Politica: Trump stravolge l’economia Usa con un «capitalismo di Stato» per battere la Cina nella supremazia tecnologica. E poi ci sono i Dazi. L’Europa dovrebbe ribellarsi al marasma economico provocato dai dazi pretesi da Trump…

…Il presidente stravolge i paradigmi dell’economia americana. Il Wall Street Journal: «Il capitalismo Usa comincia a somigliare a quello cinese. E non il contrario».

Frastornati da cento decisioni improvvise, minacce, ripensamenti di Donald Trump, perdiamo vista il modo in cui sta cambiando, oltre alla dinamica dei rapporti internazionali, la natura stessa del capitalismo americano. L’impegno di Nvidia e Amd, produttori Usa dei microchip più avanzati, di versare al governo il 15% dei profitti delle loro vendite in Cina, appena sbloccate dal presidente, rappresenta, nella storia economica americana, un passo senza precedenti verso qualcosa che va oltre lo statalismo: siamo quasi a un capitalismo di Stato col governo che non è proprietario delle imprese ma le controlla con un numero crescente di strumenti. Magari ricavandone anche un profitto. Per il Tesoro federale o per la famiglia presidenziale. Quindi un uso dei poteri presidenziali per tornaconto personale, certo, ma è stata già più volte sottolineata la presenza di questa patologia trumpiana, ma senza prestare sufficiente attenzione al messaggio che viene mandato a tutte le imprese. Infatti, ci sono due modi di guardare all’affare Nvidia-Cina. Il primo: un abbassamento della guardia da parte di Trump che, preferendo il gioco del Monopoli alle strategie politiche di lungo periodo, regala a Pechino tecnologie sofisticate in cambio di accordi commerciali convenienti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump con la sua politica sciagurata e ossessiva dei dazi e con gli attacchi alla libertà d’opinione e di insegnamento (vedasi Università americane) sta distruggendo due pilastri del suo paese e del capitalismo in generale: la divisione (internazionale) del lavoro e l’innovazione permanente. Su ciò, nessuna certezza ma molti sono gli indizi: tregue sui dazi mentre vengono bastonati gli alleati, l’India punita con balzelli raddoppiati al 50% perché compra petrolio e gas dalla Russia, mentre Pechino, che fa altrettanto, per ora non viene colpita, TikTok tuttora libera nonostante la spinta bipartisan del Congresso per la sua messa al bando. E il presidente di Taiwan che ha cancellato un viaggio in America Latina dopo che Washington gli ha negato uno scalo a New York. Potrebbe essere, come denunciano anche esponenti repubblicani e membri del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del governo Trump, la tentazione di cedere qualcosa alla Cina nel lungo periodo su primato tecnologico e geostrategico in cambio di vantaggi economici immediati, da spendere con gli elettori. O potrebbe essere un tentativo di uscire dalla logica del muro contro muro, dopo aver fatto la voce grossa. Comunque, Trump sta seguendo una linea alquanto diversa da quella da lui stesso proposta col recente piano governativo per la leadership nell’intelligenza artificiale. Ma, e siamo al secondo livello, Trump sta anche iniettando nel capitalismo americano forti dosi di statalismo, magari senza un piano strategico ma applicando i suoi istinti autoritari e la propria predilezione per gli affari piuttosto che la politica. Tutto è iniziato a gennaio coi leader di big tech andati a rendere omaggio al nuovo presidente per evitare vendette e, magari, ottenere benefici. Poi le cause (infondate) di Donald contro due reti televisive, Abc e Cbs: potevano essere facilmente vinte, ma le proprietà delle due reti, Disney e Paramount, hanno preferito patteggiare versando decine di milioni di danni a Trump per evitare ostacoli ai loro piani industriali soggetti a nulla osta governativi. Così oggi non fa notizia che Centre Lane Partners, una società di private equity che ha lanciato attraverso una controllata una linea di piatti, posate, tovaglie e altro col logo MAGA, prometta di versare tutti i guadagni alla futura library di Trump. Un dettaglio: Centre Lane Partner, nel mirino delle autorità della Pennsylvania che hanno fatto ricorso all’Antitrust dopo la chiusura delle sue vetrerie Pyrex di Charleroi, ha bisogno della benevolenza di Trump per evitare guai con questa authority. Ora Trump si sta allargando ovunque: nel patto siderurgico tra Us Steel e Nippon Steel, impone una golden share del governo seguendo esempi europei che hanno fatto sempre rabbrividire il capitalismo liberista Usa. E poi spinge la Coca-Cola a cambiare dolcificante e fa lui l’annuncio costringendo l’azienda a confermare ma anche a difendere la formulazione attuale. E mentre, in campo monetario, assedia il capo della Federal Reserve e impone norme in base alle quali le future valute digitali (stablecoin) verranno emesse da privati, non dalla Banca Centrale, ecco l’intervento sui chip, punta avanzata della tecnologia Usa. Quindi, non solo licenze all’export promesse, ma firmate solo dopo l’accettazione del balzello da parte di Nvidia e Amd: il terzo protagonista della partita, Intel, oggi rimasto indietro, è anch’esso nel mirino di Trump che ha chiesto le dimissioni del suo amministratore delegato. Inaudito? Non per il ceo Lip-Bu Tan che ieri si è precipitato alla Casa Bianca con proposte per «addolcire» il presidente. Lapidario il giudizio del Wall Street Journal, bibbia del conservatorismo finanziario: «Un tempo pensavamo che la Cina, liberalizzando l’economia, sarebbe divenuta simile agli Usa. Invece il capitalismo americano comincia a somigliare a quello della Cina». Alla fine, i dazi sono arrivati. Con la firma dell’ordine esecutivo, Donald Trump ha ufficializzato le nuove tariffe reciproche tra Stati Uniti e Unione europea: 15%. Un compromesso maturato dopo settimane di trattative tra Washington e Bruxelles che, per alcuni, sancisce la resa di Ursula von der Leyen alla linea americana; per altri, rappresenta semplicemente il miglior accordo possibile, date le premesse. L’effetto, intanto, si è fatto sentire subito. Il primo agosto, Piazza Affari ha chiuso con un crollo del 2,55%, trascinata a fondo dai timori legati all’impatto dei dazi sui mercati europei. E mentre oltre Atlantico si alzano nuovi muri commerciali, a est le tensioni internazionali si infiammano. Le guerre in Ucraina e a Gaza sono fonti di grave preoccupazione per l’intero mondo. Sembrerà banale ribadirlo ma viviamo tempi difficili. La banalità sta proprio nel chiedersi mentre lo diciamo “quando mai vi siano stati tempi facili nella storia dell’Umanità”. Io sono al mondo da circa 80anni e con cognizione di causa, posso sostenere che mai prima di questo tempo, il sistema politico e il sistema economico sono stati come oggi, in crisi profonda e in quasi tutte le parti del mondo. Ovunque gli scompensi sembrano alimentarsi a vicenda, favorendo il diffondersi di un generale senso di smarrimento. Facile pensare come nelle conversazioni sotto gli ombrelloni, la crisi attuale trovi lo stesso spazio di discussione dello spread ai tempi della crisi del debito italiano, o del coronavirus al tempo del Covid. Da sempre nell’economia, le recessioni sono relativamente frequenti e determinano il tipico andamento ciclico (o congiunturale), ossia il succedersi di alti e bassi nella produzione, nel reddito e nell’occupazione. Alle fasi espansive si alternano fasi recessive, innescate da choc interni o, più frequentemente, internazionali che portano a carenza di domanda, cassa integrazione, impoverimento di chi vive del proprio lavoro. Fu così, per esempio, con l’autunno caldo del 1968, con la guerra del Kippur e i successivi choc petroliferi del ‘73 e del ‘79; con la crisi finanziaria del 2008 poi trasformatisi in crisi dei debiti sovrani dei Paesi più indebitati, come Grecia e Italia e nella grande recessione del 2011-’12. E ancora con il Covid, e ancora oggi con le guerre in Ucraina e Medio Oriente e le varie difficoltà energetiche. E adesso ecco la “guerra dei dazi”, dichiarata unilateralmente dal presidente Trump. Come scrive la Prof.ssa Fornero in un recente articolo: “le crisi frequenti indeboliscono i sistemi economici e i cicli si succedono più rapidamente con le riprese che diventano semplici ‘rimbalzi’ e tendono ad avere fondamenta meno solide. Tutto ciò porta sia a un aumento delle diseguaglianze (il lavoro si fa più precario, i salari perdono potere d’acquisto), sia a una riduzione della crescita tendenziale (la media tra lo sviluppo delle fasi espansive e il regresso di quelle recessive), specie quando le economie sono strutturalmente fragili per persistente carenza di investimenti in infrastrutture, in capitale fisico, in istruzione, ricerca e innovazione. Quando le crisi sono gestite bene, cioè con visione coerente, lunga e responsabile della politica economica, anziché con lo sguardo corto delle “prossime elezioni” proprio dei “populisti”, i danni si riducono e possono persino cogliersi nuove opportunità. È successo, ad esempio, con il Covid che ha permesso all’Europa condotta da Ursula von der Leyen di ideare il Piano di ripresa e resilienza, mirante soprattutto a favorire le nuove generazioni e a dare all’Europa una prospettiva di crescita più sostenuta e più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Senza peraltro dimenticare la prospettiva della democrazia economica, attraverso strutture di governance più trasparenti e più inclusive, al riparo della prepotenza del capitalismo rampante e del suo ‘cannibalismo’, spregiudicato e amorale che portò proprio negli Stati Uniti alla crisi finanziaria del 2008 e alle gravi perdite per l’economia mondiale, e per quella del nostro Paese”. Bene, sembrerebbe che oggi questo modo di intendere l’economia non funzioni più e la politica tende a permettere soprattutto a “uomini (o donne) forti” che considerano la democrazia e i comportamenti corretti nelle relazioni interne che internazionali un inutile intralcio alle loro scelte. Le quali possono anche portare, nel breve termine, a risultati economici positivi ma che sono chiaramente insostenibili per definizione, proprio perché sono anti-sistema; perché sono contro i mercati che adeguatamente regolati, presuppongono e producono non solo la libertà di iniziativa dei singoli, di movimento delle persone e non soltanto di beni e dei servizi ma anche la correttezza nelle relazioni di lavoro, negli scambi commerciali, nel riconoscimento consapevole delle aspirazioni di autogoverno dei popoli invece della “deportazione” dei migranti quando si ritiene che non servono e li si respinge come nemici considerandoli esseri inferiori e privandoli di ogni dignità umana. Minacce che si potevano ritenere affrontabili o ignorabili, allorché riguardavano (comunque errando) la parte meno sviluppata del mondo e oggi, diventati assai preoccupanti di fronte a quel fattore di imponderabile sconsideratezza che porta il nome di Donald Trump. Il presidente della più grande economia al mondo, che non sembra agire in base a una, magari pur estremizzata ma chiara, concezione dell’economia di mercato (i dazi, da un lato, e l’assoluta mancanza di riguardo ai confitti di interesse di cui è portatore che ne sono prova eclatante); né in base a una concezione della democrazia come bilanciamento dei poteri in modo che nessuno possa esercitare un dominio incontrastato, ma anzi facendo sì che le regole siano rivolte a favorire il maggior numero possibile di persone, partendo da quelle nella parte bassa della distribuzione dei redditi, delle ricchezze e delle opportunità. In questo marasma, i dazi sono un fattore di aggravamento della crisi, non il fattore scatenante che ha invece proprio nella persona del Presidente Usa l’elemento di maggiore destabilizzazione. Or bene, veramente incomprensibile risulta il comportamento ossequioso dell’Europa, ai quali il Presidente americano nonostante tutto, sarà comunque difficile si converta. Ma soprattutto significa non credere più proprio nei valori fondanti l’Unione europea. Riaffermarli servirebbe invece almeno a non perdere la bussola, nell’attesa che nel medio periodo la risposta economica ai dazi si appalesi e faccia la sua parte. Bisogna sapere, senza mistificazioni che anche al 15 per cento, i dazi danneggeranno certamente la nostra economia, ossia il nostro Pil, la nostra occupazione, i nostri redditi e il nostro bilancio pubblico. E lo faranno in tutti i paesi del “vecchio continente” e in quelli del sud del mondo. E in fine, danneggeranno anche gli americani, anche se, probabilmente nel breve periodo, con un comportamento alquanto rigido l’effetto dell’aumento dei prezzi, potrebbe apparire compensato dal vantaggio nel bilancio pubblico americano, dove affluiranno le entrate prodotte dai Dazi medesimi. Ma, tutti gli effetti negativi, in particolare a partire dall’inflazione, si manifesteranno con maggiore evidenza nel corso dei prossimi trimestri, e del prossimo anno, quando si avvicineranno le elezioni di mid-term. Sarà con tutta probabilità l’economia americana stessa a mettere Trump di fronte alle sue responsabilità o, meglio, alle sue prepotenze… la speranza resta quindi che saranno, proprio gli elettori americani a risvegliarsi dal sogno illusorio del Maga e in un sussulto democratico dovrebbero chiaramente far intendere al presidente Trump che c’è un limite a tutto dicendogli chiaramente: «ora basta! Sig. Presidente» …

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