Povertà = povertà educativa = povertà di vita…

In un pianeta afflitto da così tante calamità naturali e climatiche nonché da guerre e conflitti vari, un Mondo che deve rispondere costantemente ad un numero infinito di emergenze. Un Mondo economicamente sempre più incerto dove le diseguaglianze economiche e sociali “incatenano” milioni di persone alla povertà…  è diventato sempre più indispensabile interrogarsi sulle cause e sugli effetti che la povertà comporta soprattutto per le nuove generazioni… i nostri figli e nipoti che opportunità avranno e  come sarà la loro vita?   Partiamo da quella che viene definita la “povertà educativa”.
A proposito molti non conoscono nemmeno il termine “povertà educativa” e nemmeno ciò che significa… La povertà educativa in sintesi è: “la privazione delle competenze necessarie ai bambini e agli adolescenti per crescere e vivere”. Queste capacità si acquisiscono soprattutto a scuola e possono essere misurate con indicatori quali i test di competenze scolastiche e il tasso di abbandono scolastico. Un ruolo importante, però, lo ricopre anche il contesto economico sociale in cui crescono i bambini e gli adolescenti, come la possibilità di partecipare ad attività culturali, ricreative e sportive. Save the Children Italia, ha individuato quattro dimensioni di opportunità proprie del contesto educativo. Partendo dall’approccio multi-dimensionale alla povertà educativa ispirata dalla teoria delle “capacità” di Amartya Sen e Martha Nussbaum, e dal quadro normativo fornito dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Si tratta di opportunità ‘universali’, quindi, che devono essere garantite a tutti gli esseri umani prescindendo dal contesto naturale, politico, socioeconomico e culturale in cui vivono, dai fattori discriminanti quali l’origine sociale e culturale della famiglia, l’etnia e la religione, le caratteristiche fisiche, ecc.. L’ opportunità di apprendere per comprendere. Si fa riferimento alla capability di base ‘ragion pratica’, ossia la capacità di analisi delle diverse fonti, la capacità di interpretazione, di trovare una soluzione ai problemi e la capacità di prendere decisioni. Una serie di abilità assimilabili a quelle valutate attraverso i test di competenze cognitive. L’opportunità di apprendere per essere. Si fa riferimento alle capabilities di base ‘libertà di pensiero, di immaginazione e senso, pienezza del sentimento, possibilità di giocare e svolgere attività ricreative’. Ovvero la motivazione, la stima in se stessi e nelle proprie capacità. Il crearsi un’identità, un sistema di valori, stabilire degli obiettivi nella vita ed avere aspirazioni e sogni. Ma anche la pienezza dei sentimenti, la capacità di controllarli anche nelle situazioni di difficoltà o di stress. L’opportunità di apprendere per vivere assieme. Si fa riferimento alle capabilities di base ‘appartenenza, interazione sociale, rispetto reciproco e non discriminazione, partecipazione’. Ovvero la capacità di relazione interpersonale e sociale, di cooperazione, comunicazione, empatia, negoziazione ma anche rifiuto. In sintesi tutte quelle capabilities essenziali per gli esseri umani in quanto individui sociali. Tale status è necessariamente legato alla consapevolezza dell’importanza della comunità, dell’appartenenza ad un gruppo, una categoria, una cultura, della partecipazione alla vita della comunità, del benessere comune, della preoccupazione nei confronti del benessere altrui come fondamento di quello individuale. L’opportunità di apprendere per condurre una vita autonoma e attiva. Si fa riferimento alle capabilities di base ‘diritto alla vita e longevità, salute fisica riproduttiva ed alimentare, integrità fisica’. Ovvero le possibilità di vita e sopravvivenza, la salute fisica e l’integrità, la sicurezza, come condizioni ‘funzionali’ all’educazione e altre opportunità di apprendere. Il Rapporto di Save the Children Italia, rivela che quasi la metà dei minori fra i 6 e 17 anni di età residenti nel nostro paese (il 48,4% per l’esattezza) non ha letto nemmeno un libro nell’anno precedente. Il 69,4% non ha visitato un sito archeologico, il 55,2% un museo, ed il 45,5% non ha svolto alcuna attività sportiva. Questi valori non sono solo preoccupanti. Sono davvero ‘rilevanti’, per noi tutti, anche perché è stato provato che incidono in maniera profonda sul rendimento scolastico ed in particolare sulle così ambite competenze minime in matematica e lettura. “La povertà educativa è quindi la privazione per un bambino ed un adolescente della possibilità di apprendere, di sperimentare le proprie capacità, di sviluppare e far fiorire liberamente i propri talenti e aspirazioni. Povertà educativa significa anche limitazione delle opportunità di crescita dal punto di vista emotivo, delle relazioni con gli altri, della scoperta di sé stessi e del mondo esterno. Significa quindi non poter vivere la propria infanzia e non poter sognare il proprio futuro”. Ad oggi, una delle dimensioni più gravi della povertà minorile è proprio l’accesso ad un’istruzione di qualità ed a stimoli artistici e culturali che non sono ancora ugualmente disponibili per tutti non solo nel mondo – se pure può sembrare strano – questo succede proprio anche in Italia. E forse ci sorprenderà sentire di questa enorme problematica, della difficoltà di accesso a metodologie educative, che davvero sostengano gli studenti e che gl’insegnino come cercare soluzioni creative alle sfide della vita. A come fare le proprie scelte. A come vivere come membri attivi delle comunità locale e globale. Come sia sempre più difficile alle nuove generazioni realizzare il loro pieno potenziale. E come ciò non affligga più solo chi consideriamo “svantaggiato economico”, bensì si stia propagando alla grossa maggioranza dei gruppi sociali che compongono la nostra società. Inclusi coloro che teoricamente “se lo possono permettere, di pagare attività extrascolastiche”.  Certo, le grandi città italiane hanno qualche offerta in più, a pagamento, ma appena si esce dai grandi nuclei, tutto diventa più raro… Inoltre, il mondo del lavoro non è più lo stesso… Ci si lamenta spesso, in Italia e nel mondo, degli indici di disoccupazione… legati alla crisi e alla sua lunga durata. Io, non sono certo un’analista economico, però mi sembra evidente che alcune delle ragioni siano legate all’incremento della popolazione. Alla competizione sempre più acerrima (pochissimi, se non nessuno, oggi, è veramente “insostituibile”). Ma, a riguardo c’è un altro elemento importante che si può, anzi si deve, a mio parere, prendere in considerazione sul piano dell’occupazione e del suo sviluppo futuro, la tecnologia con la robotica e l’uso della Intelligenza artificiale (in un recente precedente post qui sul Blog). In un mondo in cui la tecnologia sta acquistando sempre più potere, in cui i servizi necessari non sono più gli stessi. C’è bisogno che le nuove generazioni di cittadini sappiano crescere con flessibilità mentale e le competenze necessarie per poter trovare le giuste soluzioni ai problemi di oggi e di domani. Già da più di un decennio, i percorsi esclusivamente accademici, per quanto eccellenti, ormai non possono accollarsi da soli tutto il peso di questo lavoro. C’è in effetti di più: “Il mondo è sempre più interconnesso che mai, ma allo stesso tempo diventa sempre più diviso e polarizzato”. Una contraddizione sempre più “stridente”. A questi elementi si aggiunge anche il panorama specifico dell’Europa, ma in particolare quello del nostro paese, che negli ultimi vent’anni ha cambiato totalmente faccia. Durante le scuole medie, che ho frequentato io negli anni ’60, nella mia scuola non c’erano ragazzi di altre nazionalità. Anche nella mia classe alle Superiori, su ventidue studenti, non c’erano ragazzi di origine straniera. Oggi, come sappiamo bene, la situazione è molto diversa. Le mie figlie, fin dalla scuola materna, hanno avuto compagni di altre nazionalità… e la più piccola delle mie figlie (oggi matricola universitaria) ha frequentato e frequenta giornalmente o per meglio dire ha per amici compagni di scuola con origini straniere, amici che hanno fatto con lei dei pezzi o per intero lo stesso percorso scolastico, alcuni di loro frequentano la medesima facoltà nella stessa università. Per me è stato facile osservare questo fenomeno del cambiamento del “volto” del nostro Paese ancor più semplicemente …assistendo all’evoluzione della demografia del condominio dove abito, già da qualche anno, sono uno dei pochi residenti di origine italiana. E, bisogna dire chiaramente, fuori da ogni propagandistica polemica politica, che sono già alcuni anni, che gli italiani si confrontano con questa situazione di profondo cambiamento nella composizione demografica della cittadinanza… E, nonostante i ritardi e le contraddizioni della politica e dei politici… nonostante ciò, molti di noi hanno dovuto e soprattutto saputo fare passi da gigante per accettare e accogliere questo cambiamento che viene definito come ‘epocale’. Infatti, le immagini che vediamo tutti i giorni lo dimostrano, e vanno ben al di là, di quella che definirei ‘un agitarsi feroce’ della politica, che prende le mosse dalle frustrazioni e dalle paure per un fenomeno immigratorio ampliato dal deflagrare della crisi economica di questo ultimo decennio. Una crisi che è resa sempre più acuta dall’uso strumentale di una situazione emergenziale spesso legata alle incapacità di una classe politica anch’essa “impoverita educativamente”, che fatica a mettere all’ordine del giorno della propria azione la cultura dell’integrazione e della solidarietà sociale. Ricorrendo invece …sempre più spesso alla pura polemica propagandistica di identità nazionalistiche del passato, ormai senza più senso, proprio rispetto ai cambiamenti profondi già avvenuti nel contesto demografico delle nostre città e dei loro contesti territoriali. Proprio quando occorrerebbe, invece uno sforzo precedentemente mancato, per una “governata” integrazione sociale, nella ricerca di una risposta positiva rispetto alla dimensione per l’appunto epocale del fenomeno migratorio, nel nostro paese come più in generale in Europa per non dire nel Mondo… Occorre una volta per tutte prendere coscienza, che siccome il Mondo non tornerà certo ad essere quello della nostra infanzia, così come non tornerà nemmeno ad esserlo climaticamente. Bisogna fare ciò che occorre rispetto ai cambiamenti sociali ed economici di questa nuova realtà. Bisogna, sicuramente lavorare in direzione delle ragioni di un nuovo modo di vivere “insieme nella diversità”. La vera evoluzione della società globale, sta proprio nel cambio di coscienza di ognuno di noi rispetto a questo cambiamento… e ciò può succedere unicamente se impariamo non solo a “tollerarci”, ma ad “accettarci” sinceramente, accogliendo e davvero valorizzando le tante diversità. Ma vediamo in breve, cosa dice il rapporto di Save the children Italia… In Italia, il 24,7% degli alunni di 15 anni non supera il livello minimo di competenze in matematica e il 19,5% in lettura, livelli misurati attraverso i test PISA.* Si trovano, quindi, in uno stato di povertà cognitiva. Non sono in grado di ragionare in modo matematico, utilizzare formule, procedure e dati, per descrivere, spiegare e prevedere fenomeni, in contesti diversi. Nel caso della lettura, non sono in grado di analizzare e comprendere il significato di ciò che hanno appena letto. L’Italia si colloca, nella speciale classifica dei ‘low achievers’ in matematica, al 24° posto su 34 paesi OCSE. In ambito europeo ancor peggio, l’Italia si posiziona prima soltanto del Portogallo, della Svezia e della Grecia, che presentano rispettivamente le seguenti percentuali di ‘low achievers’: 25%, 27% e 36%. La povertà cognitiva è significativamente associata allo status socio-economico e culturale della famiglia.  All’incirca un terzo dei minori di 15 anni che vivono in famiglie con un più basso livello socio-economico e culturale (appartenendo al primo quinto o 20% delle famiglie più disagiate) non raggiunge i livelli minimi di competenza in matematica e lettura, rispetto a meno del 10% dei quindicenni che vivono in famiglie con i livelli socio-economici e culturali più elevati (e appartengono all’ultimo quinto o ‘top 20%’). Un fattore importante: è che la povertà socio-economica dei genitori influenza la povertà educativa dei ragazzi in modo diverso e a seconda della zona geografica. Nel Nord-Ovest, nel Nord-Est e nel Centro Italia la percentuale di adolescenti in famiglie maggiormente svantaggiate che non raggiungono le competenze minime in matematica si attesta tra il 26,2% ed il 31,2%, mentre al Sud e nelle Isole, raggiunge rispettivamente il 44,2% e il 41,9%. Situazione analoga si riscontra rispetto ai livelli minimi in lettura: se nel Nord-Ovest il 22% dei minori è in povertà educativa, lo è il 34,5% nel Sud e nelle Isole Queste differenze suggeriscono che, a livello territoriale, la scuola ed altri interventi educativi sono meglio in grado di contrastare la povertà educativa delle famiglie, compensandone gli effetti negativi sulle competenze cognitive. Le differenze di reddito dei genitori incidono anche sulla possibilità di fruire di diversi stimoli ricreativi e culturali. La percentuale di bambini e adolescenti tra i 6 e 17 anni, che non hanno praticato sport in modo continuativo, non hanno utilizzato internet quotidianamente, non sono andati a teatro e a concerti, non hanno visitato musei e siti archeologici, non hanno letto libri, è significativamente maggiore tra coloro i quali vivono in famiglie con risorse economiche scarse o assolutamente insufficienti, è da sottolineare il fatto che ad essere particolarmente svantaggiati, oltre alle regioni del Sud, sono anche i piccoli centri con meno di 2.000 abitanti, in tutte le regioni (il 71% dei minori in questi centri non ha svolto 4 o più attività, mentre la percentuale scende al 58% nelle aree metropolitane). Questo a sottolineare l’importanza della varietà dell’offerta educativa, che risulta generalmente più carente nei piccoli centri. Se, da un lato, questi dati confermano il carattere ‘ereditario’ della povertà educativa, i confini di quest’ultima spesso travalicano quelli della povertà economica. Infatti: anche i percorsi educativi dei bambini e adolescenti che vivono in famiglie che non hanno particolari criticità di carattere socio economico possono essere caratterizzati da privazione ed esclusione. Un aspetto particolarmente importante è dato dalla correlazione tra l’acquisizione delle competenze minime in matematica e lettura per i ragazzi in condizioni socio-economiche e culturali svantaggiate e le capacità cosiddette ‘non-cognitive’, in particolare il piacere di stare con gli altri, la facilità nel farsi degli amici e vincere la solitudine, l’attitudine verso comportamenti a rischio per la salute. Gli adolescenti che si sentono ‘outsiders’ a scuola, hanno in media performance sotto la soglia di povertà cognitiva (401 in matematica e 380 in lettura, la soglia minima di competenze è 420 in matematica e 408 in lettura). Anche gli adolescenti “con difficoltà ad avere amici” mostrano punteggi sotto la soglia minima (416 e 393). Dai dati delle rilevazioni PISA, si evince inoltre che le adolescenti italiane sono maggiormente toccate dalla povertà educativa rispetto ai loro coetanei maschi in matematica, ma significativamente meno in lettura. Il 23% delle alunne non raggiunge le competenze minime in matematica contro il 20% dei maschi, mentre il 23% degli alunni non raggiunge le competenze minime in lettura contro appena l’11% delle femmine. Le disuguaglianze di genere sono significativamente associate al contesto geografico. Le ragazze meridionali sono maggiormente svantaggiate sia in matematica che in lettura, rispetto alle loro coetanee settentrionali. La percentuale delle ragazze che non raggiungono le competenze minime in matematica è del 32% al Sud, esattamente il doppio di quanto accade al Nord (16%) e assai di più che al Centro (20%). Ma anche i ragazzi del Mezzogiorno appaiono indietro rispetto ai loro coetanei del Nord e del Centro: il 28% di loro non raggiunge le competenze minime in matematica, anche in questo caso il doppio di quanto avviene al Nord (14%) e in parte al Centro (16,5%). Una distanza percentuale quasi altrettanto ampia si ha per la lettura, con il 30% dei maschi quindicenni che non raggiunge i livelli minimi al Sud rispetto al 18,5% del Nord e il 20% del Centro13. Importanti differenze di genere si osservano anche nella frequenza della partecipazione ad attività ricreative e culturali, nella pratica sportiva e nel ricorso quotidiano ad internet. Le bambine e le adolescenti che praticano sport in modo continuativo sono in numero minore rispetto ai coetanei maschi – 49% contro 60% – mentre la percentuale di quest’ultimi che ha utilizzato internet quotidianamente, letto libri, è andata a teatro, musei, siti archeologici, concerti, è nettamente inferiore. Un altro fattore predittivo della povertà cognitiva è l’origine migrante dei genitori. I ragazzi di 15 anni figli di migranti soffrono maggiormente questo fenomeno. In particolare, ben il 41% dei minori figli di genitori migranti e non nati in Italia (migranti di prima generazione) non raggiungono i livelli minimi di competenze in matematica e lettura. Tale percentuale scende al 31% in matematica e al 29% in lettura per i cosiddetti ragazzi di seconda generazione nati in Italia da genitori stranieri, e si dimezza ulteriormente per i quindicenni non migranti (il 19% in matematica e il 15% in lettura). Per quanto riguarda le competenze in matematica, più della metà degli adolescenti migranti di prima generazione che vivono al Sud e nelle Isole è povero cognitivamente – il 54% e 62,5% rispettivamente non raggiunge le competenze minime – contro percentuali che vanno dal 37 al 40% per le regioni settentrionali e il centro Italia. In lettura, lo svantaggio si concentra particolarmente nelle Isole, con il 62,5% dei ragazzi migranti di prima generazione in povertà educativa, rispetto al 44% del Sud e al 37% del Nord-Ovest. In sintesi, i bambini e gli adolescenti nati in famiglie svantaggiate hanno minori probabilità di raggiungere le competenze minime necessarie per crescere e lavorare nel mondo di oggi (misurate attraverso i test PISA in matematica e lettura) e hanno anche meno possibilità di arricchirsi attraverso la cultura e lo sport. Inoltre, per questi ragazzi la difficoltà di instaurare relazioni emotive, con se stessi e con gli altri, accresce la loro condizione di povertà. Le disuguaglianze colpiscono in particolar modo le ragazze per quanto riguarda le competenze in matematica e lo svolgimento delle attività sportive, mentre i ragazzi leggono meno, partecipano meno ad attività culturali e navigano meno su internet. Inoltre, l’incidenza della povertà educativa è assai maggiore tra i ragazzi migranti di prima generazione. L’ingiustizia della diseguaglianza sta nel lasciare che il futuro dei ragazzi sia determinato da una ‘lotteria sociale’: dalla provenienza sociale, geografica, migratoria, spesso anche di genere. Una lotteria che, impedendo l’esprimersi delle capacità ed il fiorire dei talenti, priva di fatto la società di una quota rilevante della sua risorsa più preziosa: i giovani, i loro sogni, la loro vitalità e energia. Come dimostrano due dati molto attuali: l’impennata al 26% nel 2014 del fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training), ovvero di quei giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano percorsi di istruzione e formazione (è il dato più alto in Unione europea) e l’esplosione del tasso di disoccupazione giovanile oltre il 40%, il dato peggiore tra i paesi OCSE dopo la Grecia. E, un paese che non investe nei giovani è condannato ad un inesorabile declino… Il legame tra condizioni di svantaggio ‘ereditate’ e la povertà educativa può essere spezzato? Cosa possiamo fare quindi, per vedere arrivare questo cambiamento che è chiaramente prima di tutto culturale? Dobbiamo sicuramente impegnarci a migliorare la qualità dei programmi e dei metodi dell’intervento formativo ed educativo delle nostre scuole e Università, aprendoci davvero a tutto quello che si può imparare qui in Italia e nel mondo di educazione sociale… Dobbiamo, mobilizzandoci, iniziare ad offrire proprio ai nostri giovani a partire dall’adolescenza la possibilità di accedere ad un’educazione più ampia. Creando situazioni in cui realtà diverse possano imparare cose nuove, insieme… Pensiamo davvero di poter arrivare a qualche risultato positivo continuando a “segregare” le varie minoranze o coloro che reputiamo “svantaggiati” o continuando a coltivare l’idea che le “nazionalità” rappresentino una identità elitistica? Questa filosofia evidentemente non può che continuare a contribuire ad aumentare la distanza e le diseguaglianze fra ceti sociali, per non parlare di vite assolutamente “parallele”. Mentre è attraverso la qualità dell’intervento, la qualità dei programmi educativi, che si possono mettere insieme persone di estrazioni diverse… Ricordiamoci che quando parliamo di povertà educativa, parliamo: “della privazione delle competenze necessarie ai bambini e agli adolescenti per crescere e vivere”. E’ un dettaglio non da poco, se è vero che l’educazione è la chiave per poter comprendere e interpretare la realtà in cui viviamo… e le diseguaglianze economiche aggiungono il resto in negativo…

*I test PISA non valutano solamente le capacità degli studenti di riprodurre le conoscenze in matematica e lettura apprese a scuola, ma anche le capacità di estrapolare tali conoscenze ed applicarle in contesti scolastici ed extra-scolastici non familiari. Si parla, quindi, nel caso dei test PISA, di ‘literacy’ in matematica e in lettura, riferendosi alla capacità degli studenti di utilizzare conoscenze e abilità in domini chiave, e di analizzare, riflettere e comunicare in maniera efficace nel momento in cui identificano, interpretano, e risolvono problemi in una varietà di situazioni. I ragazzi di 15 anni che non raggiungono le competenze minime in lettura e matematica – i cosiddetti ‘low performers’ o ‘low achievers’ – hanno quindi capacità di literacy molto limitate. Non è detto che tali studenti siano del tutto incapaci di eseguire operazioni matematiche o di interpretare testi di lettura, ma non sono in grado di utilizzare le loro limitate competenze nelle situazioni problematiche previste anche dai quesiti più facili.

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