Politica: L’asse tramputiniano e noi…

Dopo il ribaltone politico, ecco quello semantico. Aver dato a Volodymyr Zelensky del dittatore e del comico fallito, e avergli attribuito la responsabilità di avere fatto esplodere la guerra, per Donald Trump è stato solo l’inizio. Che la demolizione personale del presidente ucraino sia parallela a quella di un altro paio di cose importanti – la verità storica e dunque l’Ucraina stessa – lo dimostra l’ultima, ossessiva impuntatura del capo della Casa Bianca sul significato di questa guerra: non vuole più che nei documenti ufficiali dei consessi internazionali cui partecipano gli Stati Uniti – dal G7 all’Onu – i russi siano definiti aggressori e gli ucraini aggrediti. Si deve dire asetticamente conflitto in Ucraina. Un azzeramento, insomma, un colpo di spugna sulle responsabilità di una tragedia che lunedì compie tre anni esatti. Una scelta lessicale che serve ad apparecchiare il tavolo della «pace» con il manico del coltello ben saldo nelle mani russe. E a umiliare il simbolo della resistenza degli aggrediti, un eroe del nostro tempo che:  «sarà la prima, anzi l’ultima vittima, di un accordo di resa che prevede nel prologo la sostituzione di chi comanda a Kiev». Se l’Ucraina ha un futuro drammaticamente incerto, gli interrogativi esistenziali riguardano ormai anche noi, l’Europa. Assistiamo sbigottiti alla saldatura di un asse Trump-Putin che sembra minacciarci anche nella componente che fino a ieri ci proteggeva: «Con brutale evidenza – aggiunge il nostro editorialista – il nostro primo e storico alleato è diventato improvvisamente, se non ostile, almeno indisposto a considerarci fratelli. Ci ha declassato da interlocutori privilegiati a partner con cui fare affari, usando l’arma dei dazi come discrimine tra nazioni amiche e quelle meno: dazi variabili, a seconda del tasso di obbedienza». Non tutta l’Europa però è ferma. Tutti i maggiori leader – a cominciare dal francese, dall’inglese e dal tedesco sia uscente sia entrante – hanno difeso Zelensky dal bullismo americano. Il francese e l’inglese si apprestano ad andare a Washington e ad affrontare vis à vis Trump, a verificare se nel suo approccio gangsteristico (magistralmente descritto in questi termini da Paolo Valentino) si possano insinuare fasi intermittenti di ragionevolezza. Si abbozzano piani di difesa dell’Ucraina, e nel farlo si creano le basi per nuovi nuclei di cooperazione tra europei, che superino l’empasse dell’Unione a 27. La quale non è così assente: lunedì le sue due massime cariche saranno a Kiev, accanto a Zelensky. In questo contesto risulta inevitabilmente più rumoroso il silenzio dell’Italia. Dopo giorni lunghissimi, un riferimento all’Ucraina è apparso giusto in una nota della presidente del Consiglio seguita a un colloquio con il premier canadese. Giorgia Meloni non immaginava una simile accelerazione distruttiva da parte di Trump e sperava in una transizione (dalle vecchie liturgie transatliantiche ai metodi spicci dell’amico Donald) più graduale e dunque più conventiente all’Italia e a lei, che si candida un ruolo di cerniera tra America ed Europa ma constata di ora in ora che Trump più che cerniere vuole strappi. E’ questo un momento delicatissimo nella parabola politica della premier ma anche del Paese (Nazione) che guida: «Il silenzio di Giorgia Meloni su Zelensky è quasi obbligato e per questo ancor più imbarazzante. Si potrebbe pubblicare un libro con tutte le foto della nostra premier che abbraccia e bacia il leader ucraino e gli giura sostegno a 360 gradi. Ma d’altra parte, come poteva la presidente del Consiglio dell’Italia smentire, correggere il presidente degli Stati Uniti mentre riempie di insulti il leader ucraino definendolo un mediocre comico? Questa impotenza, questa contraddizione è il simbolo di una strategia internazionale andata in pezzi. Fin qui Meloni aveva sfruttato alla grande l’occasione che la storia le aveva offerto di diventare una specie di ponte tra l’America e una nuova Europa, non più a guida, non più a egemonia franco-tedesca. Ma ora tutti i ponti sono crollati». Resta il fatto che «lo standing internazionale raggiunto a sorpresa negli anni scorsi da Meloni contava eccome nei rating di approvazione degli italiani nei confronti del governo e della premier. Dunque va recuperato». Che succeda è nell’interesse di tutti. Perché che al posto dell’agognata «Italia che conta come mai prima» si profili un’Italietta più irrilevante che mai non conviene a nessuno…  Ecco le mosse disperate di Zelensky, il nuovo attacco americano, la cautela di Roma: punto per punto: • I colloqui tra Usa e Ucraina. Dopo quelli di Riad in cui è emersa tutta la sintonia tra l’amministrazione Trump e il regime di Putin, ieri è arrivato a Kiev l’inviato del presidente americano per l’Ucraina, Keith Kellogg. Un confronto molto meno appariscente di quelli sauditi ma che rappresenta per gli aggrediti l’unica speranza: Kellogg pare infatti il trumpiano meglio disposto nei loro confronti, un ex generale che nei mesi scorsi aveva mostrato un certo favore per la «soluzione coreana» del conflitto (qui la nostra Rassegna con l’analisi dei suoi scritti), ovvero un suo congelamento che in un futuro senza Putin consenta a Kiev di tornare a rivendicare i territori occupati dai russi. • I «nuovi toni» di Zelensky. Il presidente ucraino aveva reagito con fermezza agli scioccanti insulti di Trump, sottolineando come l’americano stia usando gli stessi argomenti della propaganda disinformativa russa. «L’Ucraina deve abbassare i toni», ha detto ieri non a caso il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa Mike Waltz e Zelensky ha comprensibilmente abbozzato: «L’Ucraina è pronta per un accordo forte ed efficace di investimenti e sicurezza con il presidente degli Stati Uniti. Sono grato agli Stati Uniti per tutta l’assistenza e il supporto bipartisan all’Ucraina e al popolo ucraino». • La questione delle terre rare Zelensky ha urgenze drammatiche, non solo per le ormai certe amputazioni territoriali e le incertissime garanzie contro le minacce future, ma anche per l’atteggiamento apertamente colonizzatore della nuova America. Trump pretende infatti, ha scritto Valentino, «una compensazione a tassi da usuraio dell’aiuto fin qui fornito dall’America all’Ucraina, fissato arbitrariamente in 500 miliardi di dollari». In concreto, come ha rivelato il Telegraph, vuole «diritti esclusivi e perpetui su tutte le risorse minerarie, petrolifere e gasiere, i porti e le altre infrastrutture». Un piano che il giornale inglese ha definito «più duro delle riparazioni imposte alla Germania dopo la Prima guerra mondiale». Ora, secondo il sito Axios, gli americani hanno sottosposto agli ucraini una bozza di accordo «migliorata». • La nuova pretesa lessicale A preoccupare gli ucraini, si diceva, è ora anche il fatto che gli Stati Uniti si sono rifiutati di definire la Russia «Paese aggressore» nel documento del G7 in vista del terzo anniversario dell’invasione russa, formula che era stata usata invece nelle due occasioni precedenti. • Il piano franco-britannico Non tutti assecondano l’inerzia trumpiana. In pochi giorni Parigi e Londra hanno gettato le basi di un piano di intervento concreto a garanzia degli ucraini dopo l’accordo di pace: un contingente di circa di 30 mila soldati, «impiegato essenzialmente per difendere città, porti e infrastrutture critiche: dunque non una forza di interposizione al confine con la Russia, e in nessun caso vicino alla linea del fronte. Piuttosto, un dispositivo aereo e marittimo che avrebbe come principali obiettivi la riapertura dello spazio aereo ucraino ai voli civili, la garanzia delle rotte commerciali attraverso il Mar Nero e l’integrità della rete elettrica e di altre infrastrutture nevralgiche di Kiev». Le incognite sono due: i russi hanno già detto no alla presenza di Paesi Nato in Ucraina. E perché il piano regga serve la copertura aerea americana. Serve dunque convincere Trump.  Qualcosa, dunque, si muove in Europa? Sì: in pochi giorni, e nonostante un choc impensabile come l’attacco americano, qualcosa si è mosso. Macron ha convocato due vertici con tutti i Paesi dell’Ue più Canada e Norvegia. Del piano per l’Ucraina, il presidente francese e il premier brtannico Keir Starmer parleranno direttamente con Trump in due visite separate, lunedì e giovedì. Tra difficoltà e divisioni persistenti, si delineano insomma forme di cooperazione strategica nuove, tra chi può e chi ci sta, che possono bypassare la paralizzante regola dell’unanimità dell’Ue. Novità importantissima: la Gran Bretagna e l’Europa tornano a pensare e a fare cose insieme, vanno oltre l’ostilità post Brexit e si riscoprono necessarie l’una all’altra per fronteggiare i maramao di Trump e la minaccia di Putin. • Come reagire a Trump Macron, dipinto da mesi come impotente, ha ritrovato slancio nell’emergenza internazionale. Ha detto che «l’elettrochoc trumpiano» deve risvegliare l’Europa e si è mosso da leader: ha rintuzzato tutte le sortite rivoltanti di Trump ma con toni che rendono ancora possibile il dialogo. Ieri in un confronto social ha spiegato cosa gli dirà: «Non può mostrarsi debole di fronte a Putin, quando dovrà affrontare la Cina alle sue spalle. Gli dirò “non è da lei, non è il suo marchio di fabbrica, non è nel suo interesse. Sarebbe un enorme errore strategico!”». È tutto da vedere che funzioni ma è una strategia. Il famoso «numero di telefono dell’Europa» che prima era di Merkel e che sperava di prendere Meloni, in questo momento ha il prefisso di Parigi. • Risposte dei (e da) leader. Dopo gli insulti di Trump, Zelensky l’hanno difeso tutti, e subito. Starmer: «È un leader democraticamente eletto ed è perfettamente ragionevole sospendere le elezioni in tempo di guerra, come fece il Regno Unito durante la Seconda guerra mondiale». Macron: «L’Ucraina deve essere sempre inclusa e i suoi diritti rispettati». Il cancelliere tedesco uscente Scholz: «È semplicemente sbagliato e pericoloso negare al presidente Zelensky la legittimità democratica». Il suo probabile successore Friedrich Merz: «I commenti di Trump sono un classico ribaltamento del ruolo di carnefice e vittima. Sono scioccato». Lo spagnolo Pedro Sánchez sarà lunedì a Kiev con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che dicono: «Vogliamo riaffermare il nostro sostegno all’eroico popolo ucraino e al suo presidente democraticamente eletto Zelensky». Non proprio inerti questi europei, insomma. • E l’Italia? Dopo giorni di totale paralisi, la presidente del Consiglio ha fatto un piccolo passo.  «Per rompere l’imbarazzato silenzio che durava da giorni e che molto ha fatto discutere, nelle opposizioni e anche dentro la maggioranza, Giorgia Meloni ha scelto la via più felpata possibile. La nota con cui Palazzo Chigi rende pubblica la telefonata con il canadese Justin Trudeau è stata soppesata parola per parola e limata anche nei punti e nelle virgole. Da quelle righe traspare il tentativo di rinnovare il sostegno all’Ucraina, senza rischiare di deludere o urtare l’inquilino della Casa Bianca». • Cosa ha scritto Meloni? Ha scritto che «la priorità per l’Italia è la stessa del resto d’Europa, dell’alleanza atlantica e di Kiev: fare tutto il possibile per fermare il conflitto e raggiungere la pace»; e – unico riferimeno agli aggrediti – che sono stati «il sostegno occidentale insieme al coraggio e alla fermezza ucraina a precostituire le condizioni che rendono possibile parlare oggi di un’ipotesi di accordo». Nota Monica: «Il grande assente del comunicato stampa, cesellato dai diplomatici e dagli spin doctor di Palazzo Chigi, è Volodymyr Zelensky: il nome del presidente di Kiev, bollato da Donald Trump come “dittatore non eletto e comico modesto”, non compare nemmeno una volta. Meloni non fa riferimento ai ceffoni del presidente degli Stati Uniti e dunque non lo difende in modo diretto come hanno fatto gli altri capi di governo». • Avanti Tajani A dire qualcosa di più è il ministro degli Esteri: «Il linguaggio di Trump non ci appartiene ma credo che abbia voluto dare un segnale a Zelensky di essere più disponibile nella trattativa. Noi sosteniamo il governo legittimo dell’Ucraina. Il presidente è Zelensky e le nostre interlocuzioni sono con lui». Tajani sostituirà Meloni anche lunedì al vertice in videoconferenza dei capi del G7 (la premier sarà impegnata a ricevere il presidente degli Emirati arabi). • Ma cosa frena Meloni? Che è «convinta di non avere alternative all’agire “con pragmatismo” e “sotto traccia”». Pensa cioè che reazioni ferme come quelle degli altri leader avrebbero compromesso il «rapporto privilegiato» con Trump. Certamente è rimasta spiazzata dalla rapidità picconatrice dell’amico. Forse sta meditando qualche iniziativa a fari spenti, una qualche concessione all’Ucraina da strappare a Trump e su cui mettere la firma. Intanto sabato è molto atteso un suo video intervento alla Cpac, la conferenza dei conservatori di Washington. • E l’opposizione intanto? E l’opposizione, intanto, non se la passa molto meglio. Il fatto che Giuseppe Conte si sia schierato totalmente con Trump e abbia ricostruito di fatto l’asse populista con Salvini ha avuto l’effetto del napalm sul già inaridito «campo largo». Elly Schlein attacca la premier ma non il leader dei 5 Stelle, e dall’interno del Pd c’è chi, come Pina Picierno, la incalza citando il suo mantra: «C’è un limite alla pazienza, anche quando è testardamente unitaria». Insomma, il ciclone Trump sta travolgendo tutta la politica italiana. Cui le bufere non mancano certo…

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