Politica: Perché la democrazia è senza più entusiasmo per la libertà?

Perché, come ci racconta il degrado civile quotidiano delle società contemporanee in cui viviamo, i valori democratici non suscitano più entusiasmo? Scrive la scrittrice turca Ece Temelkuran: «Perché ormai la democrazia è stata svuotata. Quando è stata separata dalla giustizia sociale, ed è diventata un meccanismo freddo incapace di proteggere i più vulnerabili dalla crudeltà del mercato. Non più cittadini, ma solo consumatori. Le persone hanno così smesso di credere nella democrazia non perché hanno cominciato tutto di un tratto a odiare la libertà, ma perché purtroppo la versione “liberale” di essa ha smesso di offrire loro una vita dignitosa». È così che il voto ha perso d’importanza. A causa delle astensioni, gli elettori si sono quasi dimezzati. Gli iscritti ai partiti si sono ridotti a un quarto di quelli che erano in passato. L’indice di frammentazione dei partiti è aumentato. I partiti non riescono a intercettare la domanda dell’elettorato e a mettere insieme le divergenti aspirazioni delle diverse componenti delle coalizioni. Che succede al sistema politico italiano? Come si sta trasformando la politica nel nostro Paese? Per rispondere a tali domande, occorre passare in rassegna una per una questa componente del nostro sistema politico, per poi esaminare come esse interagiscano. Si recava alle urne più del 90 per cento degli elettori; ora questi sono scesi a poco più del 50 per cento. E in alcune elezioni (amministrative, quorum referendario) anche sotto questa percentuale, Dunque, l’elettorato si rifiuta di scegliere e di farsi rappresentare. Questo può dipendere dalla debolezza dell’offerta politica o dalla ormai acquisita scarsa fiducia dell’elettorato nei confronti dei partiti. La conseguenza è che oggi un governo può ottenere la fiducia della maggioranza del Parlamento anche avendo soltanto una base di votanti di poco superiore a un quarto dell’elettorato. I partiti sono agenti collettivi sempre più ristretti; è assente o debole un vincolo associativo per la mancanza di un collante costituito da una politica condivisa. Non hanno più una base fedele su cui contare (l’iscrizione a un partito è anche una promessa di voto) e sono divenuti sparuti gruppi oligarchici, a causa della erosione e poi dello svuotamento della base associativa. La oligarchizzazione è il risultato congiunto della perdita di un solido radicamento territoriale e sociale e dell’assenza di condivisione di ideologie e programmi. Oggi e domani si vota al Referendum per la riforma della giustizia. Un referendum senza quorum per riformare di fatto la Costituzione italiana proprio là nella parte che definisce la suddivisione dei poteri dello Stato. La separazione dei poteri è un principio fondamentale della democrazia liberale che divide le funzioni statali tra tre organi indipendenti — legislativo (Parlamento), esecutivo (Governo) e giudiziario (Magistratura) — per evitare abusi di potere, tutelare la libertà dei cittadini e bilanciare il potere politico, teoria formalizzata da Montesquieu nel 1748. Andare alle urne,  stavolta non equivale soltanto a esercitare un diritto-dovere. Di fatto gli elettori in questa tornata referendaria si assumeranno una responsabilità diretta verso il futuro dell’equilibrio costituzionale della nostra Repubblica (sono ben sette gli articoli della costituzione che verranno riformati), proprio in uno dei punti più delicati della nostra Carta: quello in cui i poteri incontrano i loro limiti. E quando ai cittadini si chiede di pronunciarsi sul rapporto tra due poteri come sono: esecutivo e magistratura non si è mai nel territorio neutro delle riforme tecniche. Si decide, piuttosto, se i contrappesi disegnati dai costituenti debbano restare un presidio di libertà per tutti, oppure diventare un impaccio da ridimensionare, per il vantaggio di pochi. Votare No alla riforma del governo Meloni non coincide con una difesa rituale dell’esistente, né con la retorica (chissà perché tanto vituperata da qualche esponente di governo della destra) della costituzione antifascista da preservare a ogni costo. Ma significa provare a tutelare un principio: l’autonomia della giurisdizione che non appartiene solo ai magistrati, appartiene ai cittadini. E dunque sono loro a doversi mobilitare, per difendere i loro stessi interessi. «Bisogna sempre dire ciò che si vede», scrive un poeta francese tal Charles Péguy. E quella che è davanti ai nostri occhi è una riforma che non cura nessuno dei mali atavici che affliggono la giustizia italiana. Non accorcia i processi, non colma la voragine degli organici tra i giudici, non rafforza il personale amministrativo del ministero di via Arenula (mancano circa 10mila addetti sui 40mila previsti), non scioglie nessuno dei nodi che rendono estenuante il cammino di chi (cittadini, imprese, colpevoli o innocenti) avrebbe diritto a ottenere una sentenza in tempi ragionevoli, come avviene nei paesi civili. La premier Giorgia Meloni, che insieme al ministro Carlo Nordio ha scelto di intervenire direttamente sulla Costituzione. Imponendo al parlamento un testo blindato che promette di separare le carriere (opzione del tutto inutile, dal momento che vige già da anni una ferrea separazione delle funzioni) ma che in realtà ha un unico, reale obiettivo: dividere e indebolire la magistratura, punendola e umiliandola, in modo da limitare la sua autonomia e rafforzare, di converso, il potere dell’esecutivo. Che è da sempre il core business della politica della destra post-fascista. L’indipendenza della magistratura non è però un privilegio corporativo da tollerare con fastidio, ma una barriera contro l’occupazione della giustizia da parte di qualsiasi governo («potrebbe essere utile anche a voi», confessò Nordio rivolgendosi a Elly Schlein). Dopo il Ventennio, i costituenti vollero sottrarre giudici e pubblici ministeri al controllo della politica perché avevano compreso una verità elementare: senza un potere capace di giudicare scevro dal timore di essere colpito dalle altre autorità che l’esprit di Montesquieu vorrebbe in equilibrio per evitare tirannie, ogni libertà diventa più fragile. La separazione delle carriere, accompagnata dalla duplicazione del Csm e dalla nuova Alta Corte disciplinare, non introduce infatti solo un diverso assetto organizzativo. Spezza il comune orizzonte ordinamentale tra giudicante e requirente, isolando il pubblico ministero e separandolo dalla cultura della giurisdizione e lo espone, in prospettiva, a una futura ridefinizione del suo statuto: il vicepremier Antonio Tajani ha già ipotizzato come il controllo della polizia giudiziaria andrebbe il prima possibile sottratto ai Pm e consegnato all’Esecutivo. Idee identiche a quelle di Giorgio Almirante ex Repubblichino e capo del Msi nonchè del Piduista Licio Gelli. Le riforme costituzionali contano non solo per ciò che dispongono, ma per ciò che rendono possibile: il cantiere della giustizia, vincesse il Sì, resterebbe ahinoi aperto a lungo. Anche il sorteggio, esibito come rimedio contro l’eccesso (reale) di potere delle correnti, rivela l’artificio dell’intera operazione. Per i membri laici il sorteggio resta infatti temperato, preceduto da una selezione politica; per i magistrati viene immaginato in forma secca, affidato dunque alla dispersione individuale. Ma anche se il parlamento sceglierà un terzo dei membri, una minoranza compatta e organizzata sarà sempre più influente di una maggioranza ridotta a costellazione di monadi. Che, tra l’altro, perderanno lo status che ha ontologicamente ogni eletto, che deriva dal fatto di rappresentare non solo sé stessi, ma l’intera comunità che lo ha votato. Ora chi vota Sì, anche se in buona fede, sottolinea che nell’urna bisogna restare nel merito tecnico della riforma. Ma sarebbe un errore grave non valutare il contesto politico che viviamo. Da anni la destra di governo mostra insofferenza verso ogni controllo: dai giudici intimoriti quando emettono decisioni sgradite su sicurezza e migranti, alle autorità indipendenti quando esercitano le loro prerogative (vedi la riforma della Corte dei conti che liberalizza di fatto il danno erariale) fino al giornalismo che osa indagare e criticare, minacciato con querele e risarcimenti danni. Il voto assume un significato più largo: riguarda l’idea stessa di democrazia che si intende far prevalere. Speriamo che oggi e domani, i cittadini che si recheranno alle urne speriamo numerosi (indipendentemente dal quorum non necessario, è davvero difficile far previsioni e ancora l’astensionismo farà la differenza) non abbiamo dubbi su cosa votare tra SI e NO e quindi da che parte stare in questa battaglia per la difesa dello Stato di diritto…

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