Politica: Questione Morale. È cosa certa ormai, siamo Cittadini senza politica e la Politica è senza cittadini. Democrazia progressiva. Non è una questione tecnica se la politica diventa solo un rumore di fondo…

Prima parte…

Il crescente distacco tra cittadini e istituzioni che si registra nella maggior parte delle democrazie contemporanee non è ascrivibile solo a qualunquismo, disinteresse o protesta, più o meno consapevole, nei confronti di una classe politica inadeguata e corrotta. È indice di qualcosa di più grave: una radicale perdita di fiducia nella democrazia come veicolo di cambiamento ed emancipazione sociale, che oggi interessa in particolare i più poveri e i più svantaggiati. Il dibattito sui partiti politici in Italia ha spesso incrociato l’ambito della cosiddetta “questione morale”, e la politica è stata sovente additata come una sorta di mercato nero frequentato da gangster. La novità, in questi ultimi tempi, rispetto ai tempi in cui Berlinguer ne scrisse, è che la “questione morale” è divenuta una sorta di “questione tecnica”. L’accusa che adesso si rivolge ai politici è quella di essere incompetenti e di essere solo capaci a “litigare”. A essi si oppongono i “tecnici”, i migliori, i competenti, quasi sempre economisti, capaci invece di trovare “la” soluzione ai problemi, quella davvero efficace, l’unica possibile. Una soluzione frutto di scienza, che ridicolizza le opinioni politiche capaci solo di azzuffarsi, anzi di creare soltanto una sorta di “rumore di fondo” (così lo ha definito Tommaso Ciriaco in un suo articolo su ‘Repubblica’) buono soltanto a disturbare il lavoro dei manovratori, a cui abbiamo affidato speranzosi la diligenza italiana dopo averla sottratta a un altro conducente colpevole di aver perso la sua maggioranza politica… Il confronto tra tecnica e politica sembrava deciso ormai a tutto vantaggio della prima. Ricordate il Governo Draghi? Se patiamo quindi una sconfitta, non è tanto politica, alla quale come sé visto c’è sempre rimedio, prima o poi la politica si vendica e ristabilisce la sua gerarchia, che la vede prima rispetto a tutto il resto, quanto culturale. Anche la Sinistra alla fine sé data convinta che i “migliori” sono “migliori” dei “peggiori”, che i politici litigano e che una persona sola al comando (purché brava e vincente) possa fare di più e meglio delle istituzioni politiche intese nella loro complesso articolazione democratica. La politica da ladra è diventata, insomma, una palla al piede, un freno allo sviluppo. E con essa i partiti, che della politica sono la “nervatura”, e così della vita civile. I partiti, nel tempo, sono diventati prima leggeri, aziendali, personali, filiformi, mediatici, e poi, nell’opinione pubblica, direttamente inutili, anzi dannosi all’interesse del Paese. Il potere scema verso il dirupo delle corporazioni e dei territori. La cosa pazzesca è che i partiti qui sono i carnefici di sé stessi, così come la politica, perché accettano supinamente questo loro destino scritto dagli avversari. Si adeguano allo spirito del tempo, anzi: pensano addirittura scioccamente di poterlo cavalcare: perché lasciare la tecnica ai tecnici? Già, perché? In qualche modo il Covid aveva accelerato questo processo, quest’idea che la scienza possa (debba, anzi) “prendere il potere”, che la tecnica soltanto possa “risolvere” il nostro destino e salvare le nostre vite, che la politica debba fare largo al Migliore, che le procedure, i controlli, le regole (cioè la “burocrazia”) impediscano lo sviluppo, che le imprese debbano essere liberate da lacci e lacciuoli, che tutto debba allisciarsi, senza nemmeno un po’ di “rugosità” democratica, senza nulla, solo soldi pubblici che scorrano diritti verso l’economia oppure, viceversa, che non scorrano verso il fisco. E lo Stato, fino a ieri un vero accollo, oggi è invece diventato il “pagatore” che mancava, quello che distribuisce risorse, bonus, ecobonus, superbonus, meglio se direttamente alle imprese, con un solo “click” come si dice al tempo del “dare” che non è il tempo del “prendere”. Facendo bene attenzione a non ri-statalizzare, a non illudersi che la sanità pubblica possa diventare ancora più centrale nel sistema della cura, per fare un esempio… Stiamo assistendo all’ultimo atto di una tragedia pubblica che viene da lontano. Dove la politica ha dapprima assunto la forma della zavorra e poi è stata messa da parte, per non disturbare quelli bravi. E la politica è valutazione, scelta, indirizzo, confronto/scontro di opinioni, rappresentanza, direzione, coagulo della società civile, partecipazione organizzata, mica uno scherzo. Senza di essa tutto si impoverisce e si semplifica in senso deteriore. Tutto fa cortocircuito. Talché il Covid era diventato solo una questione di coprifuoco, di vacanze e di apericene. E le persone soltanto bancomat per rilanciare il consumo. E le imprese i terminali di ingenti risorse in debito che qualcuno dovrà poi ripagare (i soliti noti, senza dubbio). E il fisco il campo dei miracoli di elusori ed evasori. E la P.A. solo spreco e burocrazia. E le riforme l’oggetto magico delle narrazioni propinate, magico perché sono una parola di cui nessuno conosce il contenuto (anche perché l’informazione alza una cortina fumogena di notiziole a sua protezione). Come dice la Repubblica: “non saranno i partiti a ridisegnare il fisco”. Anzi, i partiti fanno solo tanto rumore per nulla. Si limitino a mimare il dibattito pubblico. Anzi, facciano comunicazione sui social, in tv, lanciando ideone. Ma lascino lavorare i solutori di problemi, i migliori, quelli che ci salveranno. Alla fine, però la Politica si è riassunta l’onere – meglio, l’onore – di rimettere in ordine almeno il senso della Costituzione Repubblicana e ridare una prospettiva a questo paese che non può passare per una surroga, silente e carsica, della Costituzione stessa. E si incarichi, una volta per tutte, di affermare, avendone titolo e con perentorietà, che siamo abbastanza stanchi di queste “novità” propinateci da almeno un trentennio, che hanno generato solo disastri, economici e sociali, ripagati sempre dai soliti noti al fisco (che non sono quasi mai tecnici e men che meno potenti). Ci ridiano comportamenti e politiche che sanno di stantio, che sappiano di vecchio: ma che rispettano il voto democraticamente espresso e ben oltre ogni altro principio democratico: uno a caso la suddivisione dei poteri, e di eguaglianza di fronte alla legge dei diritti e dei doveri sia della politica (di chi la fa) sia e dei cittadini. “Cittadini senza politica” è un’espressione volutamente paradossale. Si tratta, a tutti gli effetti, di un ossimoro: una formula contradditoria, come sarebbe “genitori senza figli”. La nozione classica di cittadinanza, da Aristotele in poi, è infatti inestricabilmente legata alla dimensione politica. “Cittadino” è chi contribuisce in modo attivo al processo di elaborazione delle decisioni collettive. Con le parole di Rousseau, è chi «partecipa dell’autorità sovrana», laddove il suddito si limita a essere «sottoposto alle leggi dello Stato». E tuttavia, oggi la nozione di cittadinanza sembra aver perso qualsiasi connotazione politica, qualsiasi riferimento alla dimensione dell’impegno e della partecipazione. Tanto che, nella percezione dei più, il contrario della parola cittadino non è più «suddito», ma «straniero». Capita, partecipando a dibattiti sullo ius soli, di scoprire che l’esclusione degli immigrati lungo-residenti dai diritti politici non viene percepita come qualcosa di particolarmente grave, se “compensata” dal riconoscimento dei diritti civili e sociali. Riflettere sugli slittamenti di significato delle parole è interessante perché rappresenta una spia delle trasformazioni del senso comune, e di ciò che esso riflette. La realtà la conosciamo bene e non c’è bisogno di molte parole per raccontarla. È fatta di generale stanchezza, se non di disgusto e vera e propria allergia, nei confronti della politica. Sentimenti diffusi, che si riflettono nelle cifre che siamo abituati a leggere periodicamente sui giornali: non solo quelle sull’astensionismo nelle ultime votazioni in Italia ha interessato più del 50% degli aventi diritto, ma quelle – per certi versi ancora più allarmanti – del declino dell’adesione a partiti e sindacati e della sfiducia generalizzata nei confronti dei “politici” e delle stesse istituzioni democratiche. Perché questa indifferenza, questo disamoramento profondo, che si registra non solo in Italia, ma segue una tendenza consolidata in tutte le democrazie occidentali? Si tratta sicuramente di un fenomeno complesso, spiegabile con il concorso di molte cause. Una prima possibile ipotesi di spiegazione rimanda all’intuizione di Benjamin Constant sul valore della libertà politica in diversi contesti storici e sociali. Di fronte agli allettamenti della società del benessere, alle inedite possibilità di vendere, comprare, svagarsi, “realizzarsi” nella sfera privata – per quanto illusorie esse si rivelino – l’esercizio dei diritti politici perde molte delle sue attrattive. Manca il tempo e manca l’interesse per ciò che sembra non incidere più di tanto sulla propria esistenza personale. E si finisce col vivere, e col percepirsi, più come consumatori che come cittadini. Sembra dunque essersi avverata la profezia di Constant: tra la «partecipazione e attiva e costante al potere collettivo» e il «godimento pacifico dell’indipendenza privata», noi – i “moderni” – abbiamo compiuto la nostra scelta. Debitamente aggiornata e riformulata, questa tesi ritorna in alcune teorie, in voga soprattutto negli anni Settanta, che giudicavano positivamente l’apatia politica, come sintomo di soddisfazione – non di protesta – nei confronti della politica. Una lettura nella quale non si può escludere che ci sia qualcosa di vero. Ma che non tiene conto del fatto, incontrovertibile, che il profilo tipico di chi oggi diserta le urne non è propriamente quello di un soggetto “soddisfatto” … Indagini svolte in diversi Paesi concordano nel rilevare che il fenomeno della fuga dalla politica riguarda oggi in primo luogo i ceti meno abbienti e meno garantiti. Disoccupati, precari, marginali, poveri e impoveriti rappresentano il grosso dell’esercito del non-voto e della non-partecipazione. In Italia, ma anche in Germania, Francia, Stati Uniti (dove persistono barriere giuridiche all’iscrizione dei meno abbienti ai registri elettorali). Lo scarso interesse dei poveri per la politica riflette lo scarso interesse della politica per i poveri. Con le parole di Wolfang Streeck, la politica sembra essere diventata un «gioco di intrattenimento per la classe media» (o medio-alta, dato lo scivolamento verso il basso del ceto medio colpito dalla crisi). Un gioco che non appassiona, e non coinvolge, chi ha perso qualsiasi speranza nella possibilità di una soluzione collettiva ai propri problemi. Veniamo allora alla seconda parte del titolo di questa mio post (“politica senza cittadini”), che allude al fatto che il distacco tra politica e cittadini si è realizzato in questi anni nelle due direzioni. Se per un verso sempre più cittadini si sono allontanati dalla politica, per altro verso è la politica stessa ad essersi ritratta e sottratta allo sguardo e alla “presa” delle persone comuni. A rendere bene questo doppio movimento può aiutarci, ancora una volta, un classico del pensiero politico, Alexis de Tocqueville. Riflettendo sullo svuotamento delle istituzioni democratiche locali nel corso del diciottesimo secolo, in Francia, egli così si esprimeva: «Il popolo, che non si lascia ingannare tanto facilmente quanto si crede dalle vuote apparenze di libertà, si astiene allora dovunque dall’interessarsi agli affari del comune e vive tra le sue mura come uno straniero. Inutilmente i magistrati tentano di tanto in tanto di ridestare in lui quel patriottismo municipale che ha compiuto prodigi nel Medio Evo; il popolo resta sordo, i maggiori interessi della città non sembrano commuoverlo. Si vorrebbe che andasse a votare, là dove si è creduto necessario conservare la vana immagine di un’elezione libera, ma il popolo si ostina ad astenersene». Non è la prima volta che il capitalismo mette in crisi la democrazia. Un secolo fa, gli effetti della rapida industrializzazione a spese di individui e comunità hanno alimentato fascismo e nazismo nonché comunismo in Europa. Oggi la situazione non appare tanto diversa: al restringimento – se non allo svuotamento – degli spazi di discussione e decisione democratica fanno da contraltare sporadici tentativi di un’élite sempre più screditata di riconquistare i cuori, le menti (e il voto) dei cittadini. Partiti che da anni non celebrano un congresso degno di questo nome (con una discussione vera sulla linea politica, che coinvolga gli iscritti o i loro delegati), celebrano “primarie” dall’esito scontato, cui gli elettori reagiscono stancamente. Istituzioni locali sempre meno rappresentative – complici leggi elettorali distorsive e riforme di ispirazione presidenzialista – fanno a gara per inventarsi nuove forme di coinvolgimento dei cittadini: dai referendum agli esperimenti di “democrazia deliberativa”, alle piattaforme on-line. Scontrandosi con un diffuso senso di scetticismo e di disillusione. Se si aggiungono i continui episodi di corruzione e di malgoverno che coinvolgono il ceto politico, non stupisce che alla disillusione dei poveri si sommi il boicottaggio consapevole degli indignati. L’impressionante 63% per cento di astenuti alle elezioni regionali del 2014 in Emilia-Romagna, “regione rossa” per eccellenza, dice qualcosa in proposito? Ciò cui ci troviamo di fronte è dunque ben più grave di una passeggera manifestazione di stanchezza democratica. È il segnale di una crisi che colpisce il cuore stesso della democrazia, che sembra non essere più riconosciuta come un veicolo di cambiamento e di emancipazione sociale. È su questo aspetto che dovremmo ora concentrarci. In un testo degli anni Ottanta, Norberto Bobbio si riferiva alla nascita dello Stato liberale e democratico come a «un processo di “costituzionalizzazione” del diritto di resistenza e di rivoluzione». Se lo Stato liberale rende superfluo l’esercizio del diritto di resistenza contro i sovrani che abusano del loro potere, lo Stato democratico consente di archiviare la rivoluzione come strumento per realizzare un progetto di società “altra”. Il suffragio universale apre ai ceti subalterni, e ai partiti che li rappresentano, la possibilità di conquistare il potere con mezzi pacifici. Una trasformazione radicale della società (con il linguaggio di Bobbio, la rivoluzione come «mutamento») diventa raggiungibile senza il bisogno di una rottura violenta della legalità…
(continua)

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