
Il leader cinque Stelle chiama in causa gli elettori, ma prima fissa il perimetro: stop alle armi, diplomazia e veti non negoziabili. Così la questione ucraina diventa lo strumento per mettere il Pd con le spalle al muro.
Conte trasforma la questione ucraina in una leva per stringere il campo largo: invoca le primarie, ma fissa già lo stop alle armi come paletto non negoziabile. La linea del Movimento 5 Stelle apre una frattura profonda con il Pd, indebolisce la credibilità dell’alternativa alla destra e piega la parola pace a una prova di forza politica. Giuseppe Conte sceglie PiazzAsiago per colpire il centrosinistra nel suo punto più fragile: l’Ucraina. Non apre un confronto: delimita il perimetro, pianta una bandierina e costringe gli alleati potenziali a inseguirlo sul terreno più scivoloso. Alla domanda se un eventuale governo progressista guidato da lui continuerebbe a inviare armi a Kiev, il leader del Movimento 5 Stelle evoca una “svolta negoziale”. Ma dietro la formula rassicurante il messaggio è netto: nessun nuovo pacchetto di sostegno militare. Così la politica estera diventa politica interna: Kiev serve a misurare i rapporti di forza con il Pd. Il punto politico sta nella formula scelta da Conte: «Scioglieremo la questione con le primarie. Lo faremo decidere agli italiani». Sembra un’apertura democratica. Ma subito arriva il limite: prima del voto andranno fissati «punti imprescindibili, non negoziabili». Tradotto: gli elettori potranno scegliere, purché dentro un perimetro già tracciato dal Movimento 5 Stelle. La contraddizione è evidente. Conte invoca la partecipazione, ma prepara il vincolo; parla di confronto, ma delimita in anticipo il risultato. Così le primarie smettono di essere uno spazio di sintesi e diventano uno strumento di pressione sul campo largo. La seconda contraddizione riguarda il merito. Conte riconosce l’Ucraina come Paese aggredito e promette che, se tornasse a Palazzo Chigi, chiamerebbe prima Zelensky per confermare il sostegno italiano e poi Putin per cercare una via diplomatica. Ma la domanda resta senza risposta: che cosa significa sostenere Kiev se si esclude lo strumento militare che finora le ha permesso di resistere? Il negoziato viene presentato come soluzione, ma non è chiaro con quale forza contrattuale l’Ucraina arriverebbe al tavolo se gli alleati cominciassero a sfilarsi. Qui la retorica pacifista mostra il suo punto debole: promette la pace, ma non spiega come impedire che sia il più forte a dettarne le condizioni. Da qui nasce la frattura con il Partito democratico. Non una sfumatura, ma una crepa strutturale. Il Pd ha costruito la propria collocazione europea e atlantica anche sulla continuità del sostegno all’Ucraina; il Movimento 5 Stelle, invece, spinge per fermare le armi e affidarsi alla diplomazia. La divergenza investe Kiev, la difesa comune europea, i rapporti con la Nato, la spesa militare e la credibilità internazionale di un’eventuale alternativa alla destra. Non è una normale differenza programmatica: è una prova di governo. E oggi il campo progressista non la supera. Lo stesso schema si ritrova sul riarmo europeo. Conte dice sì a una difesa comune dell’Unione, ma no al riarmo dei singoli Stati e a quella che definisce un’economia di guerra. Contesta gli impegni Nato sull’aumento della spesa militare, giudicandoli insostenibili per un Paese con sanità in affanno, salari deboli e disagio sociale. L’argomento intercetta un malessere reale, ma diventa una semplificazione pericolosa quando contrappone welfare e sicurezza, come se l’Europa potesse proteggere i cittadini rinunciando a proteggere la propria libertà. Formula efficace nei comizi, molto meno solida al governo.
Conte insiste sul fatto che l’appoggio all’Ucraina potrebbe continuare attraverso aiuti economici e sanzioni, ma senza sostegno militare. Qui il punto diventa ancora più netto: riconoscere l’aggressione e togliere all’aggredito lo strumento per difendersi significa costruire un messaggio politicamente zoppo. Non basta invocare una soluzione negoziale; bisogna spiegare come arrivarci senza indebolire Kiev al tavolo. Altrimenti il rischio è semplice: difendere l’Ucraina nelle formule e indebolirla nelle conseguenze. A rendere il quadro più pesante sono anche i dubbi sollevati da Conte sulla destinazione delle armi già inviate e sulla presenza di frange di estrema destra in Ucraina. Sono questioni che possono richiedere controlli e trasparenza. Ma in questo contesto producono un effetto politico preciso: spostano il sospetto dall’aggressore all’aggredito. È una torsione grave, perché trasforma la prudenza in diffidenza e la richiesta di pace in un argomento che finisce per indebolire chi subisce l’invasione. La questione investe direttamente la costruzione dell’alternativa alla destra. Conte chiede unità, ma sceglie il terreno più divisivo per misurare i rapporti di forza con il Pd. Dice di voler costruire una coalizione, ma introduce una condizione capace di farla saltare prima ancora che nasca. Invece di partire da un programma comune su Europa, Nato, difesa e sostegno a Kiev, porta i democratici davanti a un aut aut: accettare la sua linea o intestarsi la rottura. È una mossa che non allarga l’alleanza. La avvelena. Dal Nazareno la replica prova a rimettere ordine nel metodo. Igor Taruffi ricorda che il campo progressista deve concentrarsi prima sulla stesura di un programma condiviso e solo dopo sulle primarie di coalizione. È una risposta di metodo, ma il significato politico è più profondo: il Pd non vuole che il programma diventi un accessorio del leader vincitore. Cedere ora significherebbe accettare che ogni passaggio decisivo venga trasformato in un nuovo braccio di ferro con il partner più mobile e meno affidabile. Qui emerge la leadership personale di Conte. Le primarie non sembrano servire a costruire una sintesi, ma a blindare una premiership rivendicata prima ancora che l’alleanza esista davvero. Il rischio è che il voto dei gazebo diventi lo strumento per costringere il Pd ad accettare la guida del partner più divisivo. Una coalizione, però, non nasce con il partito maggiore ridotto a sostegno silenzioso e il partner più instabile autorizzato a dettare linea, metodo, veti e leadership. Non è costruzione di un’alternativa: è appropriazione politica di uno spazio che dovrebbe essere comune.
Le reazioni confermano che lo strappo non è più una normale lite di coalizione. Nel Pd la mossa di Conte viene letta come il tentativo di trascinare l’intero centrosinistra su una linea più ambigua e meno compatibile con la collocazione europea dei democratici. L’area riformista parla apertamente di ultimatum e chiede di fissare un discrimine netto sull’Ucraina, sulla sicurezza europea e sulle pretese di Putin. Al centro e a destra, intanto, la manovra diventa un regalo politico: l’opposizione appare confusa, ricattabile e inadatta a guidare il Paese nelle crisi internazionali. Le conseguenze sono pesanti. La frattura sull’Ucraina non è un dettaglio di politica estera: è una mina sotto l’intera architettura del campo progressista. Se l’alleanza nasce già con un veto preventivo su Kiev, il resto del programma diventa contorno. Lavoro, sanità, salario minimo, fisco, scuola, transizione ecologica e diritti civili finiscono in secondo piano davanti alla contraddizione principale: voler battere la destra senza una linea comune sulla sicurezza europea. Il Pd viene messo davanti a una scelta brutale: difendere la propria collocazione europeista e atlantica oppure inseguire Conte in una zona grigia di ambiguità, tatticismo e calcolo elettorale. Per gli elettori progressisti il messaggio è devastante: l’alternativa appare fragile, litigiosa e ostaggio dei veti. Alla maggioranza basta aspettare che l’opposizione si consumi da sola. La chiusura politica è fin troppo evidente. Conte dice di voler costruire l’alternativa, ma la rende meno credibile. Dice di voler battere Meloni, ma le offre il quadro più favorevole: un fronte diviso, ricattabile, prigioniero dei propri veti e incapace di una linea comune sulle questioni decisive. Alla destra non serve forzare il colpo; le basta indicare l’opposizione che si lacera da sola. Non si prepara il governo. Si prepara la sconfitta.
Maurizio Dal Santo
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