Prima la linea, poi le primarie: il Pd torni a decidere davvero

Le primarie non bastano a colmare il vuoto di politica: il Pd riparta da iscritti, circoli e territori per ricostruire progetto, alleanze e classe dirigente

Nell’intervista di Franceschini su Repubblica e nella discussione sulle primarie del centrosinistra non c’è soltanto una questione di alleanze. C’è un nodo più profondo: il Partito democratico continua troppo spesso a cercare nella procedura ciò che dovrebbe trovare nella politica. Il richiamo alla prudenza e alle regole è legittimo, ma rivela una difficoltà irrisolta: scegliere una direzione prima di convocare il popolo delle primarie. Nate per aprire la partecipazione, le primarie rischiano così di diventare una scorciatoia: non più uno strumento di democrazia, ma il modo per rinviare discussioni che il partito dovrebbe affrontare al proprio interno. Se prima non si chiariscono progetto, alleanze, programma e criteri di selezione della classe dirigente, le primarie non sono democrazia partecipativa: sono solo un espediente procedurale. Prima si decide la direzione, poi si scelgono le persone chiamate a rappresentarla.
Il problema non è una singola voce, né una posizione tattica. È un partito che rischia di consumare una parte importante della propria funzione storica. Non perché frequentato da iscritti già avanti negli anni: quella militanza, spesso liquidata come residuo del passato, è una delle poche riserve di realtà rimaste. Conosce fabbriche, municipi, circoli, paesi, paure e solitudini; ha visto il partito quando era comunità prima che macchina elettorale. Proprio per questo capisce spesso prima degli eletti quando il legame con il Paese si spezza. Il Pd invecchia quando la considera arredamento della memoria invece che coscienza critica del presente.
Da anni il Pd oscilla tra due paure: rompere con i poteri sociali che lo hanno accompagnato e parlare fino in fondo ai soggetti che dovrebbe rappresentare. Così la moderazione, senza progetto, diventa moderatismo; il liberalismo, se non si misura con le disuguaglianze, scivola verso un liberismo temperato; il centro, se smette di mediare politicamente, diventa una zona di sicurezza. Ma una sinistra che teme il conflitto finisce per temere sé stessa.
Il Paese reale non chiede soltanto garanzie di affidabilità, né si accontenta di formule contro la destra ripetute per disciplina. Vuole salari vivibili, lavoro stabile, sanità pubblica, scuola, casa, territori non abbandonati e diritti non intermittenti. Chiede che qualcuno trasformi il disagio in progetto politico e renda riconoscibile una parte sociale a cui parlare. Senza questo passaggio, ogni primaria rischia di diventare un rito, ogni coalizione un artificio, ogni appello all’unità una parola destinata a consumarsi.
L’incontro a pranzo tra Conte e Schlein non archivia le tensioni nel centrosinistra: le certifica. L’alleanza con il Movimento 5 Stelle resta necessaria ma fragile, priva di una fiducia politica compiuta. Il Pd fatica a indicare una rotta riconoscibile e, mentre la destra governa, resta ancora impigliato nei propri equilibri interni. Anche la minoranza dem alimenta questo logoramento quando riapre lo scontro sulla segretaria proprio nel momento in cui servirebbe compattezza. Così il posizionamento prende il posto della politica: indebolisce Schlein, logora il campo largo e rischia di trasformare le primarie in un regolamento di conti, non in un atto di partecipazione democratica.
Gli elettori non sono un pubblico distratto da richiamare all’ordine quando il pericolo si avvicina. Misurano la politica sulla propria vita. Se non vedono una promessa riconoscibile e una forza che parli anche per loro, si allontanano: talvolta votano altrove, più spesso scelgono l’astensione o il silenzio. Ma anche quel silenzio è un giudizio politico.
Il Pd deve scegliere se essere il notaio prudente di un ordine che declina o il soggetto di una nuova stagione democratica. Può continuare a sopravvivere amministrando equilibri e proteggendo posizioni. Oppure può tornare a rischiare, cioè a fare politica. Questa alternativa passa dagli iscritti e dai circoli, da una militanza spesso anziana ma non stanca, che non chiede una medaglia alla memoria ma un ruolo nel presente. Quando una parte degli eletti trasforma ogni discussione in autodifesa, non protegge la continuità del partito: ne rende più evidente la crisi. Un partito progressista non muore quando perde un’elezione. Si indebolisce quando chi lo rappresenta appare più impegnato a restare in piedi che a indicare una strada.
Questa crisi di direzione riguarda anche il modo in cui il partito si presenta, viene percepito e riesce a parlare fuori dai propri recinti.
C’è poi un terreno decisivo: la comunicazione. Non è un capitolo separato dalla crisi politica del Pd, ma una sua manifestazione visibile. Il partito parla ancora troppo spesso con una grammatica novecentesca: conferenze stampa, comunicati prudenti, passaggi televisivi rituali, formule pensate per non irritare nessuno e incapaci di accendere qualcuno. È una comunicazione verticale e difensiva: arriva dopo, commenta l’agenda degli altri, corregge e precisa. Innovare non significa inseguire i social, ma costruire una presenza stabile e riconoscibile, capace di parlare di salari, affitti, clima, scuola, sanità e trasporti con storie concrete, dati verificabili e linguaggi accessibili. Un partito che non sa più farsi capire smette, prima ancora che di convincere, di essere ascoltato.
Da qui passa anche il legame con le nuove generazioni: non come contrapposizione alla militanza più anziana, ma come continuità tra memoria politica, radicamento territoriale e linguaggi nuovi. Se la comunicazione deve tornare a essere presenza e ascolto, non può restare affidata agli apparati centrali. Il Pd dovrebbe valorizzare la generazione che già esiste nei territori: giovani amministratori, consiglieri comunali, attivisti dei Giovani Democratici e figure cresciute nelle battaglie per clima, casa, lavoro e volontariato civico. Non basta citarli nei convegni: bisogna farne protagonisti effettivi del nuovo linguaggio del partito.
Nomi come Marco Sarracino, Caterina Cerroni, Rachele Scarpa, Raffaele La Regina, Paolo Romano e Virginia Libero indicano che una leva nuova esiste già. Ma il punto non è l’anagrafe, né la ricerca di volti giovani da esibire in lista. Il punto è trattenere energie politiche, dare loro responsabilità reali e impedire che l’alternativa sia andarsene. Il rinnovamento deve diventare metodo: autonomie reali per le organizzazioni giovanili, spazio per competenze digitali, linguaggi sociali, conflitti generazionali e percorsi di responsabilità verificabili.
La via d’uscita non sta in un maquillage organizzativo, né nell’ennesima alchimia tra sigle. Sta nel restituire voce a iscritti e circoli, ricostruire un rapporto stabile con lavoro, giovani e territori impoveriti, selezionare una classe dirigente capace di parlare alla società e assumere poche priorità riconoscibili: salari, sanità, scuola, casa, transizione ecologica, diritti.
Coinvolgere i giovani significa dare loro potere reale, non soltanto visibilità; coinvolgere gli iscritti significa accettare che la base possa correggere la testa. Servono candidature contendibili, responsabilità verificabili, assemblee deliberative nei circoli, consultazioni vincolanti sulle alleanze locali e verifica pubblica degli eletti. Solo così il Pd può tornare a essere non il partito che teme di perdere, ma il partito che rende possibile cambiare.
Non basta vincere contro qualcuno. Occorre tornare a esistere per qualcosa, insieme a chi tiene aperto il partito quando le telecamere si spengono e la politica torna nel suo luogo più difficile: il rapporto quotidiano con le persone.

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