
«Io ho messo fine a sette guerre, ho parlato con tutti questi leader e nessuno di loro ha ricevuto la chiamata delle Nazioni Unite. L’Onu non sfrutta il suo potenziale e non mi ha mai ringraziato.
Tutto quello che sanno fare le Nazioni Unite è costruire questi palazzi con scale pericolosissime» (segue lamentela per la mancata assegnazione alla sua azienda dell’appalto per ristrutturare il Palazzo di Vetro, quando ancora non era presidente). «Green vuol dire bancarotta. Le fonti rinnovabili non funzionano, gli impianti eolici marciscono e arrugginiscono, è energia che ci fa perdere denaro. Il cambiamento climatico è la più grande truffa perpetrata ai danni del mondo. Se non vi liberate da questa truffa verde, il vostro Paese fallirà». «La questione politica numero uno del nostro tempo è la crisi delle migrazioni incontrollate.
L’Onu dovrebbe fermare le invasioni, non crearle e finanziarle». «Amo l’Europa, amo il popolo europeo. E odio vederla devastata dall’energia e dall’immigrazione, quel mostro a doppia coda che distrugge tutto ciò che si trova sulla sua scia. È ora di mettere fine al fallito esperimento dei confini aperti. Dovete mettervi fine ora. I vostri Paesi andranno all’inferno». «Riconoscere lo Stato di Palestina? Una ricompensa troppo grande per i terroristi di Hamas e per le loro terribili atrocità, incluso il 7 ottobre. Anziché cedere a Hamas chi vuole la pace dovrebbe unirsi dietro al messaggio: rilasciate subito tutti gli ostaggi». Cinquantasette minuti di Donald Trump contro in resto del mondo. Nel suo primo discorso all’Onu dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente americano ne ha avuto per tutti. Meglio, per quasi tutti. Nessuna critica al governo israeliano di Benjamin Netanyahu, ad esempio. E giusto un paio di rimbrotti alla Cina, perché – come l’India e l’Europa – continua a comprare petrolio russo (vero) e perché si limiterebbe ad esportare
pale eoliche senza usarle in casa propria (falso). Per il resto, la lunga, ormai consueta serie di autocelebrazioni (e autocandidature, come quella al Nobel per la pace): «Oggi siamo tornati il Paese più forte del mondo. È una nuova età dell’oro per gli Usa, siamo di nuovo rispettati». E ancora: «Nel mio primo mandato ho costruito la più grande economia nella storia del mondo. Abbiamo avuto la migliore economia di sempre, nella storia del mondo. E sto facendo la stessa cosa di nuovo, ma questa volta in realtà è molto più grande e persino migliore. I numeri superano di gran lunga il mio record del primo mandato» (in verità, proprio ieri l’Ocse ha previsto innetta frenata la crescita del Pil Usa, dal +2,8% del 2024 – quando era ancora in carica Joe Biden – al +1,8% quest’anno e al +1,5% l’anno prossimo). Già nel suo primo mandato Trump non era un sostenitore del multilateralismo dell’Onu. Nel secondo, ha tagliato di 1 miliardo di dollari i finanziamenti americani, ha firmato ordini esecutivi per uscire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani e ha ordinato una revisione della partecipazione Usa in centinaia di organizzazioni intergovernative per determinare se sono in linea con il suo programma America First». Un capitolo a parte meritano le affermazioni di Trump sulla guerra in Ucraina.
Perché, dopo aver ribadito nel suo intervento che Washington imporrà pesanti sanzioni a Mosca soltanto se l’Europa smetterà di comprare petrolio russo, nell’ennesima giravolta il presidente americano, che fino a poche settimane fa dava per inevitabili concessioni territoriali da parte di Kiev, ha sostenuto – in un post sul suo social Truth pubblicato dopo un faccia a faccia con Volodymyr Zelensky – che l’Ucraina può riconquistare, con il sostegno dell’Ue e della Nato, tutto il territorio sottrattole dalla Russia dall’inizio dell’invasione del 2022 e «forse può andare anche oltre» (un riferimento alla Crimea?). Trump ha scritto che la sua posizione è cambiata «dopo aver conosciuto e compreso appieno la situazione militare ed economica tra Ucraina e Russia. L’ha capito dopo l’incontro in Alaska? Putin e la Russia sono in gravi difficoltà economiche, ed è giunto il momento che l’Ucraina agisca», ha aggiunto,
definendo poi la Russia una «tigre di carta». Inutile aggiungere che Zelensky ha salutato con favore il “grande cambiamento” nella posizione di Trump. Anche se mancano i dettagli, come mancano quelli sulle garanzie di sicurezza che il presidente Usa avrebbe promesso a Kiev per quando il conflitto sarà finito. In Europa, però, continua nel frattempo a dominare la questione degli attacchi russi, palesi o sospetti. «Sì», è la risposta di Trump alla domanda se pensi che i Paesi Nato debbano abbattere gli aerei russi che violano il loro spazio aereo, dopo le tre incursioni di droni o caccia russi nel territorio dell’Alleanza in meno di due settimane (anche se ha frenato sulla possibilità di un intervento diretto degli Usa: «Dipende dalle circostanze»). Un quadro –nel quale l’Ue assicura compattezza e fermezza, con Ursula von der Leyen che promette: “Risponderemo alle minacce con forza e determinazione”. E in cui mette da parte la prudenza la premier danese Mette Frederiksen che, dodici ore dopo quello che lei stessa ha definito “il più grave attacco alle infrastrutture critiche della Danimarca”, punta il dito contro Mosca. Non lo fa con la stessa determinazione usata poco prima da Zelensky, ma cerca di mantenersi nel campo delle possibilità, mentre la polizia e l’esercito danesi indagano sulle origini dei droni che hanno paralizzato per quattro ore il traffico aereo su Copenaghen e poi quello su Oslo».
Meloni ci ripensa sulla Palestina?! «La maggioranza presenterà in aula una mozione per dire che il riconoscimento della Palestina deve essere subordinato a due condizioni: il rilascio degli ostaggi e ovviamente l’esclusione di Hamas da qualsiasi dinamica di governo all’interno della Palestina. Penso che un’iniziativa del genere possa trovare, spero, anche il consenso dell’opposizione, non trova sicuramente il consenso di Hamas, non trova magari il consenso da parte diciamo degli estremisti islamisti ma dovrebbe trovare consenso nelle persone di buon senso». Quella che Giorgia Meloni ha presentato a margine dell’Assemblea generale dell’Onu è commentano alcuni giornali: «una novità, un’iniziativa politica, che non l’affianca agli Stati che in queste ore stanno riconoscendo lo Stato della Palestina ma che dimostra come il governo senta l’esigenza di fare qualcosa in più di quanto espresso finora». Pur prendendola con le dovute cautele, la mossa di Meloni potrebbe essere un vero passo avanti diplomatico, un mix di astuzia e resipiscenza che le opposizioni farebbero bene a incoraggiare e considerare. Cosa che, al momento, non sembrano però molto intenzionate a fare.
Per la segretaria del Pd, Elly Schlein, si tratta di un «gioco di prestigio in assenza di chiarezza». Per il leader M5S, Giuseppe Conte, di un «misero espediente» che non chiarisce i dubbi presenti nell’esecutivo italiano, a differenza di Parigi o di Londra, «che non hanno certo riconosciuto Hamas». Oggi Meloni interverrà davanti all’Assemblea. Ma non si è sottratta a commentare l’intervento di Donald Trump: «Non credo che l’Europa sia ambigua nei confronti dell’Ucraina, credo che dobbiamo però lavorare insieme come Occidente se vogliamo portare a casa una pace giusta, è quello che stiamo cercando di fare. C’è bisogno dell’Europa, c’è anche bisogno degli Stati Uniti». Per il resto «ho condiviso buona parte di quello che ha detto». Un intervento, quello di Trump, che a suo avviso, contiene «molti spunti interessanti». In particolare «quello che dice sulla migrazione, buona parte di quello che dice sul Green Deal e anche alcuni passaggi sul fatto che gli organismi multilaterali, per lavorare bene, devono recuperare e migliorare il loro ruolo»…
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