
(Guernica – Pablo Picasso 1937)
Lo ha scritto Gabriele Segre su La Stampa qualche giorno fa. Ha ragione. Ciascuno di noi può testimoniarlo nella sfera quotidiana, nelle relazioni amicali e familiari, nello spazio ampio e plurale del discorso pubblico. Non si tratta sicuramente di una novità, anche altre stagioni hanno visto peggiorare sino a liquefarsi l’amalgama sociale e culturale che, in condizioni ordinarie, supporta la dialettica delle differenze. A spezzare quel vincolo è un fattore storico irriducibile nella sua carica di offesa e violenza,
la guerra appunto. Nonostante che scaffali di biblioteche si sono riempiti di studi analitici, talora impietosi, su processi degenerativi dove le culture dell’odio hanno prevalso sulle radici di un’umanità cosciente del valore della vita, anche di quella dell’avversario o del nemico. Il punto è che, seppure in modi diversi, la lingua del tempo di guerra riguarda tutti perché incide sul modo d’interpretare il mondo. Che si tratti delle radici dei conflitti o della scelta sul riarmarsi, possono derivarne visioni inconciliabili dentro i partiti, tra nazioni e generazioni. La stessa offensiva militare d’Israele sull’Iran con la decapitazione del piano di arricchimento dell’uranio e l’obiettivo non dichiarato, ma sotteso, di un regime change del potere degli ayatollah alimenta da giorni chiavi opposte di letture che prefigurano scenari più simili a distopie che a immaginari realistici. Tutto ciò impatta l’uso delle parole, tema affrontato in anni lontani da Victor Klemperer, filologo ebreo
sopravvissuto alla Shoah. I nazisti – spiegava in LTI, La lingua del Terzo Reich – non hanno inventato nuove parole, hanno stravolto il significato a quelle che c’erano, si potrebbe dire che ne abbiano requisito l’anima. Oggi due guerre condizionano la nostra agenda e la percezione del mondo reale per come si è intristita. Sei o settecentomila, ma c’è chi evoca la cifra agghiacciante di oltre un milione di morti
in terra Ucraina, milleduecento ebrei assassinati all’alba del 7 ottobre 2023 dai terroristi di Hamas, decine di migliaia i palestinesi uccisi per vendetta negli oltre seicento giorni che ci separano da quel pogrom. Tra loro, uomini donne bambini, neonati sepolti sotto le bombe cadute anche su scuole e ospedali, o vittime del freddo e della fame. Per mesi abbiamo letto analisi, documenti, appelli, cogliendo una spirale tesa a radicalizzare il giudizio su quelle singole parabole. Personalmente potrei fare delle citazioni letterali, ma non cambierebbe la sostanza. L’esito? Una rottura degli argini che in altri momenti avevano impedito l’esondazione dal perimetro di un discorso critico, problematico, per definizione intriso di differenti letture e ricostruzioni. Dalla trama degli eventi ai vissuti personali quasi ogni complessità è finita avvinta dentro le maglie di una versione giudiziaria della storia. Dove operava la pratica del dubbio si è imposta la ratio delle sentenze. Dove influivano interrogativi propri di un approccio intellettuale si sono applicate scomuniche. È come se in un cupio dissolvi della “ragione”
siano venute avanzando formule proprie della denigrazione e annientamento morale dell’altro da sé. Il tutto aggravato dall’irruzione di un linguaggio virtuale capace di usare la falsificazione come arma di distruzione del senso. Rapidamente sono scomparsi gli interlocutori, sostituiti da antagonisti depurati da qualunque profilo di indulgenza, comprensione o semplice riconoscimento della loro alterità. A corollario, l’imporsi dell’enfasi sull’argomento e l’insulto promosso a patrocinio in uno scopo ultimo che non era più la pratica del confronto, bensì la negazione dello spazio del discorso occupato dagli altri. Ora, perché assegnare tanta cura ad aspetti apparentemente formali quando il merito dovrebbe prevalere sul resto, trattandosi di fatti devastanti per l’impatto prodotto sui destini di terre, popoli, nazioni? Per due motivi almeno.
Il primo, che può apparire di dettaglio, ma non lo è, come fosse un effetto emulativo che fa derivare da questo diverso clima forme morbose di aggressività paradossale o patologica. Non servano esempi da pescare tra i molteplici degli ultimi tempi, a far testo basta la nuda cronaca compresi alcuni slogan sciagurati sulla fine d’Israele o l’utilizzo strumentale delle accuse di antisemitismo. Qualche anno fa, Gustavo Zagrebelsky lamentava la «forza conformatrice del senso comune» spiegando come operasse anche senza che ce ne accorgessimo. Ne era derivata una battaglia semantica dove tutti i termini avevano finito per rendersi giustificabili con un degrado capace di contagiare anche chi aveva cercato di arginare l’onda.
Un’assuefazione che ben prima degli ultimi conflitti aveva sdoganato l’aggressione verbale, il dileggio, l’uso pubblico della volgarità. Quasi inevitabilmente il tutto è avanzato di pari passo a una banalizzazione dei contenuti e alla caricatura di quanto non si contempla più come appartenente all’universo giusto del dire. La distinzione tra “alto” e “basso”, ammesso avesse avuto qualche ragion d’essere nel passato, si è risolta un po’ come per
la lotta di classe vinta dai ricchi. Nel caso della lingua, del discorso pubblico, a prevalere non è stato neppure il “basso” in quanto tale, ma la retorica dell’esclusione, una lingua immiserita, involgarita, tutta volta a dettare una percezione scorretta della realtà. L’altro motivo è nel venir meno di una capacità egemonica del pensiero sulle dinamiche brutali del conflitto. Se l’intero discorso pubblico deborda dai canoni e limiti tipici delle democrazie, ricostruire quel perimetro unitamente ai suoi argini sarà terribilmente complicato. Un po’ come per le conseguenze di ogni guerra, con l’idea che la firma in calce a un trattato di pace basti a estinguere l’odio che quella guerra ha prodotto e radicato nelle generazioni entranti. Allo stesso modo, distruggere lo spazio condiviso del discorso pubblico non può che proiettarsi nel tempo prossimo con guasti sino a oggi colpevolmente taciuti… «Dobbiamo disarmare le parole per disarmare le menti e disarmare la Terra», così
Papa Francesco in una lettera al Corriere della Sera durante l’ultimo ricovero. Concetto ripreso da Leone XIV nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: «Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività». E ancora: «Una comunicazione disarmata e disarmante permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana». Per questo, concludeva, occorre «scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace». La vera domanda è se possiamo ancora riuscirci. E con quali antidoti. Il primo e più essenziale è ridare
ruolo e spazio a tutti i luoghi dove si alimenta e produce cultura. Arte, letteratura, musica, informazione e saperi, dunque in cima a tutto studio e formazione, scuole, università, laboratori della ricerca, il pluralismo delle fonti come valore. Anche per rafforzare la risposta all’allarme suonato da tutti i Media a proposito di una «guerra esistenziale»,
concetto che «rischia di sedurre e attecchire», da cui il bisogno di «evitare ogni nostra collusione, denunciarne la subliminale pedagogia guerresca e quindi bandirlo, come si fa con il turpiloquio e le espressioni blasfeme». Vittorio Foa dettava questa nota in una prefazione per un breve saggio sul linguaggio della politica di Federica Montevecchi: «Penso molto alle parole della politica, alla loro capacità o incapacità di comunicare, e penso al carattere plurale di queste parole, alla molteplicità di significati, e anche di contraddizioni, che esse possono raccogliere: solo leggendo la loro interna contraddizione, la loro polarità, riusciamo a capirle». Al fondo è lì che si dovrebbe tornare, a quella capacità di non sottrarre mai alle parole la loro forza contraddittoria senza la quale non diventano più coerenti, ma solo più inutili, disperate e violente… Veniamo al lessico quotidiano utilizzato da Destra e Sinistra… Le destre si supportano oggi con reti internazionali ma restano ostili all’universalismo, ed è da qui che bisogna ripartire invece. Per uscire dall’afonia generale della politica. Un paradosso si aggira in Occidente:
il rovesciamento dei ruoli della destra e della sinistra. La destra si fa internazionalista nel nome del sovranismo. La sinistra balbetta dentro i confini nazionali rivendicando diritti identitari. Pochi giorni fa, il Patriots for Europe Foundation ha tenuto una conferenza al Parlamento europeo con membri del governo indiano e lo scopo di costruire un’alleanza basata sulla «sovranità civile», un termine attraente che si chiarisce alla lettura del progetto: nessun riferimento ai diritti umani universali e, invece, lotta contro l’islamismo e difesa delle culture nazionali.
In India il patriottismo sovranista si esplicita con l’induismo, l’uso politico della narrativa etnico-religiosa al fine di reprimere il pluralismo, in primo luogo le comunità mussulmane. In Europa, patriottismo sovranista significa affermazione dell’uniformità prepolitica “giudeo-cristiana” contro, anche in questo caso, le minoranze musulmane ovvero, nella sostanza, gli immigrati dai paesi terzi. La lotta contro l’immigrazione viene caricata di significati culturali ed espelle ogni riferimento ai diritti umani. L’Europa della destra costruisce l’identità continentale in senso nazionalistico, rovesciando completamente la prospettiva ideale che l’aveva ispirata.
L’amministrazione Trump è la locomotiva dell’internazionale della destra. E usa l’esercito per facilitare la politica della «caccia all’uomo, casa per casa»: caccia a tutti coloro che non sono bianchi –
un colore un poco più scuro della pelle e dei capelli viene facilmente usato come metodo certo di identificazione delle razze da espellere. In tutto l’Occidente, la destra è mossa dalla stessa politica: discriminatoria e repressiva con lo scopo di eliminare o deportare o maltrattare tutti coloro che non rientrano nell’identità etnica definita da chi governa. Quel che l’internazionale sovranista sta costruendo è la sepoltura dell’universalismo e, quindi, della democrazia. È la fine della concezione della politica basata sui e limitata dai diritti; è la pratica di usare le norme esistenti per ottenere risultati che sono palesemente anti-egualitari e anti-universalisti, insomma discriminatori e repressivi.
Tutti gli stati, tutte le costituzioni (benché quelle presidenziali più fortemente di quelle parlamentari) consentono politiche come quelle che vediamo in azione in diversi paesi governati dalla destra. Pur nella limitazione da esse stabilite, le costituzioni sono esposte a diverse interpretazioni. A ostacolare il progetto delle destre dovrebbe essere la cultura politica democratica, nel cui DNA ci sono i principi di solidarietà e internazionalismo, di eguaglianza nei diritti e di rispetto delle persone (non solo dei cittadini).
Invece, tra i democratici, c’è un gran silenzio. E c’è passiva reazione ad un’escalation decisionale delle destre che non ha limiti. Sembra che, dopo aver contribuito a identificare i diritti con le identità di chi li ha rivendicati, la compagine democratica non abbia più una lingua universalista. La destra si fa internazionale, la sinistra resta nei recinti nazionali e identitari. Ha scritto recentemente Michelle Goldberg sul New York Times che «quando le persone di sinistra si coordinano a livello transnazionale, lo fanno spesso attraverso istituzioni liberali: organismi internazionali come le Nazioni Unite, ong internazionali, conferenze accademiche. Queste istituzioni tendono a privilegiare stili di comunicazione altamente specializzati e burocratici. Per far parte dell’orbita delle Nazioni Unite, ad esempio, i gruppi femministi di base devono spesso imparare il loro gergo: gender mainstreaming, S.H.R.H., duty-bearers). Le forze progressiste o democratiche hanno assorbito il linguaggio giuridico e burocratico, e smarrito quello politico. Sono politicamente afone. Quando provano a fare politica si perdono in liste di richieste e proposte, come se l’unica dimensione a loro familiare fosse il parlamento, il mondo delle istituzioni. Si attardano in una lingua prosaica che non smuove le emozioni e le volontà.
E quando provano a fare politica finiscono per confondere i diritti con le identità, come se i diritti appartenessero alle persone che li rivendicano e non invece a tutti, a ciascuno di noi. Come ci ricorda Gustavo Zagrebelsky, l’eguaglianza dei diritti è essenziale alla nostra libertà perché siamo individualmente diversi. La salvaguardia della democrazia non può dunque venire dai sovranisti ma neppure da visioni identitarie dei diritti. Contestare l’internazionale dei sovranisti con il recupero del valore personale della democrazia è determinante. Non è solo la lotta contro questo o quel governo, questa o quella legge, che può animare le forze democratiche, ma una concezione di umanità e di società. Vogliamo essere eguali nel diritto e nelle possibilità di incidere nella nostra vita e nella nostra società perché siamo persone. Come è scritto nella nostra Costituzione…
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