Politica: l’anno che verrà. Un 2024 di votazioni. Il mondo vota il suo futuro. Il prossimo anno saranno ben più di 2 miliardi le persone che andranno alle urne in vari Paesi. Molti con un diverso grado di libertà tra loro. Negli Stati Uniti e in Europa in gioco c’è il destino della democrazia, assediata da Trump e dai sovranisti. Inoltre, a Taiwan, in India e in Russia si decidono gli equilibri (e gli scontri) planetari tra superpotenze…

Paesi dove si vota nel 2024

L’indice di democrazia dell’Economist Intelligence Unit, su una scala da 0 a 10, si basa sui punteggi di 60 indicatori, raggruppati in cinque categorie: processo elettorale e pluralismo; libertà civili; funzionamento del governo; partecipazione politica; cultura politica. Ad ogni categoria viene assegnato un punteggio su una scala da 0 a 10, con l’indice complessivo che corrisponde alla media dei punteggi delle cinque categorie:  Democrazia (livello 1), Democrazia (livello 2), Democrazia difettosa (livello 1), Democrazia difettosa (livello 2),Regime ibrido (livello 1), Regime ibrido (livello 2), Regime autoritario (livello 1), Regime autoritario (livello 2), Regime autoritario (livello 3).

In giugno voteranno i 27 Paesi dell’Unione Europea, 400 milioni di elettori, selezionando per la decima volta il parlamento comune, i partiti del centro popolare a fronteggiare la destra populista. Ove i moderati tenessero contro gli ungheresi di Viktor Orbán e i francesi di Marine Le Pen, la presidente Ursula von der Leyen potrebbe tornare al governo, pur cambiando parecchi commissari, se invece non avesse la maggioranza si aprirebbero negoziati frenetici, in cui un ruolo potrebbe avere la premier Giorgia Meloni, alleata delle destre ma, almeno fino all’autogol stop al Mes, inflittole dai nostrani populisti, non ostile al mainstream Ue.

La sfida per la Casa Bianca, a novembre, vede il repubblicano Donald Trump (nonostante che il Maine ha deciso che Trump non può partecipare alle elezioni presidenziali. Come aveva già fatto il Colorado, per il suo ruolo nell’attacco al Congresso del 6 gennaio 2021) avanti nei sondaggi sul democratico Joe Biden. Alle urne si attendono 160 milioni di cittadini, posta in gioco la svolta isolazionista di Trump o lo status quo atlantico di Biden. Se Europa e Stati Uniti imponessero una linea intollerante e contraria alle intese internazionali, dal clima alle guerre in Ucraina, Gaza, Golfo Persico, Africa, le altre elezioni 2024 assumerebbero luce ancor più sinistra.

Vladimir Putin in Russia e il suo vassallo Aljaksandr Lukašenka in Bielorussia saranno vincenti, con i dissidenti in galera, le polizie segrete a controllare il web, maggiordomi a dominare in tv e ondate di disinformazione.

Secondo i dati dell’Economist Intelligence Unit, dalla Turchia al Pakistan fino al Chad, le nazioni voteranno in un gradiente che va dalla libertà britannica, con i laburisti vicini a Downing Street dopo dieci anni, al cupo totalitarismo. In Bangladesh il governo perseguita il dissenso, in Indonesia il presidente Joko Widodo potrebbe lasciare il potere al ministro della difesa Prabowo Subianto, in India, la più popolosa democrazia, Narendra Modi resterà al comando, grazie al boom economico, ma violando in crescente misura i diritti delle minoranze.

Infine, occhi puntati su Taiwan assediata dalla Cina, con gli eredi del Kuomintang che potrebbero vincere e ricercare un, dubbio, disgelo con Pechino. Il presidente vuol riannettere Taiwan, dopo Hong Kong, la crisi si aggraverà. E in Messico due donne rivali, Claudia Sheinbaum contro Xóchitl Gálvez, imprenditrice mecenate, per affrontare emigrazione, narcotrafficanti, futuro dell’America Latina.

Ovunque la disinformazione resterà in agguato, corroborata dall’Intelligenza Artificiale: Martina Larkin, capo dell’istituto Project Liberty, assicura che “ogni leader sarà bersagliato da false notizie” e l’Ue crea dunque la task force dello European Digital Media Observatory contro la guerra ibrida delle bugie online 2024.

Ma vediamo alcuni interessanti dettagli. Le elezioni per il Parlamento europeo, 448 milioni di abitanti. L’imperativo è riformarsi o perire, Bruxelles affronta l’assedio sovranista… In gioco c’è l’Europa. Potrebbe sembrare tautologico o esagerato ma la posta delle prossime elezioni europee è proprio il futuro dell’Ue. Mai come questa volta, infatti, l’Unione si trova dinanzi a un bivio. Trasformarsi e quindi preparare il futuro oppure rimanere nella palude dell’immobilismo. Gli eventi che hanno accompagnato l’ultimo quinquennio – dalla pandemia alla guerra in Ucraina – obbligano l’Europa ad aggiornarsi e a dotarsi di strumenti che la rendano davvero integrata e unita. Per raggiungere questo obiettivo, il voto di giugno deve dimostrare che gli istinti antieuropeisti e sovranisti non avranno la meglio. Soltanto se il fronte di chi intende costruire un’Ue con più poteri e competenze, più federalista e in grado di affrontare le sfide della globalizzazione, riuscirà a mantenere le posizioni allora quel traguardo sarà raggiungibile. E questo lo si vedrà anche da come verrà composta la prossima Commissione Europea. Il Parlamento dovrà dare il suo voto di fiducia alla o al presidente. Questa è la seconda posta in gioco. Ma direttamente legata alla prima. È un test che riguarda Ursula von der Leyen che cerca il bis o magari Mario Draghi su cui scommette in primo luogo il presidente francese Macron.

Mentre a Taipei si giocano i rapporti Usa-Cina dei prossimi anni. Saranno le prime elezioni del 2024 e gli occhi del mondo saranno tutti rivolti qui. Taiwan va al voto il 13 gennaio per eleggere un nuovo presidente e un nuovo Parlamento. Un voto, questa volta più che mai, dove il “fattore Cina” sarà centrale. Un’elezione cruciale per capire che direzione prenderanno i rapporti tra le due sponde dello Stretto e quali ripercussioni avranno per le due grandi superpotenze globali: Pechino – che da oltre 70 anni rivendica l’isola, “provincia ribelle” da unificare alla madrepatria con le buone o con le cattive – e Washington, “garante” della vecchia Formosa a cui continua a vendere armi per migliorare le proprie difese. Sarà una corsa a due tra il Partito democratico-progressista, al governo negli ultimi 8 anni, e il Kuomintang più dialogante con la Cina. Terzo incomodo sarà il Partito popolare: staccato nei sondaggi ma che sta attirando sempre di più i giovani stanchi della vecchia politica. Pronto in Parlamento ad allearsi proprio con il Kuomintang. a posta in gioco è alta. Le tensioni tra Cina e America potrebbero raggiungere un punto critico nei prossimi quattro anni. Pechino e Washington osserveranno il voto molto attentamente.

Putin già guarda al 2036 per battere il record di Stalin. L’unico elemento di suspense delle prossime presidenziali russe sarà quale percentuale di preferenze e affluenza otterrà Vladimir Putin. Il voto verrà diluito su tre giorni, dal 15 al 17 marzo, e si svolgerà nei seggi e online, ma non sarà che una formalità. Una foglia di fico per mascherare la “democratura” russa con gli esponenti dell’opposizione e della società civile imprigionati, esiliati o eliminati e una carrellata di innocui candidati rivali fantoccio. Il primo ad aver formalizzato la sua corsa, Leonid Slutskij del Partito Liberaldemocratico, ha subito messo le mani avanti: “Non toglierò voti al presidente. Putin vincerà ottenendo grandi risultati”. I sondaggi gli danno ragione. Secondo l’istituto indipendente Levada Tsentr, Putin gode di un indice di gradimento sopra l’80 per cento che neppure l’Operazione militare speciale in Ucraina ha scalfito. Un dato blindato grazie a una repressione sempre più penetrante, alla totale censura dei media indipendenti, alla martellante propaganda statale e all’assenza di una vera opposizione. Ottenuto il quinto mandato, Putin resterà al Cremlino almeno fino al 2030 quando mancherà di un solo anno il record di 31 anni al potere detenuto da Josif Stalin. Ma grazie alla riforma costituzionale del 2020, potrebbe teoricamente restare al potere ancora fino al 2036 e superarlo. Putin più di Stalin.

Tra Biden e Trump si decidono le sorti della democrazia. Il 5 novembre del prossimo anno sulle schede elettorali americane ci sarà il futuro della democrazia, non solo negli Usa. Come ha notato il politologo Bill Schneider, quando un “incumbent” si ricandida il voto diventa un referendum su di lui. Stavolta però gli “incumbent” saranno due, se si ripeterà la sfida del 2020: Joe Biden, presidente in carica, e Donald Trump, che ha lasciato la Casa Bianca senza mai riconoscere la sconfitta. Anzi, contestando la validità delle elezioni fino a fomentare e giustificare il mortale assalto al Congresso, per cui ora è penalmente incriminato. Quindi per Schneider l’esito delle presidenziali verrà deciso da un solo fattore: su quale dei due “incumbent” sarà il referendum? Se sarà su Biden, ossia inflazione, guerre, età avanzata, vincerà Trump. Se sarà su Donald, ossia i reati per cui è sotto processo, il caos che lo segue ovunque, e soprattutto lo spregio per i valori fondanti della democrazia, vincerà Joe. Ma la democrazia, come la conosciamo, difficilmente sopravviverà al primo risultato. Biden: “Non mi ritiro, neanche se si ritira Trump”

Se non ci fosse la guerra, il 29 ottobre l’Ucraina avrebbe rinnovato il Parlamento e sarebbe in campagna elettorale per scegliere, il 31 marzo, il nuovo presidente. L’investitura di Volodymyr Zelensky scadrà a maggio, ma la legge marziale rimanda le elezioni a fine conflitto. La guerra però può durare a lungo, e i partner occidentali hanno lanciato messaggi ambigui, o chiesto apertamente le elezioni come Tiny Kox, presidente dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, e il senatore repubblicano Lindsey Graham. Sono pronto, ha risposto Zelensky, ma chi si farà carico dei costi? “Non posso sottrarre fondi ai soldati”. Così ecco il dilemma: modificare la legge e votare con milioni di ucraini all’estero o sotto occupazione? I soldati in trincea sarebbero esclusi. E come garantire pluralità con un solo canale news a reti unificate? Ma senza elezioni quali garanzie democratiche darebbe un Paese candidato alla Ue? E quanto a lungo Zelensky resisterebbe alle critiche di essere un accentratore di potere assoluto? Nella conferenza stampa di fine anno il presidente non ha sciolto i dubbi: “Le elezioni non sono ciò di cui abbiamo bisogno in guerra. Le leggi lo vietano. Il Parlamento deve modificarle? Forse”. Zelensky rinvia le presidenziali in Ucraina: “È il momento della battaglia, non della farsa”.

India. Il Premier Modi punta al tris per consolidare il ruolo dell’India tra i Grandi della Terra.
Tra aprile e maggio del 2024 un miliardo di indiani potranno eleggere 543 parlamentari della Lok Sabha per scegliere il nuovo governo. I sondaggi danno per vincente il partito dato più grande al mondo, con 180 milioni di iscritti, il Bharatiya Janata Party guidato dal premier Narendra Modi, leader che gode di un notevole 78% di popolarità (Morning Consult). Nelle votazioni di dicembre in tre Stati del Nord, il Bjp e la National Democratic Alliance (Nda) hanno fatto man bassa di voti, perdendo solo nello Stato del Sud, il Telangana, dove invece ha retto l’opposizione della coalizione Indian National Developmental Inclusive Alliance (o India). La spaccatura tra Nord, di centro-destra, e Sud, di centro-sinistra, è evidente. Come anche la crisi della democrazia, dopo l’espulsione dal Parlamento dei leader Rahul Gandhi, Mahua Moitra e quella temporanea di 141 parlamentari dell’opposizione. I temi che possono influire sono la capacità di gestire l’influenza degli Stati e quella federale, il coordinamento di un’opposizione molto ampia, la battaglia per attirare il voto delle classi meno abbienti, ma anche il ruolo in politica estera dell’India. Si prevedono poche sorprese e la conferma di un terzo mandato per Modi. Ma non si escludono colpi di scena.

La data non è stata ancora fissata ma i principi ispiratori sì: anche il regime di Nicolás Maduro ha accettato la sfida delle urne. Si confronterà in un’elezione “chiara e trasparente” per decidere chi guiderà il Venezuela nei prossimi sei anni. L’accordo è stato raggiunto il 18 ottobre scorso a Barbados e Saint Vincent dopo settimane di discussione tra gli emissari di Caracas e i rappresentanti della Piattaforma Unitaria, il fronte che raccoglie la maggioranza dei partiti dell’opposizione. Maduro ha ottenuto in cambio la sospensione temporanea (sei mesi) delle sanzioni Usa che gli consentono di vendere petrolio, gas e oro senza dover ricorrere alle triangolazioni e di rilasciare licenze di estrazione e commercializzazione a holding straniere. Il calendario costituzionale fissa al prossimo dicembre le elezioni presidenziali e il delfino di Chávez si è impegnato a indirle nella seconda metà del 2024. Non è detto che si svolgeranno. Ci sono ancora molti ostacoli su un percorso accidentato. Intanto, la possibilità che tutti i candidati possano partecipare. Il regime, tramite il Tribunale superiore elettorale, da tempo ha messo fuori gioco i principali leader dell’opposizione per reati finanziari spesso pretestuosi e privi di prove concrete, con sentenze che appaiono strumentali. La stessa opposizione resta scettica e divisa; fatica a prendere una posizione unitaria se partecipare o meno al voto. Ma ha fatto un passo importante: ha indetto il 26 ottobre delle primarie, boicottate fino all’ultimo dal regime, che hanno trascinato alle urne oltre 2,5 milioni di elettori. È stata la prima manifestazione di un esercizio democratico che il Paese non viveva da quattro anni. Ha trionfato Maria Corina Machado, la storica leader della destra che tutti chiamano la “Lady di ferro” perché ricorda, nei modi e nei programmi di governo, Margaret Thatcher. Ha ottenuto il 92 per cento dei suffragi. Dovrebbe essere lei a sfidare Nicolás Maduro. Ma anche lei fa parte dei dirigenti politici banditi da ogni competizione da parte di una giustizia asservita al regime. Gli Usa hanno già fatto capire che si opporranno a qualsiasi esclusione. La Machado tira dritto e ha presentato ricorso contro la condanna, ricorso concesso dal Tribunale Superiore Elettorale. Il presidente chavista sa bene che uscirebbe sconfitto da un confronto con la fondatrice di Vente Venezuela. I sondaggi lo inchiodano al 25 per cento. Ci sono anche gli oltre 8 milioni di esuli il cui voto, sempre stando agli accordi, deve essere garantito. Peserà, e molto, sul risultato. Vedremo se Maduro giocherà pulito o se davanti alla prospettiva di perdere lo scettro del comando farà argine con mille scuse e si chiuderà di nuovo al mondo.

Dopo il flop Brexit ora i laburisti possono sperare. Il Labour di Sir Keir Starmer sembra destinato alla vittoria dopo 14 anni di opposizione e 27 dal trionfo di Tony Blair. Mentre i conservatori del primo ministro Rishi Sunak arrancano di oltre 20 punti nei sondaggi e lasceranno un Regno Unito per molti peggiorato a livello economico, finanziario e sociale. Esito del voto scontato? Chissà. Il sempre cauto Starmer non è un leader eccezionalmente carismatico e sinora ha puntato sull’usato sicuro (centrismo, temi “di destra” come la sicurezza) approfittando del caos tory (tre primi ministri in meno di due anni). Sunak invece – grande alleato di Giorgia Meloni – si gioca tutto sui migranti. Nel 2023 c’è stato il record di immigrazione netta nel Paese: 745mila persone in più, nonostante la Brexit. Se non bastasse, morde il partito di destra Reform UK (patron Nigel Farage), al 10% nei sondaggi. Dunque, Sunak, per avere una speranza alle elezioni, deve concretizzare la deportazione dei migranti “illegali” in Ruanda, che Starmer ha promesso di revocare. Se e appena partirà il primo volo verso l’Africa, Sunak indirà le elezioni, ancora senza data. Perché anche la sfavorita Brexit venne decisa da un tema: l’immigrazione.

Come si vede un situazione politica alquanto complicata, un anno il 2024 caratterizzato da possibili esisti ancora più complicati se non addirittura nefasti… c’è sicuramente di che preoccuparsi…

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