Politica: Quando il capitalismo americano significava uguaglianza. Così la sinistra senza base popolare, si è piegata alle regole del capitalismo peggiore… Altro che popolo in rivolta, il pericolo per la democrazia sono le élite multimiliardarie. Così le sparate di Trump e Musk rischiano di travolgere Meloni…

Parte prima…

Non c’è niente, in realtà, di veramente nuovo nell’attuale conflitto dei pochi contro i molti, in questa «guerra di classe» che «hanno vinto i ricchi», come ebbe a dire il miliardario Warren Buffett all’indomani della crisi economico-finanziaria del 2008. Non c’è nemmeno niente di davvero inaspettato, almeno per chi ha saputo vedere l’ampliarsi della frattura tra l’alto e il basso, tra il mondo di sopra e il mondo di sotto, prodotta dall’estrema concentrazione di ricchezza che le politiche economiche e fiscali inaugurate negli anni Ottanta del secolo scorso hanno reso possibile. A fare la differenza rispetto al recente passato non sono nemmeno gli aggettivi oggi spesso associati alla parola oligarchia: «Tecnica», «tecnologica», «tecnocratica». Perché non è la qualità del potere delle nuove super élite a minacciare la democrazia, è la quantità: il livello raggiunto dalla ricchezza economica privata. È l’esistenza di patrimoni privati di dimensioni paragonabili o superiori al Pil di un paese a economia avanzata, che i detentori – in quella che a tutti gli effetti appare come una fase nuova dello stesso capitalismo – si mostrano intenzionati a impiegare a fini diretti di governo della vita pubblica. Rendendo piuttosto pertinente l’aggettivo «plutocratica», associato a oligarchia. Siamo passati da uno Stato New Deal relativamente egualitario all’apparato aziendale diseguale e concentrato di oggi. Questo cambiamento è stato accompagnato da un cambiamento parallelo nel modo in cui gli americani pensano a sé stessi come attori economici e politici. L’autoconsapevolezza che l’uguaglianza economica tra i cittadini fosse fondativa dell’esperimento americano ha rappresentato una tendenza di lunga data per l’America. Come è stato possibile spostare la concezione individuale da questa idea a quella odierna per cui la diseguaglianza radicale è caratteristica innata del capitalismo americano? Il capitalismo americano ha sempre significato uguaglianza e sicurezza economica. Oggi, questa osservazione suscita risate. Ma è vero. Gli americani credevano che l’uguaglianza economica fosse fondamentale per il loro sistema politico. Quell’America, almeno per chi era considerato cittadino, portava con sé una promessa di una approssimativa uguaglianza. Cosa è successo dopo? Nel 2008 l’America ha affrontato una crisi finanziaria che ha definito il modo in cui gli americani considerano il proprio sistema economico. Come ha osservato l’ex funzionario di Bill Clinton, Reed Hundt, il presidente Barack Obama e i suoi consiglieri hanno perso l’opportunità di riordinare le priorità sociali. Pur operando in buona fede, hanno finito per abbracciare un quadro politico-economico che spostava la ricchezza e il potere più in alto. In breve, negli anni Trenta i New Dealer hanno smembrato le banche e hanno riformato l’economia. Nel 2008 non è stato fatto. La conclusione, dopo aver guardato il modo in cui i New Dealer concepivano il mondo, rispetto a come lo concepivano i democratici attorno a Obama, è che il significato del capitalismo americano è cambiato. Siamo passati da uno stato uscito dal New Deal relativamente egualitario all’apparato aziendale diseguale e concentrato di oggi. Per trovare la disuguaglianza, come scriveva il membro del Congresso Emanuel Celler nella sua biografia nel 1953, bisognava viaggiare in Europa, dove tra le ex aristocrazie e i regni impoveriti si potevano osservare «la ricchezza concentrata nelle mani di pochi e la cupa fatica quotidiana della maggioranza delle persone per il pane». Questo passaggio di Celler ricorda le prime righe della grande discussione di Alexis de Tocqueville sulla democrazia americana negli anni Trenta dell’Ottocento, quando, scriveva, «nulla mi ha colpito con maggior forza della generale uguaglianza delle condizioni». L’uguaglianza economica non era di certo l’unico pilastro dell’autopercezione americana. Anche le divisioni razziali e di genere e le strutture tiranniche erano elementi fondativi dell’esperimento americano. I dibattiti sull’identità culturale però erano spesso orientati intorno a chi potesse essere cittadino. La cittadinanza, una volta ottenuta, includeva una serie di diritti politici ed economici. John Adams secondo Presidente USA un secolo e anche più prima scrisse: «La proprietà monopolizzata o nelle mani di pochi è una maledizione per l’umanità. Non dovremmo preservare un’uguaglianza assoluta, questo non è necessario, ma dovremmo preservare tutti dall’estrema povertà, e anche dai ricchi stravaganti». L’idea dei mercati americani come forza che genera uguaglianza e si oppone all’aristocrazia rappresentava quindi una lunga tradizione. L’uguaglianza non necessariamente riguardava i redditi, ma i diritti nel mercato. Com’è cambiato così radicalmente questo atteggiamento? Come si sia spostata la concezione individuale dall’idea che l’America fosse un esperimento di egualitarismo economico per i cittadini all’idea generale oggi dominante che la diseguaglianza radicale sia una caratteristica innata del capitalismo americano? Questo cambiamento del capitalismo americano viene fatto risalire principalmente a tre uomini. I primi due sono considerati di sinistra: John Kenneth Galbraith, un grande economista, e Richard Hofstadter, un grande storico. Galbraith, un coraggioso oppositore della guerra in Vietnam, ha scritto un best-seller dopo l’altro e coniò il famoso termine «conventional wisdom», la saggezza popolare. Hofstadter scrisse una nuova versione della storia in cui cancellò le precedenti famose lotte al potere di monopolio e al capitale finanziario. Hofstadter si spinse fino a deridere l’idea che ci fossero delle reali divergenze ideologiche tra Herbert Hoover e Franklin Delano Roosevelt. Hofstadter aveva una diversa visione di giustizia sociale, che sostituiva la lotta per l’uguaglianza economica e la lotta contro l’aristocrazia sotto forma di monopolio e di concentrazione finanziaria. Il terzo uomo era Aaron Director, che ha creato l’approccio law and economics all’Università di Chicago fine di istituzionalizzare le teorie pro-concentrazione a destra. Director non ha lasciato quasi niente di scritto, fu però un brillante professore e stratega e silenziosamente convertì gli altri al suo modo di pensare. Più di chiunque altro Director ha distolto anche i conservatori dal loro tradizionale scetticismo per le concentrazioni di potere e li ha spinti ad abbracciare pienamente il monopolio. Director contribuì a far cambiare idea a persone come Milton Friedman, George Stigler, Robert Bork, John McGee, Richard Posner, eccetera. Negli anni Sessanta le menti dell’enorme generazione del baby boom si sono formate direttamente o indirettamente su Hofstadter, Galbraith e Director. Nel decennio successivo è avvenuto il passaggio dal concetto di giustizia del New Deal a questa struttura neoliberista. Fred Dutton, un politico che contribuì a riorganizzare il Partito democratico dopo la Convention del 1968, suggeriva in un suo scritto di eliminare la classe operaia bianca dalla coalizione democratica. Dutton scriveva che «l’equilibrio del potere politico era passato dall’economico allo psicologico in una certa misura, dallo stomaco e dal portafoglio alla psiche, e forse prima o poi all’anima». Nel 1975 una generazione formata su queste idee è arrivata al Partito democratico. Era la generazione di Bill Clinton, i cosiddetti Watergate Babies. Nel 1978 la versione Repubblicana dei Watergate Babies è entrata in carica come New Right, nuova destra, (un gruppo che comprendeva un giovane Newt Gingrich). Dal 1975 fino agli inizi degli anni Ottanta, queste fazioni nuove e sempre più dominanti di entrambi i partiti hanno ristrutturato la politica attorno all’idea che il potere finanziario concentrato – il potere di monopolio – fosse per lo più inevitabile ed efficiente. Jimmy Carter (recentemente scomparso all’età di cento anni) ha cambiato le regole della finanza, degli autotrasporti, delle compagnie aeree e delle telecomunicazioni, permettendo che un capitale privato concentrato regolasse queste sfere dell’economia invece delle istituzioni democratiche. Ronald Reagan ha proseguito questa tendenza che è diventata nota come deregulation, la deregolamentazione. Reagan ha anche eliminato l’applicazione dei limiti antitrust. I democratici hanno notato i tagli del governo e gli attacchi ai sindacati, ma in gran parte si sono persi il cambiamento relativo all’antitrust. Addio al mercato aperto. Nel 1993 sembrava che questo cambio strutturale fosse ancora reversibile. Bill Clinton, un democratico, diventava Presidente e insieme con lui un Congresso democratico. In realtà questo fu il momento in cui il nuovo quadro intellettuale delineato da Hofstadter, Galbraith e Director si consolidò maggiormente. Clinton era un Watergate Baby e organizzò il governo per portare a livello globale la rivoluzione dell’economia politica che Reagan aveva contribuito a organizzare a livello nazionale. L’era Clinton parve a molti un successo, con aumenti salariali e la rivoluzione del personal computer e di internet. E con show come la serie televisiva West Wing, e politici che portavano il modello clintoniano nel mondo come Tony Blair, la visione che Clinton promuoveva determinò il modo in cui la maggior parte degli americani e il centro sinistra a livello globale vedevano la politica. Le domande sull’organizzazione del sistema produttivo non avevano più importanza, sono state ridotte a debole eco che limitava il dibattito di politica economica a qualche aumento dei salari minimi, ma la politica smise di occuparsi del potere (e dello strapotere) delle aziende. Nel 1953 gli americani davano per scontata l’uguaglianza delle condizioni economiche. Vedevano i mercati come uno strumento per dare a tutti le stesse opportunità e i monopoli e le agglomerazioni finanziarie come potenziali minacce all’egualitarismo del capitalismo americano. Ma nel 2009, dopo la crisi finanziaria, i loro e i nostri (in Europa) leader non erano più in grado di distinguere tra un mercato aperto sano e un potere finanziario concentrato e pensavano che il capitalismo americano implicasse una disuguaglianza radicale. Quell’anno a Barack Obama fu chiesto perché lo stato non avesse nazionalizzato le banche e non le avesse ristrutturate, come aveva fatto la Svezia all’inizio degli anni Novanta quando aveva attraversato una simile crisi bancaria. La Svezia aveva basato il suo modello di risoluzione bancaria su ciò che Roosevelt aveva fatto negli anni Trenta. Quando a Obama è stata posta questa domanda si parlava dell’idea delle banche Too Big to Fail, troppo grandi per fallire: uno slogan popolare che riportava per la prima volta la questione della concentrazione di potere al centro del dibattito, argomenti che non si sentivano più dal celebre libro. Con i soldi degli altri di Luis Brandeis, giudice della Corte suprema morto suicida nel 1941. Obama rispose che il piano della Svezia era una buona idea, per la Svezia: «un piccolo paese con un numero esiguo di banche». L’America è molto più grande. Inoltre, ha aggiunto: «In questo paese abbiamo anche tradizioni diverse». E veniamo all’oggi. Di nuovo c’è la più diffusa consapevolezza che la minaccia ai sistemi democratici non viene dal tanto temuto «popolo», pieno di rabbia, in rivolta contro le élite, ma dalle élite. Dalle élite economico-finanziarie in rivolta contro i vincoli del vivere associato, e dal loro strapotere. Nel discorso di addio che segna la fine del suo mandato presidenziale, Joe Biden ha evocato l’avanzare di «un’oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza» che minaccia «la nostra intera democrazia». Un governo dei pochi, impersonato dal connubio tra Elon Musk e Donald Trump, e sostenuto dai principali attori del capitalismo tecnologico americano, sembra annunciarsi al di sopra e contro il governo dei molti, del «popolo». Opporsi al potere dei pochi, oggi come in passato, è per Biden la via maestra da percorrere per proteggere la democrazia. Senz’altro, è l’unica via. Ma come opporsi allo strapotere di élite multimiliardarie cui decenni di cedimento culturale (anche da sinistra) al neoliberalismo hanno permesso di crescere indisturbate? Le élite che operano come attori al confine tra il privato e il pubblico, che si sostituiscono allo Stato in compiti essenziali, che rimpiazzano – nel migliore dei casi – il welfare con la filantropia. E che per questo, come sostiene Paola Arrigoni nel suo Élite, filantropia e trasformazioni dello Stato (il Mulino, 2024), richiedono nuova attenzione, uno sforzo di comprensione direi almeno pari a quello dedicato, negli ultimi decenni, al «popolo» del populismo. Il populismo, inteso come stile politico dei nuovi leader di destra, ha avuto e ha un ruolo chiave nel consentire l’impresa pubblica di personaggi come Elon Musk. Gli eccessi verbali di Musk non esisterebbero senza quelli politici di Trump, senza la sua pretesa e capacità di flettere fino a rompere i limiti dell’ordine democratico-liberale. Ma il nuovo Trump non esisterebbe, forse, senza l’attuale ruolo svolto dalle élite plutocratiche, a cui è unito, del resto, al di là di possibili divergenze di visione su singole policy, da elementi di profonda affinità culturale e ideologica. Questi elementi includono la legittimazione pubblica di ricchezze clamorose, l’irresponsabilità politica, il privilegio accordato al privato sul pubblico, l’efficientismo come ideologia di governo, la visione della tecnologia come strumento di potere e controllo nelle mani dei «pochi», anziché come veicolo di partecipazione e libertà per i «molti». Anche il «transumanismo apocalittico» che Rosi Braidotti ravvede nei sogni spaziali di Elon Musk (Postumano, DeriveApprodi 2023) appare perfettamente coerente con la rivolta trumpiana contro la transizione ecologica intesa a salvare il nostro pianeta. n questo primo quarto del nuovo millennio sembra inverarsi così l’ “utopia” neoliberale di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, il sogno di un pieno dispiegamento delle pulsioni acquisitive degli individui e dell’impresa privata. Ma questo sogno, nel suo farsi realtà, manifesta l’intima tendenza a divorare la cosa pubblica, cancellando il confine stesso tra pubblico e privato, e a ridurre la democrazia stessa a un guscio elettorale vuoto…

(continua)

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