Politica: Usa la democrazia americana sta scivolando velocemente verso l’autocrazia. Donald Trump e lo smantellamento della democrazia Usa…

La democrazia, si sa, è fragile. Vive di equilibri, di regole non scritte, di contrappesi istituzionali e culturali. Non è solo il voto, ma la cultura della legalità, la trasparenza, l’indipendenza delle agenzie, la libertà di critica, l’esistenza di una pubblica amministrazione professionale e neutrale. È una forma di convivenza civile che si regge su un patto: chi governa accetta dei limiti, e chi perde accetta il risultato. Negli Stati Uniti del 2025, quel patto è stato rotto. E non con un colpo di Stato spettacolare, ma con un’erosione sistematica e metodica. Donald Trump non è un autocrate folkloristico, è un presidente che ha trasformato ogni leva dello Stato federale in un’estensione della propria volontà. Il progetto di Trump ha trasformato il Paese in una macchina politica: agenzie epurate, giustizia piegata, militari nelle città… A poco più di un anno dal 250° anniversario della nascita della Repubblica, gli Stati Uniti vivono una mutazione genetica: dalla democrazia costituzionale al cosiddetto “autoritarismo competitivo”, dove le elezioni si tengono ancora, ma l’arbitro è stato espulso dal campo, le regole riscritte, le istituzioni piegate. Il cuore ideologico di questo smantellamento si chiama Progetto 2025: un manuale di 920 pagine scritto da think tank conservatori e apparati paralleli, in cui si teorizza un governo federale epurato da esperti, giudici indipendenti, scienziati, funzionari neutrali. Al loro posto: fedeltà personale al leader, ortodossia ideologica, controllo centralizzato. Trump ha usato quel documento come tabella di marcia: licenziando Lisa Cook dalla Federal Reserve per motivi politici, cacciando Susan Monarez dal CDC perché non allineata alla narrativa presidenziale sulla salute pubblica, epurando funzionari del Bureau of Labor Statistics perché avevano pubblicato dati sull’occupazione “troppo bassi” per i suoi gusti. Non è un caso, ma un metodo. Le agenzie indipendenti, che negli Stati Uniti sono il pilastro della separazione tra scienza e potere, vengono colonizzate o demolite. La giustizia federale è stata trasformata in un’arma politica. L’arresto farsesco di Kilmar Abrego Garcia, espulso, rilasciato, poi di nuovo arrestato per volere della Casa Bianca, è un esempio lampante di come la macchina giudiziaria sia stata piegata a logiche vendicative. Nel frattempo, la Guardia Nazionale è stata inviata a presidiare Washington e Los Angeles, non per difendere da un attacco esterno, ma per “ripristinare l’ordine” contro sindaci democratici e movimenti civici. È la militarizzazione della politica: usare soldati in uniforme per intimidire la popolazione e punire le amministrazioni locali disallineate. Il Dipartimento di Giustizia ha aperto inchieste contro studi legali, fondazioni, università, media, ex collaboratori e persino membri del suo stesso partito, come John Bolton. L’FBI viene usato per colpire chi critica, non chi viola la legge. E in questo nuovo disegno autoritario, c’è stato un alleato di lusso: Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo è stato chiamato da Trump per “ripensare la struttura del lavoro federale”: tradotto, licenziare i dipendenti pubblici “infedeli” e sostituirli con contractors privati, algoritmi di controllo e piattaforme tecnologiche di sorveglianza. Ma l’asse non è durato a lungo: i due hanno poi litigato pubblicamente, con scambi velenosi sui social e divergenze su chi dovesse realmente controllare la nuova macchina federale, segno che persino tra alleati di convenienza l’egemonia trumpiana non ammette rivali. Non è solo la demolizione dello Stato: è la sua privatizzazione. Il governo non è più un garante neutrale, ma una macchina aziendale sotto controllo di una cupola politico-industriale. Secondo Freedom House, il punteggio democratico degli Stati Uniti è in caduta libera: da 90 punti su 100 nel 2016 a 84 nel 2024, e ora, dopo appena sette mesi del secondo mandato Trump, si stima un crollo di altri 15–20 punti. L’America non è più una “democrazia piena”. È entrata ufficialmente nella zona grigia dell’“autoritarismo competitivo”, insieme a India, Messico e Ungheria. Con una differenza: nessuno di quei Paesi era partito da una democrazia consolidata con due secoli e mezzo di storia. Purtroppo, la situazione si fa sempre più dura: la democrazia non è più solo “in pericolo”. È in parte già ridimensionata e potrebbe a breve nonostante le non poche resistenze in corso essere sconfitta! Lo stop ai dazi della Corte dell’appello e il ricorso sempre più frequente di Trump alla Corte Suprema: come grimaldello del presidente per ampliare i suoi poteri e per aggirare il Congresso. C’è un copione che sembra ripetersi ogni qualvolta la giustizia interferisce con le decisioni di Donald Trump: il ricorso del tycoon alla Corte Suprema, alla quale il presidente americano assegna una fiduciosa capacità di ribaltare le sentenze delle corti federali. È accaduto anche con lo stop espresso da una corte d’appello circa la liceità dei dazi, confutando quell’Emergency Economic Powers Act (Ieepa) del 1977, che conferisce al presidente il potere di affrontare minacce “insolite e straordinarie” durante le emergenze nazionali. Ma imporre dazi, argomentano i giudici, non è contemplato da quella legge e non è nemmeno un’emergenza nazionale. Puntualmente Trump chiama in causa i supremi giudici. Non senza qualche rischio, nonostante sei togati su nove – tre dei quali nominati dallo stesso Trump – siano di orientamento conservatore. Se la Corte Suprema dovesse confermare l’illegalità dei dazi, il governo potrebbe essere costretto a rimborsare agli importatori miliardi di dollari già raccolti dalle imprese (si parla di oltre 160), con impatto enorme sul gettito accumulato. Ma non è l’unico caso: recentemente un giudice federale ha bloccato i tentativi dell’amministrazione Trump di estendere una procedura di espulsione accelerata per gli immigrati irregolari, stabilendo che l’applicazione estesa della norma crea «un rischio significativo che le persone che potrebbero avere diritto a rimanere negli Stati Uniti vengano invece espulse dal Paese». Un’altra battuta d’arresto per The Donald. E anche qui finirà per essere la Corte Suprema a dirimere la controversia. In filigrana, tuttavia, si scorge ben altro: al di là dei contenziosi aperti si snoda un autentico braccio di ferro fra la democrazia liberale e la spinta sempre più forte del presidente verso un potere autocratico se non assoluto. Una torsione che Trump sta sistematicamente imponendo alla Balance of Power – quel bilanciamento dei poteri teorizzato da Montesquieu con la loro separazione tra legislativo, esecutivo e giudiziario in modo che possano controllarsi e bilanciarsi a vicenda attraverso un sistema di “pesi e contrappesi” – che va progressivamente indebolendo la struttura stessa della democrazia americana. Certo, gli Stati guidati dai democratici – come ad esempio la California del governatore Gavin Newsom o lo stesso Stato di New York – restano ancora per l’amministrazione Trump una temibile linea Maginot, visto che promuovono politiche alternative, dall’immigrazione all’ambiente, a quelle della Casa Bianca. Ma è ormai più che scoperto l’uso del potere presidenziale per aggirare il Congresso, oltre ai tentativi di politicizzare il Dipartimento di Giustizia e altre agenzie governative, con nomine giudiziarie che riflettono più la lealtà politica che l’indipendenza. A parere di molti osservatori, l’esecutivo sta gradualmente ampliando il proprio potere a spese degli altri rami del governo. Come scrive il Los Angeles Times: «Il pericolo non è una transizione immediata a un’autocrazia, ma un lento “scivolamento democratico” (democratic backsliding) in cui le istituzioni che proteggono le libertà e limitano il potere esecutivo si indeboliscono gradualmente, rendendo il sistema più vulnerabile». Forse non è ancora scesa la notte sulla democrazia americana. Ma la straripante vittoria elettorale di The Donald sta cambiando antropologicamente la bussola della politica, tentando di trasformare il Paese in una società tecno-liberista, guidata da oligarchie miliardarie e onniscienti, crepuscolo di quell’idea di democrazia partecipativa che il preambolo della Costituzione americana con il suo “We the People” proclama orgogliosamente. L’esergo che sta sotto la testata del Washington Post da sempre recita: Democracy dies in darkness. La democrazia muore nelle tenebre. Appunto. Peccato che l’editore del quotidiano che scoperchiò lo scandalo Watergate sia ora uno dei più disciplinati compagni di giochi dell’uomo di Mar-a-Lago. E mentre tutto questo accade, il Partito Democratico in piena crisi esistenziale continua a dire agli elettori che “difendere la democrazia” è votare… parrebbe un po’ poco…

E’ sempre tempo di Coaching!

Se hai domande o riflessioni da fare ti invito a lasciare un commento a questo post: riceverai una risposta oppure prendi appuntamento per una  sessione di coaching gratuita

0

Aggiungi un commento