Politica: Perché occorre «liberare» il liberalismo dal liberismo. Un grande equivoco dei nostri tempi…

 

“Coloro cui sfugge completamente l’idea che è possibile aver torto non possono imparare nulla, tranne la tecnica.”

(Gregory Bateson)

 

“Il segnale è verità. Il rumore è ciò che distrae dalla verità.
Noi viviamo nel rumore.”

(Nate Silver)

Nella lingua italiana i termini liberismo e liberalismo non hanno lo stesso significato: mentre il primo è una dottrina prettamente economica, il secondo è un’ideologia politica; nell’indagare tale distinzione bisogna innanzitutto essere consapevoli della natura prevalentemente italiana di essa. Per LIBERISMO, si intende essenzialmente la libertà economica, ossia la libertà del mercato, della concorrenza fra industrie, aziende, semplici lavoratori, in qualsiasi condizione storica, geografica e sociale. Liberismo è il pensiero che lo stato debba lasciare assoluta libertà di produrre e commerciare; quindi, è quel pensiero concettualmente opposto al protezionismo. Il Liberismo nasce da una riflessione sulle condizioni di produzione della ricchezza ed il padre del liberismo è Adam Smith (1776, La ricchezza delle nazioni), il quale teorizza l’importanza dell’accumulo di capitale, dell’investimento e della libera concorrenza, ma anche l’importanza della divisione del lavoro tra capitalisti e salariati: questi elementi, secondo Smith, condurrebbero alla conciliazione dell’interesse individuale e sociale. Il LIBERALISMO è invece un’ideologia politica, che sostiene l’esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all’individuo, e che evidenzia l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale). Il padre del liberalismo è sicuramente il filosofo John Locke, seguito da David Hume e dal sopracitato Adam Smith. Dal liberalismo si genera lo STATO LIBERALE, una forma di Stato che si pone come obiettivo la tutela delle libertà e dei diritti inviolabili dei cittadini attraverso una Carta Costituzionale che riconosce e garantisce tali diritti fondamentali e sottopone la sovranità dello Stato ad una ripartizione dei poteri: nel nostro paese ad esempio, la Costituzione prevede che i tre poteri, quello esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario, siano affidati ad organismi specifici e differenti (per evitare la concentrazione dei poteri che aveva invece caratterizzato la dittatura fascista). Come si è visto, tale tipologia di stato, fu instaurata in Inghilterra con la Gloriosa Rivoluzione (1689), negli Stati Uniti e in Francia in seguito alle rispettive rivoluzioni settecentesche, e nel resto d’Europa con le rivoluzioni liberali. Secondo il filosofo Benedetto Croce, il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello di liberalismo, tant’è che il liberismo è anche detto liberalismo economico: va da sé che si possa dunque essere liberisti senza essere liberalisti. Tuttavia, bisogna precisare che il liberalismo può contenere in sé il liberismo, ma non è universalmente confermato che ciò sia necessario. Infatti, il liberalismo, si può definire come la continua lotta per la limitazione del potere in tutte le sue forme: talvolta vi possono essere momenti della storia in cui il potere da limitare sia proprio il potere dell’economia, ed è proprio questo il caso in cui il liberalismo non desume il liberismo… Oggi, viviamo, invece, un grande equivoco, ovvero che liberismo e liberalismo siano di fatto la “meme chose”.

Il panorama politico è cambiato e sta ulteriormente cambiando rapidamente. A destra, il vecchio conservatorismo sta mostrando il suo vero volto, assai poco moderato: quello di un sovranismo a tinte populiste, decisamente illiberale, anche se sopravvive, a stento, al suo interno qualche voce dai toni liberali. Mentre la socialdemocrazia è generalmente raccontata come una confusa proposta in cui si mescolano elementi di solidarismo di matrice cristiana e/o vagamente socialista e di liberalismo sociale, spesso condito da un populismo difficilmente distinguibile da quello di destra. Ovunque, ma soprattutto in Italia, domina un approccio corporativo, di chiarissima ascendenza fascista, anche se ammorbidito dall’incontro con le costituzioni liberaldemocratiche… L’elemento comune del discorso politico odierno – al di là di pochi “sopravvissuti” – è però il rifiuto del liberalismo, a volte definito neoliberalismo, etichetta nella quale si mescolano in genere approcci molto diversi tra loro (per esempio il libertarianism statunitense, il conservatorismo liberale di Hayek e Friedman, e l’economia sociale di mercato). Di fronte a questo riemergere delle pulsioni illiberali e antiliberali, però risorge l’esigenza di tornare a pensare la libertà politica. Senza fare tabula rasa, perché il “liberalismo” indica una corrente culturale ampia, ricca, varia, in continua crescita, perfettamente in grado di proporre soluzioni adeguate ai problemi attuali del mondo. Non si può in realtà immaginare – la vischiosità del consenso politico sembra molto forte – che si possa passare a una competizione tra liberalismo e conservatorismo (o sovranismo), come accadeva in Gran Bretagna tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, ma è chiaro che riproporre una visione liberale (e democratica) della politica è in questa fase decisivo. Il liberalismo ha alle spalle una cultura importante, vastissima. Recenti storie, pubblicate in genere all’estero, testimoniano – in modo ancora frammentario – la grande ricchezza di questa cultura. Filosofi e scienziati della politica, economisti, decisori in prima linea: sono molte le possibili fonti di ispirazione per il liberalismo di domani. Come sono tante le opzioni: liberisti e non liberisti, democratici e scettici di ogni forma di potere (anche democratico) sono solo alcune delle grandi divisioni all’interno di un mondo unitario. Quelli che sono stati definiti degli “ircocervi”, il socialismo liberale – l’ircocervo originario, nella definizione di Benedetto Croce, che pure trova i suoi primi esponenti a metà dell’800 – e il conservatorismo liberale sono le controprove della ricchezza di questa proposta politica, che in sé non può essere né conservatrice né socialista, ma consente la libertà – e non potrebbe essere che libera, la cultura liberale – di tentare commistioni di vario genere. Fino a che, ovviamente, non si esce dal percorso liberale. Liberali sono alcuni dei grandi nomi della cultura mondiale. Si pensi, facendo astrazione dai grandi classici, ai precursori: Locke, Montesquieu, Hume, Smith, Ferguson, gli illuministi in genere, e ovviamente Kant e per qualcuno, come Guido de Ruggiero, persino Hegel (ma si può risalire nel tempo, fino a Paolo di Tarso, e a Polibio). Oppure ai grandi filosofi che a essa si richiamarono: Benedetto Croce, Ernst Cassirer, John Dewey, Karl Popper, John Rawls. Ai possibili compagni di strada, se si ha voglia di allargare lo sguardo: Bertrand Russell, George Orwell, John Maynard Keynes, il primo Jean-Paul Sartre (eh, sì, anche lui), Albert Camus, Hannah Arendt e molti “repubblicani”. Con la loro idea di creare spazio alla libertà individuale attraverso il socialismo; l’anarchismo, questa idea esagerata della libertà e dell’eguaglianza che ha molti punti di contatto con la cultura liberale; il complesso movimento, diffuso soprattutto nell’area angloamericana, dei socialisti di libero mercato, Joshua Warren, Benjamin Tucker, Henry George, per citarne alcuni. Anche la tradizione italiana, molto svalutata dagli italiani stessi che pochi sforzi hanno fatto di portarla all’estero, è molto varia e ricca: partendo da Leopardi a Manzoni, si arriva al grande dialogo – che non fu una polemica, né una gara con un vincitore e un vinto – tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi sul liberalismo e liberismo, punto nevralgico di tutta la storia del liberalismo e poi si prosegue con il liberalismo della Repubblica. Se il Partito liberale, nato come “non-partito”, metapolitico, molto aperto, secondo l’ispirazione di Croce si è presto chiuso su posizioni molto conservatrici, esponenti liberali hanno animato la vita di due partiti radicali, del partito d’Azione – spesso la polemica contro gli azionisti è una polemica contro i liberali – del Partito repubblicano, di una parte almeno della Democrazia italiana e persino degli indipendenti di sinistra: fu un’intuizione di Palmiro Togliatti, che voleva costruire un’egemonia socialista, in senso lato, in Italia, quella di avvicinare al Pci e coinvolgere anche la parte più aperta del liberalismo. Luigi Sturzo, per finire, ha proposto un liberalismo popolare, e cattolico, tutto da riscoprire. È un mondo estremamente vario che si raccoglie attorno a quattro principi, messi chiaramente in evidenza da Herry Fawcett. La prima è l’idea che la società è conflittuale, e non c’è un’armonia da conquistare in una società futura o da ripristinare tornando alla tradizione: al di là e oltre la concorrenza economica, ogni individuo è libero di sperimentare il proprio stile di vita, ma l’esigenza di fermare la propria libertà là dove inizia la libertà altrui è sicuramente fonte di frizioni e conflitti a bassa intensità. La seconda è una sana diffidenza per il potere, qualunque sia la sua fonte, e per questo motivo il liberalismo preferisce la divisione del potere, il pluralismo, il mercato e la concorrenza. La terza è il gusto per l’innovazione (un tempo si sarebbe detto: per il progresso), che anima la libertà individuale e crea prosperità anche economica: gli uomini e le donne, lentamente, migliorano le proprie condizioni di vita provando strade nuove. La quarta l’eguale dignità di ciascuno: il grande dono dell’Umanesimo italiano (con Pico della Mirandola) al mondo. È una cultura individualista, ma il suo individualismo è sociale, non è egoista, non ha mai dimenticato – salvo qualche dottrinario – che il principio di fondo è «prosperità per tutti» e non solo da un punto di vista economico. C’è quindi un mondo da scoprire o per meglio dire da riscoprire. Prima, però, occorre liberarlo.

Sul liberalismo pesa infatti una pesante ipoteca. Quella della confusione e dell’integrazione tra le posizioni conservatrici e le posizioni liberali. In Italia, dopo la svolta a destra del Pli e la decisione di Silvio Berlusconi di rivestire di una vernice liberale molto tenue il suo partito e la sua confusa cultura politica, questa appropriazione è oggi molto forte da contrastare. Il punto non è il fatto che alcuni liberali fanno, nella vita quotidiana, scelte politiche che coincidano con quelle dei conservatori; e neanche che si tentino compromessi tra le due opzioni. È sempre accaduto e sempre accadrà (come con il socialismo, qualsiasi cosa esso diventi). Il sano scetticismo per il potere si allarga, evidentemente, anche al potere popolare. Più che nella sovranità popolare, un liberale pensa al popolo come fonte del potere che va esercitato in modo da non intaccare la libertà dell’individuo, l’autonomia delle sfere in cui esso opera, i diritti delle minoranze. È una tensione, tutta interna alla cultura liberaldemocratica, di cui il liberalismo non si libererà mai (e rafforza l’idea che il liberalismo ha una concezione conflittuale del mondo). La crisi nasce con il “fusionismo”, il tentativo, iniziato dal filosofo politico Frank Meyer, di integrare liberalismo e conservatorismo, farne un tutto unico, allontanando dal mondo liberale tutto ciò che con il conservatorismo – che vede nella tradizione, e in particolare in una gerarchia sociale tradizionale, una fonte di armonia sociale – non era strettamente compatibile. Ne è nato un liberalismo asfittico, dottrinale, animato da un’ansia di distinguere tra liberali veri e liberali falsi, di ortodossi ed eretici degna – per metodi, per fortuna solo culturali e non politici, e risultati – del miglior (o peggior). Il ricchissimo liberalismo italiano è uscito a pezzi da questa ventata di ansiosa caccia alle streghe. È stato un progetto che è stato alimentato da una lettura molto parziale di Friedrich Hayek – il riassunto del Reader’s Digest del suo libro La strada verso la schiavitù, che ometteva tutte le sue preoccupazioni di carattere sociale – il quale si è però volentieri prestato. Di fatto Hayek – il cui contributo alla cultura della libertà va in ogni caso analizzato con attenzione è rispetto – è uscito dal liberalismo: dalle iniziali posizioni ambigue ha poi giustificato la dittatura di Augusto Pinochet. Una fonte inesauribile è presto diventata la posizione intransigente di Ludwig von Mises, la cui opera però appare più liberale di quella di tanti suoi interpreti. Decisiva è stata infine l’opera di proselitismo di Milton Friedman, e più in generale dalla propaganda di alcuni think thank, spesso finanziati da gruppi e imprese non certo disinteressate.

L’esito di questa campagna è stato molto diverso, peraltro, tra Stati Uniti ed Europa. La tradizione, negli Usa, trae origine – come ha sottolineato l’economista liberale James Buchanan, più “aperto” di quanto in genere si pensi – dalla Dichiarazione di indipendenza, e dall’idea che «gli uomini sono stati creati uguali». In Europa, il conservatorismo non ha mai accettato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, da cui nasce attraverso Benjamin Constant il liberalismo, e ha continuato a ripetere sull’eguaglianza banalità prive di conseguenze politiche cogenti. «Queste differenze di capacità e di forze, queste diversità di razza, nazione, sesso, età e individualità, lungi dall’essere un male sociale, costituiscono al contrario la ricchezza dell’umanità», è il tenore di queste affermazioni, qui tratte però dal Catechismo rivoluzionario del 1866 di Michail Bakunin: il socialista anarchico ne traeva come conseguenza, però, che «l’uguaglianza non implica il livellamento delle differenze individuali, né dell’identità intellettuale, morale e fisica degli individui» e che «l’uguaglianza economica e sociale non implica peraltro il livellamento delle fortune individuali in quanto prodotto della capacità, dell’energia produttiva e dell’economia di ciascuno». Non è un esito automatico, questo auspicato da Bakunin; ma il contrario, pur molto temuto, è tutto da dimostrare.

Ora, va detto chiaramente che: il progetto fusionista è stato un disastro. Ha fallito perché ha dovuto fare i conti con il neoconservatorismo, il quale ha obiettato a questo conservatorismo liberale che quando i cittadini chiedono l’intervento del governo, il governo non può non intervenire: non c’è spazio, nel conservatorismo, per il laissez faire, al massimo si possono tagliare le tasse e lasciar spazio libero alle imprese (e no, non è la stessa cosa). Il fusionismo ha però animato sicuramente la retorica delle esperienze politiche – molto conservatrici – di Ronald Reagan e Margareth Thatcher, che hanno soprattutto ridimensionato il ruolo dei sindacati a favore delle imprese, ceduto qualche monopolio ai privati e abbassato alcune tasse (alzandone altre): nulla che possa caratterizzare la loro politica – conservatrice – come liberale. Non diversamente è accaduto negli anni successivi; e oggi, se il (neo)liberismo viene considerato come causa di tutti i mali del mondo, in molti casi la responsabilità diretta o indiretta è del fusionismo. Soprattutto questo fusionismo ha segnato un passo indietro nello sviluppo della cultura liberale: all’attenta valutazione delle conseguenze del laissez faire, del libero mercato, della concorrenza, e dei problemi generati anche dal potere dei privati, per esempio attraverso la creazione di monopoli e di cartelli – i temi di Knight, di Simons, di Eucken e di molti liberali tra le due guerre – è stata sostituita un’ingenua contrapposizione privati-bene vs stato/male, nella quale non è stato estraneo l’influsso della scrittrice americana Ayn Rand, non certo una liberale… Laisser faire e ordine spontaneo sono diventate un via libera al potere e alla ricchezza economica di pochi, che mai lo stato (con tasse e regole) o la società civile (i sindacati, per esempio) avrebbero dovuto intralciare. Conservatorismo puro, persino legittimo, ma incompatibile con il liberalismo. La libertà e l’onestà sono state in ogni caso più forti: il libertarianism, che è nato da questo progetto – e spesso la fusione è stata con i paleoconservatori… – ha presto mostrato negli Stati Uniti una forte vivacità intellettuale e ha riaperto molti spazi. Oggi non mancano libertarians di sinistra come Ocasio-Cortez e Bernie Sanders che dicono nella sfida elettorale in corso: «È in gioco la nostra anima», che aprono ponti anche verso Karl Marx e verso tutta la tradizione anarchica europea. Anche se hanno perso i contatti con la tradizione continentale europea. Gli steccati, i divieti, le condanne, le scomuniche, le intolleranze non sono però sparite. Per niente. Dove è finito Raymond Aron? Cancellato per il suo ostinarsi a inserire le società capitaliste e comuniste nella stessa categoria, quella delle società industriali, e dal suo keynesismo. Ralf Dahrendorf, con la sua critica alla teoria delle élites? Occorre continuare a far finta che Leonard Hobhouse, William Beveridge, Ronald Dworkin, Amartya Sen, Martha Nussbaum non facciano parte di una cultura liberale “aperta”? Perché il liberalismo possa rinascere, occorre che riprenda a circolare aria fresca e pulita nelle sue stanze: le idee, i confronti, anche le polemiche, ma con l’obiettivo di arricchirsi non di “vincere”. Non si tratta per esempio di liberarsi del laissez faire, che in qualche misura deve far parte di una proposta liberale, ma di non nascondere gli inconvenienti che storicamente si sono manifestati più volte, per esempio nella creazione dei cartelli per via contrattuale. Non si tratta di dimenticare che il potere del governo, e soprattutto del potere esecutivo, può essere mortale per la libertà, ma anche di ricordare che la legge è un’importante garanzia di libertà, quando l’alternativa è il comando arbitrario o discrezionale dell’uomo sull’uomo (o sulla donna). Non si tratta di respingere l’idea dell’ordine spontaneo, che ricorda il ruolo della società civile nello sviluppo di una società libera, ma di non identificarlo con una (inesistente) tradizione e non rinunciare, in suo nome, all’uso critico della ragione. Ecco perché occorre liberare il liberalismo. Liberarlo dalla cappa del suo irrigidimento dovuto al grande inganno perpretrato dall’assimilarlo al liberismo diventato neo-liberismo, perché torni a essere vivo e attuale. È un lavoro immenso ma, di fronte al montare del sovranismo illiberale, va assolutamente fatto… da chi? sicuramente dalla Sinistra…

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