Politica: Medioevo democratico. Trump & Musk soldi, potere e superbia ricattano l’Occidente e la democrazia liberale. La Ministra Santanchè celebra l’opulenza della ricchezza. La Destra italiana sente il richiamo della foresta. Il significato del voto tedesco. Per chi suona la campana? La grave crisi della Sinistra…

Il potere che governa il mondo sta modificando sotto il nostro sguardo attonito la sua stessa natura. Esso non coltiva più il valore del pudore e considera ormai ogni inibizione, ogni timida forma di riguardo, alla stregua di un’imperdonabile debolezza. Ostenta ogni giorno la sua familiarità con la ricchezza quasi che la fortuna negli affari sia tornata ad essere la traccia più vistosa della benevolenza divina. Pretende addirittura di arruolare Dio sotto le proprie bandiere come usava nel Medio Evo. Infine, ama esibirsi in quella sua postura baldanzosa, impietosa, monumentale che serve a classificare ogni obiezione e ogni dissenso iscrivendoli d’ufficio nella categoria di un disturbo non meritevole neppure di quel briciolo di ascolto che ha sempre fatto tutt’uno con l’idea della democrazia. Esagerato? Non credo proprio. Il fatto è che il potere dei nostri giorni ha scelto ormai la sua nuova maschera da indossare. Quella maschera non sorride più, digrigna i denti. Non pretende di convincere, preferisce spaventare. La sua cifra è racchiusa nella apparente inesorabilità della sua forza. Trump è l’esempio più vistoso di tutto questo. Ma non è l’unico. Alle sue spalle e nella sua ombra sta mettendo radici un sentimento diffuso che nega la fatica stessa di discutere, confrontarsi, ammettere che qualcun altro possa avere idee migliori, accettare il rischio di modificare la propria opinione, riconoscere la propria stessa debolezza. Anche in questo caso viene da aver paura del Trump che sta in noi, oltre che di quello assai poco amichevole e rispettoso che nel frattempo s’è risistemato alla Casa Bianca. E però, dopo esserci lamentati e preoccupati, dovremmo anche chiederci se questa crisi così profonda del nostro antico ordine politico non sia cominciata appunto da noi stessi, dalla poca cura che abbiamo avuto dei nostri ordinamenti e delle nostre tradizioni, dalla debolezza con cui abbiamo difeso le basi morali e materiali di una costruzione politica che avrebbe avuto bisogno di un maggior accudimento. Il punto di frattura sta infatti nel modo in cui abbiamo lasciato deperire i nostri ordinamenti, inseguendo le demagogie più fantasiose e le novità più improbabili come se la conservazione di certi antichi costumi e di alcune buone abitudini fosse diventata troppo onerosa. Il fatto è che quando un vecchio ordine di cose viene meno e d’improvviso si fa largo una sfida che appare insieme come un’irrisione e come un capovolgimento – quello che sta accadendo, appunto – si dovrebbe indagare con una certa severità proprio il modo in cui quell’ordine ha cercato di difendersi e dare un senso a sé stesso. Poiché in realtà la novità fa sempre una certa fatica a farsi largo. E le tradizioni il più delle volte cadono da sé stesse, avendo perso lungo la strada le loro ragioni fondamentali. Ecco un esempio calzante: il tacco 12, il Twiga, le mani sporche di sangue, la gogna mediatica fine pena mai, io sono vista da voi come il male assoluto, voi odiate la ricchezza e i ricchi. Le frasi clou della Ministra Santanché ieri in Aula. Un’aula nella quale spiccano gli ampi spazi vuoti lasciati da Forza Italia e Lega, la ministra del Turismo è affiancata solo dai ministri dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, e dal ministro per la protezione Civile e Politiche del Mare, Nello Musumeci. A sottoscrivere la mozione di sfiducia nei confronti della Ministra del Turismo, oltre ai Cinque Stelle che l’hanno presentata, sono il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra. Al momento del voto, tuttavia, il perimetro delle opposizioni si allarga, perchè come annunciato anche da +Europa: “Voteremo la sfiducia a Santanché, ma mi sembra evidente guardando questa aula, che la ministra sia stata già sfiduciata dalla sua stessa maggioranza e scaricata politicamente da Giorgia Meloni e da tutto il governo”. Nonostante tutto ciò, la mozione di sfiducia delle opposizioni è stata respinta. Ancora una volta con arroganza la maggioranza che regge il governo Meloni, si rappresenta e va oltre le proprie contraddizioni interne. Il potere è di per se un grande collante. Il Parlamento, è lì, in quel luogo, che s’è prodotta la crisi della nostra amata liberaldemocrazia. Amata ma trascurata, per l’appunto. Illudersi che il nostro ordine di cose si rimetta in piedi da sé stesso, non ci porterà lontano. Ma cogliere nella nostra difficoltà l’occasione per ripensare i tratti fondamentali della civiltà politica di cui siamo custodi dovrebbe essere un compito alla nostra portata. A patto di riconoscere che questa civiltà, chiamiamola così, vive principalmente di pazienza, di misura, di metodo. E cioè di tutte quelle cose che la furia dei combattimenti a cui stiamo assistendo brucia e consuma ogni giorno che passa. È l’indignazione che guida i nostri animi – e si può ben capire. Ma dovremmo piuttosto affiancarle la consapevolezza che per quanto le nuove autorità politiche si sentano forti per aver intercettato (momentaneamente) il vento della storia, quel vento non potrà durare più di tanto perché a sospingerlo provvede ora uno stato d’animo e non una cultura, un’insofferenza e non un progetto. Il nuovo potere infatti è troppo grottesco per regalarsi da sé una lunga durata. Ed è troppo spavaldo per non lasciar intuire, dietro certe sue torve apparenze, le sue stesse fragilità. Il fatto è che la campana della paura suona a questo punto anche dalle parti dei suoi arcigni custodi. Per chi suona la campana? Suona per tutta la Sinistra europea. È la campana del voto in Germania, che della socialdemocrazia è stata culla e modello… Non è un rintocco isolato: segue la sconfitta del socialismo scandinavo, la débâcle italiana targata Renzi, che ha avvelenato tutti i pozzi e dalla quale il Pd il principale partito d’opposizione fatica a riprendersi e la situazione si è complicata al punto che forse non si riprenderà mai più… C’è stata altresì l’illusione francese del Fronte Popolare. Lì non solo non ha retto l’ipotesi del governo, ma neanche proprio la prova dell’opposizione. Non c’è più dubbio alcuno. Oggi, quello tedesco è il rintocco più fragoroso per dimensioni e implicazioni: mai così male dagli albori del movimento operaio alla fine dell’Ottocento. A est, a eccezione di Berlino, ovunque arriva prima l’AfD. A ovest la Cdu/Csu domina quasi incontrastata. E si vede chiaramente che seppure sono passati trentacinque anni dalla riunificazione della Germania tuttavia la cultura politica autoritaria che fu della DDR comunista continua a fomentare il recepimento di visioni antidemocratiche, in una realtà sociale in cui comunque in tutto questo periodo ha contato ancora la depauperazione economica, sociale ed esistenziale di qualche milione di cittadini tedeschi… Difficile che la prospettiva della «grande coalizione» della crisi possa essere la soluzione della complicata situazione politica tedesca, anzi rischia di amplificarla. La formula non è certa nuova: negli anni Sessanta del secolo scorso fu una scelta politica, non dettata dall’esigenza numerica. L’Spd, che accompagnò l’ingresso al governo con la svolta di Bad Godesberg, vinse al giro successivo con Willy Brandt. Durante l’era Merkel la «grande coalizione» fu invece la risposta all’ingovernabilità di un sistema già in via di destrutturazione. Ora è un accrocco emergenziale, magari senza alternative, ma tutto difensivo, contro il pericolo AfD e contro la sfida di Trump che coadiuvato da Elon Musk sta squadernando il Mondo tonificando (con milioni di dollari) tutte le quinte colonne illiberali nei singoli Paesi per indebolire definitivamente l’architettura europea. Con un grande rischio, appunto per la Democrazia. Merz: “Sarà Grosse Koalition, colloqui con Spd”. Scholz: “Fallimento mia responsabilità” Lo è per l’esperimento in sé che non ha più alle spalle, come elemento di tenuta, il retroterra di un modello economico e sociale funzionante. Lo è per la socialdemocrazia in particolare perché la espone a una dinamica alla Weimar: l’eccesso di governismo le fa perdere identità, un’eccessiva agitazione fa il gioco degli sfidanti rimasti fuori. È la fotografia di una crisi esistenziale della sinistra, in un continente dove ormai è quasi cancellata o comunque divenuta marginale. Ovunque afona nelle parole, rinsecchita nel suo insediamento sociale, nevrotica nelle risposte che sono sempre chiuse nell’orizzonte nazionale. Anche la vicenda tedesca dopo quella italiana racconta di un disarmo innanzitutto culturale di fronte alla necessità di un radicale cambio di paradigma. Tutte le parole su cui la sinistra ha costruito la sua identità sembrano vuote in questo tornante della storia. Lo è la stessa parola socialismo che, da moto di trasformazione fondato sulla critica dell’esistente, dell’esistente è diventata ordinaria amministrazione. Lo è la parola Europa, sulla cui perdita di soggettività politica, la sinistra ha le sue responsabilità. Alla fine degli anni Novanta, governava ben quindici Paesi dell’Unione, ma non ci fu una svolta vera nel processo di integrazione… Morale della favola in Germania: è arrivato prima il ciclo «austero» di Angela Merkel, poi il populismo che è entrato nelle periferie e nel ceto medio piegato dalla crisi, dal forgotten man del Mid West alle fabbriche della Renania, che da rosse si sono colorate di turchese. La sinistra, ovunque, ha perso perché si è persa nella voragine tra antiche compatibilità, sospese solo durante l’era Covid per poi tornare ai vincoli di bilancio, e nuovi bisogni diventati nel frattempo rivolta. E se c’è una parola che, icasticamente, racchiude la perdita di un ruolo politico, nel mondo segnato dai conflitti, è la parola sicurezza. Secondo l’ultimo sondaggio del Washington Post la misura più apprezzata di Trump sono proprie le deportazioni. È questo il mondo che ci è dato di vivere col suo nuovo «senso comune» e senza alcun «buon senso». Ed è qui che si consuma la crisi dei progressisti, incapaci di conciliare, sicurezza e democrazia così come anche sul terreno economico sono incapaci di riscrivere un patto tra capitalismo e democrazia… Ma alla fine di tutto questo ragionare è ancora probabile che siano proprio i giocatori meno esagitati, quelli più capaci di governare sé stessi e i loro stati d’animo, a scoprire di avere le migliori frecce al proprio arco. A patto di tenere ben fermi questi punti. Quelli che proprio la Sinistra ha lasciato invece traballare…  Ricordiamo il romanzo: “L’inverno del nostro scontento”. E’ l’ultimo romanzo di John Steinbeck famoso scrittore statunitense che fu pubblicato l’anno prima di ricevere il premio Nobel per la letteratura nel 1962. La storia di un uomo onesto e responsabile, Hawley colto da un senso di colpa verso le sue origini e sua la famiglia che, per ottenere tutto quello che la nuova società del benessere può consentire, ordisce una serie di imbrogli e tradimenti che gli fruttano la ricchezza, ma lo portano a un desolante vuoto di coscienza di se e nei confronti dell’umanità…

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