
Non stiamo assistendo a una rivolta della classe operaia contro le élite. Quella di Trump e della sua cricca è come una vera e propria
guerra civile americana. Se fosse stato eletto un Presidente populista oggi, sarebbe intento a colmare il divario tra i ricchi e i poveri per quanto riguarda l’istruzione, la salute e la solidità delle relazioni familiari. Di fatto, Trump non ha alcun piano per rilanciare quelle comunità che sono state così duramente colpite dalla post-industrializzazione. Questo enorme divario si ripercuote sugli assetti familiari. Un esempio: una donna che ha solo un diploma di scuola superiore (o neppure quello) ha una probabilità cinque volte maggiore rispetto a una donna laureata di dare alla luce un figlio fuori dal matrimonio. Questo enorme divario ha anche degli aspetti sociologici. E più probabile che le persone che hanno solo un diploma di scuola superiore (o neppure quello) affermino di non avere amici intimi. Ed è più probabile che queste stesse persone rimangano a vivere in città nelle quali le relazioni sociali stanno collassando e da cui i giovani stanno fuggendo.
Questo enorme divario si ripercuote sulla salute. Le persone senza istruzione universitaria muoiono in media circa otto anni prima di quelle che hanno ottenuto una laurea. Un divario che si ripercuote sui risultati scolastici. Al sesto anno di scuola, i bambini delle famiglie povere hanno un rendimento decisamente inferiore rispetto ai bambini delle famiglie benestanti: è come se fossero quattro anni indietro. Come afferma Daniel Markovits, che insegna a Yale, oggi il divario educativo tra gli studenti benestanti e quelli poveri è maggiore di quello che si registrava tra gli studenti bianchi e quelli neri nell’era in cui erano in vigore le leggi Jim Crow*. Molti analisti americani che osservano la società, da più o meno vent’anni vanno scrivendo dello spaventoso crepaccio che separa le classi più istruite (e cioè le persone che hanno concluso il college) dalle classi lavoratrici (e cioè le persone sprovviste di una laurea). Beh, facciamola semplice, a partire da circa sessant’anni fa, un gruppo sociale che è stato poi variamente etichettato con definizioni tipo “bobos” o “classe creativa” ha iniziato a estendere la propria egemonia su una serie di istituzioni che hanno un ruolo determinante nell’ambito dell’American life:
le università, i mezzi di informazione, le fondazioni, l’editoria e il settore dell’intrattenimento. Ci sono due cose che è opportuno sapere su questa “classe.” In primo luogo (e questa è una cosa che avviene molto spesso anche in altri gruppi sociali), quelli che ne fanno parte non apprezzano le divergenze di opinione e tendono a imporre una ortodossia reazionaria nei luoghi in cui esercitano il loro dominio. In secondo luogo (e questa è invece una cosa che in altri gruppi sociali avviene meno), quelli che ne fanno parte si considerano dei ‘riformatori morali’ della società in ogni suo ambito – fino all’etica sessuale – e si divertono a pontificare, nel tentativo di illuminare i loro connazionali moralmente arretrati. Quando un conservatore si trova a essere quasi solo, sperduto in un mare di progressisti, può andare facilmente fuori di testa. I pochi “dissidenti” di destra che frequentano le università elitarie si sentono come sotto assedio. Spesso sono, allo stesso tempo, degli allegri mattacchioni ma anche dei tipi irritabili, amareggiati e contestatori. Tendono a essere dei catastrofisti. Osservando quei paesaggi infernali (Hanover, New Hampshire; Princeton, New Jersey, e Claremont, California) si convincono che la civiltà occidentale sia in rovina. E, soprattutto, cercano una vendetta sociale su tutti coloro che non li condividono e li trattano con sufficienza.
Spesso, però, l’elemento determinante è un altro: molti di loro più che essere dei conservatori sono ostili alla Sinistra. E questo fa una grande differenza. Il loro obiettivo non è una riforma costruttiva di quelle istituzioni civili che i conservatori ritengono di cruciale importanza per qualsiasi società sana. Il loro obiettivo è l’abbattimento di qualsiasi istituzione che sia stata occupata dalla Sinistra. I conservatori credono in un cambiamento costante e graduale. I nichilisti credono invece in una cesura improvvisa e caotica. Il conservatorismo è nato in opposizione all’arrogante radicalismo della Rivoluzione francese. Mentre, di fatto, sono i sostenitori di Trump che sono come i rivoluzionari
francesi con il loro cappello rosso. Fanno le stesse rozze distinzioni tra il bene e il male che facevano quei rivoluzionari, manifestano lo stesso disprezzo per l’assetto esistente, sprofondano in modo analogo nel fanatismo e hanno la stessa tendenza a lasciare che la “rivoluzione” divori sé stessa. Si potrebbe dire che i progressisti se lo sono meritato. Nel momento in cui hanno iniziato a escludere le voci conservatrici e le voci della classe operaia dalle loro istituzioni, hanno innescato una ‘reazione negativa’. Ed ora eccoci qui. Perché il problema è questo: come scriveva Francis Scott Fitzgerald ne Il grande Gatsby, i ricchi sono sbadati. Rompono le cose. I membri dell’élite trumpiana sono convinti di avere nel mirino le élite istruite che lavorano per l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) e per gli Istituti nazionali di sanità (Nih), ma sapete chi pagherà davvero il prezzo di tutto questo? La donna namibiana che morirà di Aids perché il Pepfar (il Piano di emergenza del presidente degli Stati Uniti per l’Aids) è stato svuotato. Il bambino dell’Ohio che morirà di cancro perché la ricerca medica è stata rallentata.
A pagarne davvero il prezzo saranno i futuri cittadini d’America le cui vite saranno peggiori perché le istituzioni statali non funzioneranno più. Grazie al Doge di Musk che ha smantellato pezzi interi dell’amministrazione statale americana, licenziando in 24 ore migliaia di lavoratori costringendoli a lasciare i loro posti di lavoro con un preavviso di mezz’ora. Saranno infine le comunità di persone che fanno parte della classe operaia che continueranno a languire perché Trump ignora i loro problemi più gravi e si concentra invece su aspetti di minor conto relativi alle guerre culturali. Ecco l’essenza vera del trumpismo: non preoccuparsi minimamente del fatto che le persone sprovviste di un titolo universitario muoiano circa otto anni prima dei laureati o che centinaia di migliaia di africani possano di nuovo rischiare di morire di Aids, ma lasciarsi invece andare a parossistici attacchi di panico morale se viene ammesso a gareggiare nelle competizioni di nuoto femminile delle scuole superiori qualcuno che loro non avrebbero ammesso. Certo, i funzionari che costituiscono gli strati più alti della forza lavoro impiegata nelle strutture federali sono generalmente dei democratici cresciuti hai valori di uno Stato Federale con
una Costituzione liberale con valori progressisti o come diremmo noi di ‘centrosinistra’, come è lecito aspettarsi da persone altresì in possesso di titoli di studio di valore quando addirittura prestigiosi. Ma, allo stesso tempo, sono perlopiù dei patrioti apolitici che spesso lavoravano sessanta ore alla settimana per tenere i cittadini al sicuro, per salvare delle vite e per far funzionare l’America. Ma questo è un livello di complessità che i trumpiani sembrano incapaci di prendere in considerazione. Quella è gente che sarebbe capace di distruggere la tua casa perché non gli piace il cartello elettorale piantato nel tuo giardino… Infine, Trump vuole il caos in Europa.
Il Paese che 80 anni fa aveva ispirato l’ordine mondiale, e che di quell’ordine era stato il maggiore beneficiario, sembra volerlo smantellare. Alleanze, commercio, stato di diritto: tutto barcolla… Ed ora in Polonia, al contrario di quanto era avvenuto in Canada e in Romania, il candidato di Donald Trump ha avuto la meglio, contraddicendo i primi exit poll. Il populista polacco Karol Nawrocki era stato ricevuto nello Studio Ovale e pochi giorni fa la “ministra degli Interni” Usa Kristi Noem era venuta a sostenerlo con un comizio nell’aeroporto polacco di Jasionka, da dove partono molti degli aiuti militari all’Ucraina (e dal quale i soldati americani hanno peraltro annunciato di volersi ritirare). Arriva dunque il primo successo importante dell’offensiva su vasta scala per esportare i valori Maga in Europa. L’obiettivo era chiaramente indicato in quella sorta di manifesto ideologico Maga che è il Progetto 2025: “smantellare l’Unione europea”. Ora l’alleanza mondiale degli ultraconservatori raddoppierà gli sforzi e le ambizioni. Ma non sarà affatto facile esportare in Europa valori e principi che danneggiano gli europei, specie dopo aver scatenato una guerra commerciale.
Questa guerra, definita la più stupida della Storia, continua: ogni giorno nuovi dazi e poi pause, rinvii e rilanci. Siamo tutti sospesi, come del resto lo siamo anche nel grande gioco della geopolitica: l’annuncio di una tregua imminente o di un negoziato risolutivo e poi l’intenzione di lavarsene le mani. In attesa delle prossime breaking news. Cinquant’anni fa John Galbraith annunciava l’età dell’incertezza, oggi siamo entrati nell’età del caos. E l’origine del caos è proprio negli Stati Uniti. Non sembra ispirata da grandi principi strategici l’azione della Casa Bianca, al più si presenta con due caratteristiche costanti. La prima è la velocità. Per sorprendere, per governare l’agenda dei media. Ma anche per la consapevolezza di un tempo che potrebbe rivelarsi breve, di un’opportunità unica ma forse effimera di accumulare enormi vantaggi, anche personali. Seconda costante: il messaggio ai propri elettori. Trump si rivolge ai lavoratori delle acciaierie, alle aree deindustrializzate, agli americani che si considerano vittime dell’immigrazione senza controlli e perfino alle famiglie diffidenti verso le Università aperte al mondo. Parla alle cento versioni contemporanee dei “forgotten men”, la cui mobilitazione è decisiva in un Paese fortemente polarizzato. Il vortice degli ordini esecutivi e degli annunci non ha finora prodotto gli effetti sperati. Non su Gaza, dove Netanyahu non si ferma, provocando stragi quotidiane tra i civili palestinesi e danni senza precedenti per la credibilità di Israele. Non in Ucraina, dove la luna di miele con Putin non è durata oltre i 100 giorni e Trump oggi appare deluso, sempre più prigioniero della ragnatela tessuta del Presidente russo. Soprattutto l’età del caos sta indebolendo proprio l’economia americana che, dopo una crescita vicina al 3% nel 2023 e nel 2024, ora rallenta fortemente. Le grandi banche Usa prevedono addirittura tra il 30 e il 50% di probabilità di recessione.
L’inflazione appare molto più persistente che in Europa. E perfino il ruolo del dollaro come riserva sicura si va incrinando. Certo l’aumento dei dazi danneggerà l’economia europea, togliendo tra lo 0,2 e lo 0,7% di crescita (a seconda del loro livello finale) a un’economia che già cresce troppo poco, attorno all’1%. Ma secondo molte stime potrebbe portare un danno doppio alla crescita americana. Comunque vadano a finire le controversie giudiziarie — e in parte andranno a finire alla Corte suprema — la legalità dei dazi presidenziali è ormai messa in forte dubbio. Così come sono già svanite due delle idee forza esibite nei primi cento giorni di Trump.
L’idea che i dazi servissero per ridurre le tasse in America: le tasse sono state ridotte (ai ricchi) ma a debito, non grazie ai ricavi dei dazi. E l’idea di reindustrializzare l’America alzando i dazi: accadrà il contrario, visto che la cancellazione dell’Inflation Reduction Act, se confermata dal Senato, toglierà di mezzo lo strumento che aveva in effetti indotto alcune imprese europee a spostarsi negli Stati Uniti. In visita ai Paesi del Golfo Trump ha dichiarato: «Non verremo più a darvi lezioni su come dovete organizzare le vostre società». Giorni prima aveva rivendicato il principio napoleonico secondo cui chi difende il proprio Paese è al di sopra della legge. Ora il mondo non ha certo bisogno di lezioni dall’Occidente, ma ha un disperato bisogno di messaggi chiari in difesa della libertà e dello stato di diritto. Un’America che non crede più ai propri valori, e che addirittura ne promuove di opposti, ha perso la strada. Non sarà più grande, ma più sola. Il vuoto che l’Europa, abituata da decenni a guardarsi nello specchio dell’America, deve riempire è davvero enorme.
E per il governo italiano sarà sempre più difficile districarsi tra l’affinità ideologica con Trump e i nostri interessi nazionali…
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* Le “Leggi Jim Crow” furono una serie di leggi statali e locali negli Stati Uniti del Sud, promulgate tra il 1876 e il 1965, che stabilivano la segregazione razziale e legalizzavano la discriminazione contro gli afroamericani e altri gruppi non bianchi. Queste leggi, ispirate al principio “separati ma uguali”, stabilivano la separazione in scuole, luoghi pubblici, trasporti, bagni, ristoranti e altri settori della vita pubblica.
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