
Dal labirinto politico francese affiora una notizia: è scomparsa l’idea del “meno peggio”. E cioè quella lunga tradizione per la quale sembrava saggio, e perfino doveroso, cercare degli accomodamenti al fine di evitare che il culto delle differenze finisse per dar luogo a deflagrazioni difficili da tenere sotto controllo… Moderatismo e Governismo come ‘idea’ di un possibile controllo sociale. Direi che la stessa idea che possa esistere un controllo, un riparo, un limite, una misura in grado di attutire il conflitto, o almeno di incanalarlo verso esiti non troppo distruttivi, è ormai finita in cavalleria.
Quell’idea, che pure ha regolato a lungo i tempi e i modi della contesa democratica, a questo punto sembra non avere più né un senso né tantomeno un fascino… Qualcuno dirà: fin qui lo sapevamo. Ce lo avevano annunciato i proclami che si potevano ascoltare tra le file degli eserciti populisti o meglio ancora indagando i malumori (e le superstizioni) che ne alimentavano l’avanzata in tutti questi anni. Dunque, che oggi, oltralpe Le Pen e Melanchon abbiano preferito a questo punto vedersela tra di loro, escludendo qualunque via di mezzo e imboccando la strada di una rocambolesca convergenza tra gli opposti, fa parte in un certo senso di un copione che può scandalizzare i benpensanti ma che non dovrebbe sorprendere gli addetti ai lavori. È il nuovo consociativismo: quello degli estremi. Da sempre, infatti, il rosso e il nero si intrecciano nelle nostre contrade, ma da qualche tempo il loro legame sembra essersi fatto ancora più forte. Se non altro per via di tutte quelle complicità internazionali che in molti modi favoriscono quell’intreccio… Vista dall’Italia, cioè attraverso categorie, fissazioni e feticci del nostro dibattito pubblico, la crisi francese è dunque la crisi di quasi tutto: del semipresidenzialismo che abbiamo a lungo inseguito, a destra e a sinistra; del doppio turno, che da trent’anni, soprattutto a sinistra ma non solo, ci viene presentato come la legge elettorale capace di dare insieme piena rappresentatività e assoluta certezza di governabilità; del macronismo, inteso a sua volta in vari modi che richiederebbero una troppo lunga divagazione (per dirne solo una, che avete certamente dimenticato:
agli inizi dell’avventura politica del presidente francese era Matteo Renzi il modello, ed Emmanuel Macron l’epigono); del leaderismo, inteso come la diffusa convinzione, anche tra osservatori e studiosi, che la forza di una leadership, tanto più se accompagnata da adeguate prerogative istituzionali, possa essere la soluzione a tutti i massimi problemi della politica e della vita pubblica in generale.
L’esito dell’ultima audace dimostrazione di leadership macroniana, le elezioni anticipate che hanno consegnato la Francia a un parlamento senza maggioranza, egemonizzato dai contrapposti (ma neanche tanto) populisti di destra e di sinistra, dimostra che non è così. Non è così, cioè non sta neanche lontanamente nei termini in cui ce la raccontiamo da oltre trent’anni, nessuna delle questioni già menzionate, e che ancora costituiscono il novantanove per cento dell’armamentario retorico e ideologico alla base dell’attuale, ennesimo, insensato progetto di riforma istituzionale in chiave presidenziale-maggioritaria, portato avanti dal Governo Meloni.
Da oltre trent’anni un esercito di studiosi, giornalisti e politici di vario orientamento, infatti, inventa o legittima le peggiori porcherie elettorali e istituzionali («porcata», come noto, è termine tecnico, utilizzato in un momento di rara sincerità da uno di loro) con l’argomento che solo in Italia la sera del voto non si sa chi ha vinto e governerà per i successivi cinque anni. E in base a questo presupposto, falso e pericoloso, restiamo inchiodati a questa eterna giostra di riforme che non riformano niente, ma scassano sempre qualcosa in più (vedi alla voce federalismo, per citare un altro tema ovviamente ancora e sempre all’ordine del giorno). Sarebbe tempo di fare un onesto bilancio delle nostre trentennali illusioni.
E del resto, se le posizioni intermedie, centriste, sono così poco convinte delle loro ragioni e appaiono quasi rassegnate a fare da bersaglio al malumore altrui, non si può certo chiedere alle destre e alle sinistre più estreme di andare loro in soccorso. Sembrerebbe dunque quasi ovvio che a questo punto ognuno facesse il suo gioco, e che il gioco antico e saggio delle mediazioni e dei compromessi lasciasse ora il passo al gioco duro che si pratica senza troppo fair play e senza nessun senso della misura. La Francia di queste ore ci racconta per l’appunto di questo nuovo gioco. Che spinge Le Pen a fare da sponda ai deputati dell’estrema sinistra pur definendoli “cheguevaristi da carnevale” e induce questi ultimi a stigmatizzare nella loro mozione le “vili ossessioni dell’estrema destra”. Salvo ritrovarsi appunto a votare insieme la stessa mozione dato che per entrambi il nemico più insidioso è quello apparentemente meno lontano, e la sola idea di piegarsi a un ragionevole accomodamento appare a tutti loro addirittura disonorevole. Ora, quello che colpisce in questo nuovo gioco politico è che la nostra vecchia attitudine al compromesso, alla ricerca del meno peggio, sia diventata d’un tratto così disdicevole da indurre a convergere con i più lontani pur di non contaminarsi con i più vicini. Cosa che lascerebbe supporre una grande fiducia nelle risorse della politica, dato che spinge verso mediazioni tanto acrobatiche. Ma che invece finisce per essere alimentata proprio da una diffusa sfiducia nelle poche risorse che quella politica ancora ci offre. È questo il punto. Si recide ogni legame, ci si sottrae a ogni mediazione, si dà fuoco a tutte le polveri a disposizione non già perché si confidi davvero nelle proprie forze e ragioni. Al contrario, perché si ha la percezione che quelle risorse siano
già state dissipate. A quel punto tanto vale alzare la posta. Alla peggio andrà perduto quello che, in fondo, era già stato perso prima… E questo avviene nel bel mezzo della doppia crisi che ci attanaglia – la crisi di fiducia nelle virtù della politica e la crisi di sfiducia nelle forze della geopolitica – noi sembriamo insomma andare in cerca di parole d’ordine e comportamenti che non concedono più un millimetro di spazio a nessuna forma di accomodamento. Non perché si confidi di espandere così il proprio territorio. Ma perché quel territorio si presidia ormai solo chiudendosi dentro i suoi confini più risicati. Un tempo sarebbe venuto da pensare che dietro tutto questo tramestio si nascondesse una spavalda fiducia in sé stessi e nelle possibilità che la politica concede a chi la coltiva con onore e con passione. E invece, tutto al contrario,
questo gioco ora si dispiega e prende il sopravvento proprio perché è venuto meno ogni barlume di fiducia. Anche in sé stessi, direi. Così, però, una volta che il “meno peggio” diventa troppo disdicevole, resta spazio solo per il “tanto peggio tanto meglio”. Com’è ormai ben evidente, le democrazie rappresentative occidentali sono in difficoltà non per un qualche accidente, ma per ragioni strutturali. Stiamo assistendo alla protesta profonda e non effimera di segmenti consistenti dell’opinione pubblica che, abbandonati da un ceto dirigente oligarchico e autoreferenziale (l’establishment), si sentono alla mercé di un mondo sempre più complesso e cangiante nel quale l’Occidente gode di una posizione di sempre minor privilegio. Se così è, in quale modo questa protesta possa esser riassorbita diviene la domanda principale cui devono dare risposta le democrazie.
Tanto più che da quella risposta dipende la loro capacità di affrontare con successo, da sole o come socie dell’Unione Europea e dell’alleanza Atlantica, le sfide dei nostri tempi. Le democrazie paiono reagire alla protesta secondo uno schema tripartito. In principio ci sono il rifiuto e la demonizzazione: le forze politiche che rappresentano gli elettori infelici sono irrise per la loro approssimazione e incompetenza e/o delegittimate perché considerate dannose alla democrazia liberale. Nella seconda fase quelle forze politiche sono cresciute a tal punto che diventa difficile non farci i conti, e la conventio ad excludendum nei loro confronti comincia a vacillare. Al terzo e ultimo stadio sono arrivate al potere, da sole o in coalizione, e l’intero equilibrio politico deve ristrutturarsi intorno a loro. Con un po’ di approssimazione, potremmo dire che oggi Berlino stia attraversando il primo stadio, Parigi il secondo, Roma il terzo. In Germania i partiti tradizionali hanno tenuto meglio che altrove, ed è possibile immaginare che anche dopo il voto del prossimo febbraio saranno in grado di formare
una maggioranza che escluda Alternative für Deutschland. Il Brandmauer, muro tagliafuoco, versione teutonica della conventio italiana, ancora regge, seppur a fatica. In Italia la prima fase si è aperta precocemente già con le elezioni del 2013, il passaggio alla seconda è avvenuto col voto del 2018, e dal 2022 siamo infine entrati nella terza. Dopo quasi dieci anni nei quali ne abbiamo viste di tutti i colori – risultati elettorali sull’ottovolante, fiumi di demagogia, apogeo del trasformismo parlamentare –, la Penisola ha completato la transizione ed è oggi il più stabile fra i grandi paesi dell’Unione. In Francia l’establishment ha fatto forza sulle istituzioni della quinta repubblica, presidenzialismo e doppio turno di collegio, per tenere i partiti di protesta quanto più possibile all’opposizione. Ha potuto così prolungare di vari anni la durata della prima fase, ma inanellando una serie di forzature – a partire dal macronismo – delle quali sta adesso pagando il prezzo.
La necessità di fare appello alla France Insoumise per fermare il Rassemblement National di Marine Le Pen nel secondo turno delle elezioni di giugno prima, le aperture del governo Barnier allo stesso Rassemblement poi, segnalano chiaramente l’ingresso del Paese nella seconda fase, la più caotica, quella del passaggio dalla demonizzazione a una qualche forma di integrazione della protesta. La successione da uno stadio all’altro non è necessaria. Nulla vieta che in Germania AfD resti ancora per qualche anno dietro il muro tagliafuoco e scivoli poi nell’irrilevanza – e nulla vieta, anche se è parecchio più difficile, che dalla seconda fase la Francia non risalga verso la prima, invece di scendere alla terza. Quel che è necessario, però, è che la protesta, proprio poiché le sue radici sono strutturali e non congiunturali, trovi in qualche modo voce e rappresentanza. Negli ultimi anni il clima storico si è modificato troppo in profondità perché la politica democratica possa non adeguarvisi.
In Germania vola l’ultradestra, un assist per Putin per questo è più facile per la Germania stabilizzarsi nella prima fase di quanto non sia per la Francia tornarvi: la Repubblica federale ha un partito tradizionale in buona salute – i democristiani – che può forse gestire il cambiamento, mentre nell’Esagono non si capisce chi potrebbe mai svolgere questa funzione. Oltre che ai singoli Paesi, con una certa cautela questo ragionamento può essere esteso anche all’Unione Europea. Che la vicenda recente della formazione della seconda Commissione von der Leyen ha mostrato essere all’inizio del secondo stadio: il Brandmauer è stato ormai oltrepassato da una parte dei conservatori, in particolare da Fratelli d’Italia, e il Partito popolare si mostra disposto quando necessario ad aprire ancora più a destra, verso Patrioti e Sovranisti, dando vita alla cosiddetta “maggioranza Venezuela”. Di nuovo, non è detto che dalla seconda fase si passi necessariamente alla terza, ma è ben evidente come pure la politica continentale stia mutando al modificarsi dell’opinione pubblica.
E non diversamente da quel che accade a Berlino, anche a Bruxelles molto dipenderà dai Popolari. In questa situazione resta comunque difficile immaginare che l’Unione possa muovere dei passi in avanti senza il sostegno di una parte almeno delle destre, malgrado quelle si siano in genere opposte a una maggiore cooperazione continentale. Come rendere compatibile “più Europa” con un’integrazione della protesta giunta al secondo stadio sarà la grande domanda del 2025. E l’Italia, forte della sua stabilità nell’ormai consolidata “fase tre”, potrebbe dare un contributo non irrilevante alla ricerca di una risposta… la domanda è: chi ci crede veramente? Visto che elezione dopo elezione vince sempre e solo
l’astensionismo…
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