Politica: Oggi, per capire la politica serve la psicanalisi…

Ormai la psicanalisi e non più la politologia, non più il diritto internazionale, non più tutto quello che ha rappresentato tutto l’armamentario ideologico fino all’altro ieri, è oggi l’unica maniera per capire che succede in politica… È noto come spesso battute uscite dispettosamente fuori dal controllo, posture, mugugni, insomma tutto ciò che d’involontario circola attorno alla nostra aura, racconti molto più di ciò che, invece, esprimiamo sotto la sorveglianza della nostra razionalità. Se qualcuno, per esempio, può aver ridacchiato per le autopromozioni a premio Nobel per la pace di Donald Trump, ritiri subito il suo risolino sardonico perché quella voce fuggita dal senno a Donald racconta, a un vaglio psicoanalitico, molte più cose di quanto non possa fare una dichiarazione ufficiale o un intervento al Congresso degli Stati Uniti. Si può risalire persino al suo rapporto edipico irrisolto con papà Trump, per capire le reazioni di adesso e, all’ingrosso, anche quelle future. Politica scienza esatta? Sì, una volta era una scienza quasi esatta: c’erano i Weber, i Gaetano Mosca, i Sartori, tanto per fare qualche nome, a offrire coordinate che attingevano ad analisi delle istituzioni, approcci sociologici, chiavi economicistiche, certo, ma tutte convogliate nella scienza della politica, per estrarre schemi di regolarità applicabili agli accadimenti allo scopo di capire come avrebbero potuto andare a finire. E più o meno l’azzeccavano. Oggi non è più così. Sulla base della precedente esperienza presidenziale di Donald Trump, e su questi sette mesi della sua seconda amministrazione, possiamo delineare i contorni di una qualche “dottrina Trump”? E in che modo essa risponde anche alle profonde trasformazioni dell’ordine internazionale intervenute tra il 2016 e oggi? La risposta alla prima domanda non può che essere positiva. Ed essere appunto legata a un decennio trasformativo per le relazioni internazionali, contraddistinto da un’ulteriore, forte erosione della legittimità degli strumenti della governance globale, da una patente crisi del multilateralismo, da un rallentamento della globalizzazione e dal manifestarsi di una nuova forma di competizione bipolare, questa volta tra Stati Uniti e Cina. Quali sono gli elementi di questa “dottrina Trump”? Si può provare a rispondere attraverso alcune parole chiave. La prima è “sovranismo”, neologismo recente e spesso abusato, ma che ci aiuta a spiegare Trump e il trumpismo. «Il futuro non appartiene ai globalisti, appartiene ai patrioti», tuonò il presidente statunitense all’Assemblea generale dell’Onu nel settembre del 2019. Scopo di chi guida gli Stati Uniti è «difendere la loro sovranità senza scusarsene», proclamò la prima – e a oggi unica – dottrina di sicurezza nazionale pubblicata con Trump nel dicembre 2017, un documento nel quale i termini “sovranità” e “sovrano” compaiono più di trenta volte. Sovranità, questa, intesa primariamente come emancipazione dai vincoli delle interdipendenze contemporanee, siano esse strategiche (la creazione di un sistema di difesa anti-missilistica che renda nuovamente invulnerabili gli Usa), economiche (la re-industrializzazione e l’indipendenza dalle catene di valore transnazionali) o politico-diplomatiche (la fine del multilateralismo; l’abbandono o il drastico indebolimento delle sue istituzioni; i doppi standard e il rigetto del diritto internazionale). La seconda parola chiave è quella di “realismo”. Un realismo molto elementare, quello cui dà voce Trump con il suo linguaggio basico e primitivo (tutti mi vogliono baciare il culo), che sembra talora voler traslare alle relazioni internazionali schemi e modi operandi di quel mondo della speculazione immobiliare nel quale Trump si è formato e che ha costituito a lungo la sua attività principale. Per questo realismo, l’unico principio ispiratore dell’azione internazionale di un paese è, e deve essere, un interesse che si pretende sia definibile sulla base di parametri oggettivi e certi, siano essi economici, territoriali o geopolitici. Non esistono valori, principi, alleanze naturali (centrali, invece, nella retorica dell’atlantismo democratico di Joe Biden), ma solo interessi, da perseguirsi cinicamente in un’arena intrinsecamente anarchica e antagonistica quale è la politica internazionale. Nella quale nulla è permanente, a partire appunto dagli impegni e dalle alleanze, e tutto è invece “transazionale” oggetto di un possibile baratto, di una “transazione” per utilizzare un altro anglismo che, proprio con Trump, sta diventando di uso comune. Transazioni, queste, nelle quali l’interesse nazionale s’intreccia talora strettamente con quello privatistico e addirittura personale, come stiamo ben vedendo oggi con il tentativo del presidente e dei suoi familiari di capitalizzare economicamente sul suo ruolo. La terza parola chiave è “imperialismo”. Si tratta probabilmente dell’elemento di maggiore novità del Trump II, espresso già a partire dal suo discorso d’insediamento del 20 gennaio scorso. Quando Trump indicò l’espansione territoriale come obiettivo concreto, dalla Groenlandia a Panama, ed evocò come esempio e modello William McKinley, il presidente della ortodossa esperienza imperiale di fine Ottocento. Si tratta di una logica (e una retorica) neo-imperiali che abbiamo visto più volte all’opera in questi pochi mesi, dall’Ucraina al Medio Oriente. Fondate sull’assunto che vi sia una gerarchia naturale di potenza, dove pochi attori superiori dialogano, negoziano e in ultimo disciplinano l’ordine internazionale, imponendo se necessario le loro decisioni a soggetti che, in quanto inferiori come nel caso di Kiev, godono di una sovranità inevitabilmente parziale e limitata. La quarta e ultima parola chiave è “nativismo”. Tante dialettiche hanno contribuito a definire e muovere la storia degli Stati Uniti. Una di queste è quella tra due diverse concezioni dell’identità nazionale. La prima, molto essenzialista e statica, ha un chiaro connotato razziale (e, in parte, religioso); la seconda – costituzionale, civica ed evolutiva – poggia sull’assunto che le nazioni mutano, evolvono e si trasformano, e che nel caso statunitense questo processo è intimamente legato alla capacità del paese di farsi sempre più multietnico e multirazziale, adattando e ripensando la sua schematica e flessibile Costituzione. Una delle più potenti nostalgie mobilitate spesso da Trump è, non a caso, quella dell’America degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta: dei suoi sobborghi in espansione; dei suoi consumi di massa; delle sue inscalfibili gerarchie razziali. E di un paese che, grazie alle leggi restrittive in materia d’immigrazione adottate dopo la Prima guerra mondiale, aveva visto la percentuale dei suoi cittadini nati all’estero scendere dal 15 a poco più del 5 per cento. Le espulsioni di migranti, la sospensione dei programmi di accoglienza di rifugiati, il divieto d’ingresso da una serie di paesi e, anche, una xenofobia non più dissimulata sono tutte espressioni di questo nativismo ed esempi del suo impatto sulla politica estera. Pochi giorni dopo l’inizio della sua prima presidenza, nel febbraio del 2017, Trump fu intervistato da Bill O’Reilly, il famoso giornalista all’epoca a Fox News. Putin è un «assassino» lo incalzò in quell’occasione O’Reilly. «Ce ne sono un sacco di assassini, pensi che il nostro paese sia così innocente?», rispose Trump davanti a un esterrefatto O’Reilly. Si tratta di uno scambio a modo suo illustrativo di cosa sia questa “dottrina Trump” (e del perché Putin in fondo piaccia così tanto a Trump). Indicativo dei limiti e anacronismi di questo approccio alle relazioni internazionali; ma soprattutto di come cinismo, spregiudicatezza e, se necessario, violenza e crudeltà ne costituiscano in ultimi tratti essenziali se non costitutivi. Tutto ciò richiama la «fine della Storia». Infatti, il Novecento si chiuse anzitempo nel 1989, con il crollo dell’Urss che la grazia di Vladimir Putin oggi vorrebbe riesumare e, diceva Francis Fukuyama, la fine della Storia, intesa, appunto, come fine delle ideologie. Non fu così automatico, certo, ad esempio: in Italia tutto si sfasciò qualche tempo dopo, agli inizi degli anni ‘90. Fu l’inciampo di Tangentopoli a sanzionare la fine della forma partito e, con essa, la fine del velo pietoso che le ideologie mettevano su tutto. Non che i profili psicologici dei decisori politici allora fossero irrilevanti, ma ideologie e procedure democratiche contenevano notevolmente le sbavature leaderistiche. I partiti sceglievano i loro dirigenti attraverso i congressi, molto partecipati dalla base: si pensi che almeno il 10 per cento degli elettori italiani avevano in tasca una tessera di partito. E i capi di partito erano tutti primi inter pares, un po’ perché le classi dirigenti politiche avevano una loro qualità che consentiva una scelta, ma anche perché non poteva sorgere in ambiente attraversato da democrazia e partecipazione un lider maximo che fosse l’egemone assoluto: gli anticorpi interni al partito non l’avrebbero mai consentito. E arriviamo al Capo assoluto. In Italia contraddicendo la storia fu proprio il partito democratico a far posto al “partito personale”, post-ideologico e cesaristico. Fuori dall’Italia, nel mondo occidentale, accadde più o meno lo stesso: sopravvissero solo strutture di consenso organizzate attorno al Capo assoluto. Ecco, allora, che le ermeneutiche di tipo politologico classico si rivelarono presto insufficienti per analizzare la politica, senza il supporto psicologico. Infatti: se a decidere è uno solo, non più “contenuto” dai sinedri delle decisioni condivise né dalle dottrine politiche, bisognerà entrare nella sua testa per capire che cosa possiamo aspettarci dalle sue decisioni. Oggi potrebbero, ad esempio, tornare interessanti le analisi sulla sindrome della personalità autoritaria (quattro volumi) che fin dagli anni ‘50 il gruppo di Adorno approntò nella Stanford University in California. Secondo Adorno e i suoi colleghi gli individui disturbati da una personalità autoritaria avevano subito in età verde un arresto della capacità di controllare gli impulsi sessuali e aggressivi dell’identità. Per Adorno, dunque, la personalità autoritaria si caratterizza con un atteggiamento difensivo del sé, conformistico, incapace di elasticità mentale, conservatore dal punto di vista politico ma anche nella quotidianità e nel privato, in quanto timoroso del non controllabile. A qualcuno che trova una qualche somiglianza caratteriale con i nuovi cesari che invadono la scena mondiale, dall’America alla Turchia, dalla Russia a Israele e via dicendo, ho una sola richiesta che rivolgo a tutti gli altri capi di governo del vecchio continente in recente trasferta alla Casa Bianca: per favore, se cercate un esempio da imitare, guardate a quelli storici delle democrazie europee…

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