
Senza una rotta del Pd, il centrosinistra rischia di affidare alle primarie ciò che dovrebbe decidere la politica: linea, alleanze e governo
La guerra in Ucraina non è più soltanto politica estera. È il punto in cui si misura la credibilità delle forze politiche italiane: Europa, sicurezza, alleanze, responsabilità di governo. Non è una formula diplomatica: è dire da che parte sta l’Italia quando un Paese aggredito difende la propria libertà. Il centrosinistra mostra divisioni vere; la destra, dietro la compattezza parlamentare, nasconde ambiguità non meno profonde.
Il governo rivendica una linea atlantica, ma la tiene insieme con fatica: cautele della Lega, riserve sulla difesa europea, oscillazioni sul programma Safe. Proprio Safe mostra quanto la questione sia concreta: munizioni, difesa aerea, cyber-sicurezza, droni, capacità industriali comuni. La maggioranza governa, ma non sempre offre una visione strategica comune.
Il punto non riguarda solo il centrosinistra. È il limite del bipolarismo italiano: schieramenti costruiti spesso per vincere più che per governare. L’aritmetica elettorale sostituisce la coesione politica; la convenienza della maggioranza precede la chiarezza del programma. Su guerra, difesa europea e ruolo internazionale dell’Italia questa fragilità emerge senza sconti.
Quando una coalizione non chiarisce prima le proprie scelte essenziali, finisce per pagarle dopo: nelle crisi internazionali, nelle leggi di bilancio, nei rapporti con l’Europa. Lo si vede sulla sanità, sulle liste d’attesa, sulla difesa comune, sui salari poveri. Governare significa scegliere, e scegliere significa dire anche dei no.
La chiarezza, in politica, non è rigidità. È il patto minimo di fiducia con chi vota e con chi, spesso, non crede più che la politica possa cambiare davvero qualcosa. Un elettore può accettare compromessi, mediazioni, perfino rinunce difficili, se capisce quale direzione li tiene insieme. Ma non può affidarsi a una coalizione che prima chiede consenso e poi decide chi vuole essere. È questo il rischio più grande per il centrosinistra: presentarsi al Paese con una somma di posizioni, senza una gerarchia di priorità e senza una voce capace di parlare non solo ai partiti, ma alle persone che chiedono ascolto, rispetto e serietà.
È dentro questa cornice che il nodo Conte diventa decisivo. Il problema non è la presenza del Movimento 5 Stelle in una coalizione plurale: è la pretesa di fissarne indirizzo, metodo e leadership. Davanti a una destra compatta, il Partito democratico deve tornare baricentro: non cinghia di trasmissione, ma forza capace di dare ordine al fronte progressista e costruire un argine democratico, sociale ed europeista.
Conte sceglie l’Ucraina perché sa che lì il centrosinistra è più esposto. Il no a nuovi aiuti militari a Kiev diventa una leva interna per pesare sul Pd, fissare i confini del patto e condizionarne la leadership. Qui sta il ricatto politico: chiedere unità, ma imporre una posizione divisiva; invocare la coalizione, ma dettarne le condizioni. Così l’intesa non nasce come progetto: nasce già sotto tutela.
Da qui nasce la frattura con il Pd. Non è una sfumatura programmatica: è una prova di governo. Ucraina, difesa europea, Nato, spesa militare e credibilità internazionale non sono appendici del programma. Se l’alternativa parte con un veto su Kiev, tutto il resto rischia di diventare contorno.
Per questo il Pd non può inseguire. Deve fissare l’asse dell’alternativa: Europa, Costituzione, Nato, sostegno a Kiev, lavoro, sanità, scuola, casa e diritti. L’unità si costruisce sul confronto, non sul veto; sulla mediazione, non sull’ultimatum. Se arretra, il campo progressista diventa un campo minato. Se tiene il punto, può diventare progetto di governo.
L’incontro tra Conte e Schlein non chiude le tensioni: le rende esplicite. L’intesa con il Movimento 5 Stelle resta necessaria, ma non può diventare una delega in bianco. Il Partito democratico fatica ancora a indicare una rotta riconoscibile; Conte sfrutta questa debolezza. Il partito può superarla solo con una scelta, non con l’attesa.
Anche le primarie rischiano di diventare una scorciatoia se il Pd non esercita prima la propria funzione politica. Possono scegliere un candidato e legittimare una leadership, ma non definiscono la linea della coalizione: non sciolgono il nodo Nato, non risolvono il dissenso sull’Ucraina, non trasformano un patto fragile in cultura di governo. Il Pd deve arrivarci da forza guida, dopo aver chiarito alternativa, programma e rapporto con gli alleati. Altrimenti le primarie non rafforzano la coalizione: certificano l’assenza di una guida.
La risposta, però, non può essere solo tattica. Deve essere sociale: salario, lavoro stabile, sanità pubblica, scuola, casa, transizione ecologica giusta. I salari reali italiani, secondo l’Ocse, restano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021; e quando una visita si allontana di mesi, la libertà di curarsi dipende sempre più dal portafoglio. Significa ridurre le liste d’attesa, rendere sostenibili gli affitti, difendere i contratti più poveri, accompagnare le imprese senza scaricare i costi sui lavoratori. È qui che il fronte progressista può trovare un cemento vero: non una tregua tra leader, ma un patto riconoscibile con il Paese.
La proposta diventa credibile quando incontra le paure concrete delle persone senza giudicarle: curarsi, arrivare a fine mese, trovare casa, avere un lavoro stabile. I dati sulla sanità dicono che le liste d’attesa restano una ferita aperta; quelli sugli affitti raccontano città universitarie dove una stanza può mangiarsi una parte enorme del reddito familiare. Ma dietro ogni numero c’è una vita sospesa: una visita rimandata, un figlio che rinuncia a studiare fuori sede, una famiglia che non riesce più a progettare. L’argine alla destra nasce qui, non nella somma dei simboli: nella capacità di restituire sicurezza quotidiana, dignità e futuro a chi teme di averli perduti.
Per questo il ruolo del Pd non può limitarsi alla regia delle alleanze. Deve tornare a essere riconoscibile nella vita concreta: nei reparti ospedalieri dove si rinvia una visita, nei quartieri dove l’affitto assorbe mezzo stipendio, nei luoghi di lavoro dove la fatica non basta più a garantire stabilità. Se il partito vuole guidare il fronte progressista, deve dimostrare che la sua leadership non serve a distribuire posti nella coalizione, ma a stare accanto a chi si sente solo, stanco, non rappresentato. Una promessa di cambiamento è credibile solo quando diventa protezione per chi oggi non ne vede più, e fiducia per chi ha smesso di aspettarsela.
Non basta vincere contro qualcuno: bisogna tornare a esistere per qualcosa. Questa alternativa sarà credibile solo se il Pd saprà guidarla, non subirla. Un cartello elettorale può competere; solo un progetto politico può governare. La scelta è semplice e radicale: dare forma di governo al pluralismo o consegnare alla destra il vantaggio di apparire l’unica forza capace di decidere. Il Pd deve scegliere se essere il perno dell’alternativa o il notaio della propria irrilevanza. Perché gli elettori non chiedono solo un nome sulla scheda: chiedono una direzione, una protezione, una ragione per fidarsi ancora. Chiedono una politica che non li raggiunga soltanto in campagna elettorale, ma nel momento in cui devono curarsi, pagare l’affitto, difendere il lavoro, immaginare il futuro dei figli. Chiedono di essere visti prima che convinti, ascoltati prima che mobilitati. Un campo largo nato sotto ricatto non prepara la vittoria: prepara la prossima sconfitta. E questa volta non sarebbe soltanto la sconfitta di una coalizione. Sarebbe l’occasione perduta di parlare a un Paese che chiede di non essere lasciato solo: con le sue paure, la sua fatica, la sua domanda semplice e enorme di serietà, coraggio e futuro.
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