Politica: tre anni dopo, l’alternativa al governo Meloni ancora purtroppo non c’è. L’opposizione a questa destra non esiste, o è divisa, e quando si fa vedere fa venire i brividi…

Nelle nostre discussioni ci raccontiamo ogni giorno della fragilità dei tempi che viviamo, in cui il confine tra guerra e pace è sempre più incerto… di come i populismi e i nazionalismi alimentano divisioni e disordine, come le autocrazie restringono le libertà e cercano di imporre nuove sfere di influenza. E lo fanno contro la forza della legge, contro il diritto internazionale, all’insegna della legge del più forte… E possiamo cominciare dal Buon Compleanno Giorgia! Meloni tre anni a Palazzo Chigi e nonostante tutto quel che accade, può star tranquilla, che l’alternativa ancora purtroppo non c’è. Non sono un fan di Giorgia Meloni e del suo governo di destra, che ha appena superato in scioltezza la prestigiosa boa dei tre anni in carica. Meloni può e deve essere criticata per mille cose, a cominciare dalla sua mancanza di tono istituzionale quando affronta le questioni di politica interna, ma bisogna prender atto che tutto sommato il suo governo alla fine è meno peggio delle aspettative, che in verità erano pessime. Chi dice che Meloni ha fatto poco o niente sbaglia a lamentarsene, dovrebbe piuttosto festeggiare che la Presidente del Consiglio non sia riuscita a fare praticamente niente, a parte qualche ammuina propagandistica. Non ha ancora cambiato la forma di governo, ed è una cosa buona, da rallegrarsene e tirare un sospiro di sollievo, né ha fatto altre riforme rilevanti. Quella sulla giustizia è pressoché inutile e persino Ignazio La Russa Presidente del Senato, si chiede: “se il gioco valeva la candela”. Meloni ha tirato a campare e a campare bene, facilitata dalle difficoltà politiche e propositive dell’opposizione, le va riconosciuto di averlo fatto tenendo i conti pubblici a posto, che non era affatto scontato. Non è riuscita a far correre l’Italia, vero, ma perlomeno ha dato al Paese l’impressione di stare in piedi e poter camminare, lentamente, al contrario ad esempio dei vicini francesi che seppur blasonati, mostrano assai più difficoltà di noi. Inoltre, Meloni ha tenuto la barra dritta sull’Ucraina e sull’imperialismo della Russia, malgrado fino a poco tempo prima delle elezioni di settembre 2022 il boss del Cremlino fosse un suo punto di riferimento ideologico, quasi quanto per Matteo Salvini. Eppure, una volta a Palazzo Chigi, Meloni si è messa al fianco del presidente democratico Joe Biden e del popolo ucraino. Nonostante qualche sbandamento cominciato quando Donald Trump ha vinto le elezioni americane del 2024, motivato dal tentativo di intercettare il cambio d’umore americano, Meloni ha comunque tenuto il punto più di quanto potessimo sperare, fino probabilmente a rendersi conto, con una certa lentezza, che da Trump non avrebbe ricevuto nessuna indulgenza né sulle spese militari né sui dazi commerciali, costringendola a una virata per rientrare nel fronte dei volenterosi europei che aveva deciso di boicottare. Meloni ha tenuto a bada Salvini e le sue politiche pro Vladimir Putin probabilmente più di quanto sarebbe riuscita a fare Elly Schlein se fosse stata a Palazzo Chigi con un Giuseppe Conte e qualche irriducibile reduce ottuagenario del sovietismo italiano ancora in vita tra le file del Pd… Probabilmente, un eventuale governo Schlein, o Conte, purtroppo al momento sarebbe più problematico sul piano internazionale di quello guidato da Meloni, certamente sull’Ucraina e sulla difesa comune europea, e chissà su cos’altro. Questo fa di me uno scettico che l’alternativa del campo largo sia quella in grado di vincere le elezioni e prendere il posto di questo governo che non solo nominalmente è il più di destra della storia repubblicana. In altre parole, alla pseudo coalizione di centrosinistra i numeri rischiano di non bastare nemmeno con una più solida gamba centrista, visto l’aumento costante dell’astensionismo dalle urne. Ma, nel frattempo a controprova dell’inadeguatezza dell’opposizione c’è di più. Un esempio: la totale indifferenza dei partiti della minoranza di fronte alla grande operazione finanziaria orchestrata a Palazzo Chigi per dotarsi non di una ma ben di due banche, e di affidarle a un potente immobiliarista d’area, che prima o poi però farà capire a Palazzo Chigi che l’area è la sua, quella personale, mica quella del governo. Proprio per questo c’è la speranza che prima o poi qualcuno a Palazzo Chigi si svegli e fermi in tempo l’ingordigia politico-romana, in modo da preservare l’indipendenza di un grande campione italiano, parlo delle Generali, e con Le Generali anche il risparmio degli italiani. A stupire, è proprio l’indifferenza strategica di tutta l’opposizione, anche di quella centrista, di fronte alla più grande operazione finanziaria pianificata dalla politica italiana negli ultimi decenni al fine di mettere le mani sulle centrali economiche del paese da parte della destra. Ed è proprio questo il punto centrale del terzo compleanno di Giorgia Meloni al governo: l’alternativa non c’è, o è divisa, e quando c’è fa venire i brividi. Il campo largo è in parte ostaggio dei mal di pancia dei Cinquestelle e dei giochi delle correnti interne del Pd così i punti programmatici dell’opposizione restano ancora solo dei titoli. In questo modo non si va da nessuna parte, perché Meloni e FI di Antonio Tajani by Berlusconi Family, risultano più credibili per un elettorato moderato e non estremista rispetto a un Partito democratico sempre più dipinto caricaturalmente in una versione movimentista e spinto così con forza in una sola direzione. Un racconto di comodo che vede il Pd foriero di un antagonismo anticapitalista figlio di un comunismo sovietico ideologicamente, senza ombra di smentita, decisamente inesistente dentro il Pd. Ma stiamo ai così detti riformisti del Pd. Matteo Renzi sta provando, a creare una Casa riformista dentro il centrosinistra, a costruire cioè il tanto agognato centro della coalizione di centro-sinistra, paradossalmente lo sta facendo, innanzitutto in concorrenza con i così detti riformisti del Pd (ex renziani, restati nel Pd) e rinunciando del tutto all’idealismo che aveva contraddistinto a suo tempo la sua discesa in campo, in nome di un realismo politico oggi fuori tempo massimo e direi inaccettabile per gli aspetti drammatici che riguarderebbero l’Ucraina e le concessioni “necessarie” da fare a Putin, vista la semplificazione dei 5 stelle del basta armi all’Ucraina e la pace a tutti i costi; e altresì totalmente inaccettabile su Gaza e il futuro del popolo palestinese. Ma è ovvio che la speranza di un centrosinistra credibile e affidabile passi anche dal successo dell’operazione renziana, o addirittura dell’ammutinamento dei riformisti nei confronti della Segretaria del Partito democratico. Ai quali come sempre manca il coraggio (con l’eccezione bisogna dirlo di Pina Picierno), di andarsene dal Pd cercando uno straordinario risultato elettorale con Renzi e/o con Carlo Calenda, spaventati come sono di non avere nessuna garanzia di essere rieletti. Cosa che tentano di fare invece agitando e intorbidendo le acque nel Pd e attaccando anzi tempo la Segretaria Schlein. A questo punto credo di poter ragionare concordando con Gianni Cuperlo, che intervistato dalla Stampa, ai riformisti del partito democratico rivolge la domanda: «Qual è il capo d’accusa?». Quello riassunto in un Pd troppo sbilanciato a sinistra? Ma, «Sui temi dei salari, della sanità, della scuola e della formazione continua, del fisco da rimodulare, il Pd marcia tutto nella stessa direzione riformisti compresi». Si, ma Giorgio Gori dice che serve più visione sulla crescita, più connessione coi mondi produttivi. Commenta Cuperlo: «Certo che serve puntare a una crescita che garantisca risorse da redistribuire, ma anche a quei mondi è giusto chiedere regole, salari giusti, contrasto alla precarietà. Ragioniamo nel merito, inclusa la responsabilità delle imprese». Vuol dire che da parte dei riformisti c’è troppa accondiscendenza verso quei mondi? «Voglio dire che la forbice delle disuguaglianze si è allargata, milioni di famiglie vivono sotto la soglia di povertà e il bisogno del Paese è rilanciare crescita, salari, consumi, protezione, tutto ciò che il governo non fa». Secondo Gori il Pd di oggi cerca solo un posizionamento radicale. «Io guardo la realtà e vedo piazze piene per Gaza e contro i tagli sociali della manovra. A me viene da dire che oggi le piazze sono l’unica possibilità di esprimere le cose che non possiamo decidere. Io non lo definirei radicalismo, ma partecipazione e democrazia». Morale: i riformisti sbagliano? Risponde Cuperlo: «No, penso che discutere garantisca la vitalità di un partito. In due anni e mezzo di segreteria, Elly Schlein ha restituito vigore e un profilo sociale al Pd oltre che una nostra centralità nel campo dell’alternativa Continuare ad accusare la Segretaria Pd di estremismo di sinistra ponendosi in una posizione di equidistanza dalla destra che la deriva estremista la cavalca da sempre, con una premier che, per un pugno di voti, paragona le opposizioni al terrorismo di Hamas, non aiuta a far crescere il centrosinistra, e non aiuta la rinascita di un centro politico, ma dà la stura al populismo italiano». Se questa è la situazione, personalmente al momento temo, che nessuno di questi soggetti riuscirà a incidere in modo rilevante nel prossimo periodo, e per questo per noi restiamo nei guai. La ragione di fondo della inesorabile irrilevanza del centrosinistra è la solita: anziché mettersi insieme e darsi una mano a vicenda, valorizzando sì le differenze, ma costringendosi ad una sintesi programmatica, i leader di una possibile e vera alternativa a Meloni e al suo governo, nonché al crescente populismo, se le danno di santa ragione nel tentativo di affermare la proprio personale leadership all’interno dello schieramento di centrosinistra, che così resta in panne perdendo elettorato che va ad aumentare l’astensionismo, per la gioia, appunto, di Meloni & Co. e lo sconforto di un Paese, che resta senza alternativa di governo…

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