi possiedono. Un governo tirannico è crudele verso i suoi cittadini e non si prende cura dei loro reali bisogni. Le dittature sono spesso tiranniche, ma anche altri sistemi possono esserlo. Ora, Il presidente americano considera il movimento antifa(scista) come un’organizzazione terroristica, anche se la Costituzione glielo impedirebbe. L’impazzimento illiberale della destra americana diventa così definitivo: l’Amministrazione è sempre più insofferente verso chi protesta e critica il suo operato. E la censura viene brandita come nelle peggiori autocrazie. Donald Trump ha deciso che Antifa è «una delle principali organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti». Lo ha scritto sul suo social Truth, in uno di quei proclami urlati e inconfondibili, avvertendo anche «coloro che finanziano Antifa», i quali saranno «indagati a fondo». Peccato che Antifa non sia un’organizzazione con una gerarchia chiara, ma una rete fluida di attivisti e gruppi locali. E non si capisce come l’Amministrazione Trump intenda applicare un provvedimento simile nei suoi confronti, non avendo una leadership da colpire. Ci sono nodi giuridici anche sulla possibilità di inserire il movimento in una lista di organizzazioni terroristiche interne. Soprattutto perché negli Stati Uniti non esiste un equivalente interno della lista statunitense delle organizzazioni terroristiche estere, anche grazie al Primo Emendamento che protegge la libertà di espressione. Questa su Antifa è l’ultima assurdità di un presidente che parla di terrorismo per zittire, censurare e reprimere i suoi oppositori politici: somiglia molto a una cosa che potrebbe dire un autocrate di un regime illiberale e antidemocratico. Uno che si sente al di sopra della legge e della Costituzione. Nel regno che vorrebbe Trump, la libertà di parola non è più un diritto universale, ma un privilegio a geometria variabile: garantita agli amici trumpiani, negata a chi dissente. Per anni la destra americana ha detto che non si poteva più dire niente: si lamentava della sinistra woke intollerante, denunciava una prigione del linguaggio in cui i progressisti volevano ingabbiare il mondo libero. Invece era solo un artificio retorico, un inganno. Cercavano campo libero per proferire insulti a sfondo razziale, etnico, religioso; per normalizzare la violenza e diffondere odio contro i loro avversari politici. Una volta tornata al potere, quella stessa destra ha imposto le sue regole illiberali con il bazooka. A fare da cavia in questo laboratorio di autoritarismo sono finiti anche i comici. L’ultimo è Jimmy Kimmel. Il conduttore di uno dei talk show più popolari degli Stati Uniti è stato sospeso a tempo indeterminato da Abc dopo un monologo sull’omicidio di Charlie Kirk. In estate era stata annunciata la chiusura, dal 2026, dello storico Late Show presentato Stephen Colbert sulla Cbs: non perché mancassero ascolti, ma perché abbondavano battute nei confronti di Trump. Non si tratta di una battaglia contro l’intolleranza della sinistra. È un’azione di Stato che passa per minacce istituzionali, cause milionarie e provvedimenti amministrativi. È la deriva illiberale degli Stati Uniti. Una politica che non cerca il confronto, ma l’annientamento della controparte. La censura non si limita ai monologhi dei comici, investe giornali, editori, testate, studenti e manifestanti. La macchina giudiziaria del trumpismo lavora senza sosta con azioni legali contro le principali istituzioni dell’informazione, dal New York Times al Wall Street Journal. Il primo scontro di Trump con una testata giornalistica, in questo secondo mandato, è stato con l’Associated Press (AP), il principale organo di informazione del Paese. L’agenzia era stata bandita dalle conferenze stampa della Casa Bianca e sull’Air Force One perché non aveva voluto usare la nuova denominazione del Golfo del Messico, che Trump aveva ribattezzato Golfo d’America. L’Associated Press ha ottenuto in tribunale il ripristino di alcuni accessi e ha visto riaprire un dibattito sulla legittimità di escludere una storica agenzia di stampa dall’area degli eventi presidenziali. Ma dopo quelle all’Associated Press sono arrivate altre minacce ad altre testate, con querele, pressioni economiche, investigazioni da parte di agenzie federali – solo nei primi otto mesi del 2025, la Federal Communications Commission (Fcc) ha avviato indagini contro Abc, Cbs e Nbc News. La settimana scorsa, l’omicidio di Charlie Kirk ha rotto ogni argine all’aggressività della destra trumpiana. Nell’impazzimento del dibattito pubblico americano, i Repubblicani hanno approfittato di un episodio tragico per perdere ogni contegno contro i rivali politici. È quello che Francesco Cundari nella sua newsletter su Linkiesta ha definito il «carattere strumentale, pretestuoso e contraddittorio della campagna della destra trumpiana contro la sinistra accusata d’odio». Portabandiera di questa deriva è la procuratrice generale Pam Bondi: «C’è la libertà di espressione e poi c’è il discorso d’odio, e per quest’ultimo non c’è posto, soprattutto ora, soprattutto dopo quello che è successo a Charlie, nella nostra società… Se prendi di mira qualcuno con discorsi d’odio, saremo noi a prendere di mira te e a venirti a cercare». Un’editorialista del Washington Post, Karen Attiah, è stata licenziata per una frase su Charlie Kirk, in cui peraltro gli attribuiva una citazione sbagliata. Qui occorre ricordare che il Washington Post è il giornale di proprietà di Jeff Bezos, fedele alleato di Trump. Come lei, decine di persone hanno già perso il lavoro, nel pubblico e nel privato, per avere fatto commenti online sulla morte di Kirk. Già a maggio l’International Bar Association (Iba), associazione forense di professionisti del diritto, parlava di questi metodi da autocrazia con un particolare riferimento storico: «Il più grave attacco alla libertà di parola almeno dai tempi di McCarthy», nelle parole di Jonathan Hafetz, professore di diritto alla Seton Hall Law School e responsabile dei membri del Comitato per i diritti umani dell’Iba. In quei giorni, più dei giornali, le università americane erano il bersaglio prediletto dell’amministrazione Trump. I campus americani sono stati per decenni roccaforti del dialogo e del confronto intellettuale, oggi sono terreno di sperimentazione di nuove pratiche intimidatorie. Ordini esecutivi che minacciano tagli ai finanziamenti federali, richieste di rimozione di certi programmi, revoca di visti e addirittura l’intervento dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) contro le manifestazioni studentesche. «Tutti i finanziamenti federali saranno BLOCCATI per qualsiasi college, scuola o università che consenta proteste illegali», aveva scritto Trump su Truth Social. In tutto il Paese, la libertà di riunione viene presa di mira a colpi di post e ordini esecutivi. Sono minacce che pesano sui bilanci e sulle scelte istituzionali: le amministrazioni scolastiche frenano su molti programmi, i rettori censurano i docenti, gli studenti temono di organizzare sit-in. Agli albori delle guerre culturali contemporanee, i conservatori combattevano contro la «cancel culture» proprio a partire dai campus universitari. È in quelle battaglie che hanno sviluppato una particolare predilezione per il Primo Emendamento. Era antiamericano, sostenevano, punire qualcuno per aver esercitato il proprio diritto di parola. «Sotto la guida di Donald Trump, potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma combatteremo per difendere il vostro diritto di esprimerle pubblicamente», diceva a febbraio il vicepresidente americano J.D. Vance, nell’ennesima citazione apocrifa di Voltaire. Quelle parole Vance le aveva pronunciate alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. All’epoca il mondo intero si era concentrato solo sull’altra parte del discorso, quella che sembrava scritta da Alexander Dugin, in un mix di propaganda post-sovietica e retorica falsificatoria sul declino dell’Occidente. Il vero volto del trumpismo, visibile più che mai nell’ultima settimana, è totalmente in contraddizione con quello che la destra statunitense – come quella italiana ed europea, d’altronde – ha sempre detto di difendere: la libertà di parola, protetta in America dal Primo Emendamento. Il pericolo non è solo che qualcuno perda il lavoro, come Kimmel, Colbert o Karen Attiah. È il sistema democratico che perde la capacità di autogovernarsi attraverso il confronto pubblico. Quando il governo minaccia e punisce opinioni e manifestazioni, la democrazia si sfalda. Quando la leva economica – tagli ai fondi, cause milionarie, revoche di visti – diventa uno strumento di polizia politica, la libertà di parola diventa un privilegio e non un diritto. La deriva illiberale degli Stati Uniti si vede anche e soprattutto in queste cose. Quella dei trumpiani è una crociata, una guerra santa, la repressione e la censura sono le loro armi. È la trasfigurazione dell’America come capofila del mondo libero. Un Paese sempre più simile alle peggiori autocrazie del pianeta. In cui gli unici a non poter più dire nulla sono quelli che non piacciono al presidente. La campagna orchestrata da Donald Trump sulla morte di Charlie Kirk è diventata ormai un caso di scuola, che mostra ancora una volta come il potere possa utilizzare episodi del genere per creare il clima e il consenso necessari a una torsione autoritaria, sul modello dell’incendio del Reichstag. La campagna sull’odio della sinistra consente infatti di additare e mettere all’indice chiunque abbia criticato Kirk in qualsiasi modo, e persino chi abbia semplicemente criticato la suddetta campagna e la cinica strumentalizzazione della tragedia. È chiaro che si tratta solo di un pretesto per reprimere ogni dissenso, una manovra paragonabile alle leggi russe contro gli agenti stranieri in vigore a Mosca e nella Georgia caucasica. E meno male che questi erano quelli del free speech. Ma è ovvio che ormai negli Stati Uniti nemmeno la libertà di espressione è uguale per tutti. Come non lo sono del resto la legge, l’habeas corpus e tutti i principali diritti costituzionali. Per dirne solo un’altra, undici dirigenti politici democratici eletti nella città di New York sono stati arrestati per avere semplicemente chiesto di accedere alle celle utilizzate dall’Ice (la famigerata agenzia per l’immigrazione) per detenere i migranti. Il motivo per cui la destra trumpiana ha deciso di strumentalizzare in questo modo la morte di Kirk non potrebbe essere più chiaro: perché è esattamente qui che voleva arrivare. Occorre però allora chiedersi anche il motivo per cui la destra italiana, in compagnia di buona parte dell’estrema destra europea, abbia deciso di seguire Trump su questa strada, con una notevole dose aggiuntiva di ridicolo, non sapendo qui nessuno di noi, chi fosse, Kirk. Fin dove vogliono e possono spingersi gli emuli italiani del trumpismo? Quanto condividono di quello che il loro beniamino sta facendo alla Casa Bianca, e sarebbero dunque capaci di fare essi stessi, se ne avessero l’occasione? L’ opposizione, invece di attardarsi ancora nel chiedere inutili abiure su un regime di cento anni fa, bisognerebbe che chiedesse a Giorgia Meloni e ai suoi alleati cosa pensano del fascismo di oggi, quello che si muove lungo l’asse Trump-Putin-Netanyahu? America addio! Che fine miserabile per l’America che per due secoli è stata un faro di libertà e per uno la guida illuminata del mondo libero. È a cominciare dal 2016, che Trump è la più grande tragedia mai capitata all’America dall’11 settembre 2001, ogni volta che qualcuno si stupisce dell’ennesimo passo spedito verso il baratro mi viene in mente Robert Conquest, lo storico che nel 1968 – mentre l’Europa si ubriacava di ideologie totalitarie – scrisse “Il Grande Terrore”, il più completo e dettagliato atto d’accusa sullo stalinismo. Lo presero per pazzo, ovviamente. Ma Conquest aveva ragione, tanto che quando nel 1989, alla Caduta del muro di Berlino, gli ripubblicarono il testo e gli chiesero se volesse dargli un nuovo titolo, lui rispose di sì, certo, chiamatelo «Ve lo avevo detto, razza di idioti!». Trump non fa “cancel culture “, compie atti autoritari. L’America è scivolata verso Mosca, è diventata la Russia di Putin, ed è questo il grande, epocale, successo del dittatore del Cremlino: non è riuscito a conquistare nemmeno tutto il Donbas, ma è riuscito strappare al fronte liberal-democratico il paese guida, l’America, e a farlo passare nella squadra dei paesi autoritari. La situazione è sfuggita di mano. Nelle ultime settimane, Trump ha mandato i soldati nelle città anti trumpiane, ha condotto operazioni di rastrellamento di immigrati con metodi nazi, ha piegato la resistenza di università, dei grandi studi legali, delle televisioni e dei giornali, ha taglieggiato qualche grande impresa privata, ha dichiarato guerra commerciale ai paesi amici, ha ricompattato tutti peggiori ceffi del pianeta, ha complicato la guerra all’Ucraina e la situazione a Gaza, e ha fatto genuflettere gli oligarchi della Silicon Valley al suo cospetto, ma solo dopo averli taglieggiati. La fine dell’America che conoscevano si vede non solo dalle enormità commesse da Trump, ma anche dall’acquiescenza dell’élite americane che, a differenza dei russi anti Putin e dei cinesi democratici, non avrebbero rischiato niente se avessero fatto il loro dovere minimo per fermare la deriva autoritaria di un presidente eversore, del primo presidente antiamericano degli Stati Uniti. Invece hanno ceduto tutti, uno per uno, divorati dall’avidità, illudendosi di poter governare l’opportunità e smantellando i famosi pesi e contrappesi su cui si basano la società aperta e lo stato di diritto americani. Gli oligarchi di Putin sono meno spudorati di quelli di Trump, perlomeno qualcuno a Mosca si è ribellato, a Washington nessuno. Putin stesso è meno spudorato di Trump, il quale rivendica i licenziamenti, le purghe, le oscenità, mentre il Cremlino le nega e fa finta di niente. Siamo arrivati a questa deriva morale, e non è passato nemmeno un anno dall’elezione di Trump, e otto mesi dall’inaugurazione del secondo mandato. Con queste premesse, mi pare improbabile che gli Stati Uniti, e il resto del mondo, possano sopravvivere ad altri tre anni di Trump. A lui, del resto, non sono nemmeno sufficienti, vuole regnare a vita, non ha nessuna intenzione di lasciare la Casa Bianca, dove fantastica di poter dare feste pacchiane come quelle dei satrapi mediorientali nella nuova sala da ballo da 400 milioni che sta facendo costruire (si spera con meno oro finto e soffitti più alti rispetto allo standard delle Trump tower). Cercherà di esplorare ogni modo possibile per accantonare la Costituzione che gli impedisce un terzo mandato, oppure si inventerà qualche emergenza nazionale per non votare mai più, e restare alla tolda di comando oltre il 2028. I giudici compiacenti che glielo consentiranno ce li ha già, l’opposizione invece non c’è, i movimenti radicali sono messi fuorilegge, gli avvocati si guarderanno bene dal difendere i Democratici dai brogli elettorali e dalla rimappatura dei collegi. Tutti potranno essere dichiarati terroristi. L’esercito e la Gestapo sono pronti a intervenire per difendere il colpo di Stato trumpiano. Quando Trump vorrà restare alla Casa Bianca, e la gente si stupirà di cotanta tracotanza, pubblicheremo quell’edizione di “Ve l’avevo detto, razza di idioti”…

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