Riformare la previdenza: flessibilità in uscita…

Dopo che è stata lanciata dal presidente del Consiglio, è quella del prestito pensionistico, ribattezzato «Ape», la proposta di riforma delle pensioni che ha più chance. Riforma limitata perché Il governo vuole limitare al massimo la spesa. Per questo ipotizza di coinvolgere banche e assicurazioni nel meccanismo dell’Ape, un assegno pensionistico anticipato (fino a tre anni) sotto forma di prestito che poi verrebbe restituito a rate dal momento in cui scatta la pensione piena. Per chi anticipa l’uscita dal lavoro dovrebbero inoltre scattare delle penalizzazioni. Misure contestate alla radice dai sindacati che vorrebbero un pensionamento flessibile a partire dai 62 anni d’età, senza tagli. Nel mezzo si colloca la proposta Damiano-Baretta di una flessibilità con penalizzazioni ma senza prestito.

La proposta di flessibilità in uscita sulle pensioni elaborata dal governo Renzi si chiama «Ape» («Anticipo pensionistico»). In sostanza per ogni anno che manca al lavoratore che decide di andare a riposo, il suo assegno sarà tagliato dell’1-3%: la variabilità sarà legata al reddito, quindi il taglio potrà diventare più pesante per chi ha una pensione molto ricca e potrà essere più leggero per chi ha un assegno più basso.

A conti fatti la manovra costerà come si diceva poco alle casse dello Stato circa 1 miliardo l’anno e dovrebbe scattare dal 2017 con la prossima legge di Stabilità. Il meccanismo sarebbe quello del «prestito previdenziale». Tre i casi previsti. 1) Chi si prepensiona volontariamente sopporta il costo della penalizzazione. 2) Per chi perde il lavoro e rischia di diventare «esodato» dovrebbe intervenire invece lo Stato. 3) Toccherà invece alle aziende farsi carico dei costi se vogliono mandare in pensione prima i lavoratori più anziani. In tutti i casi lo Stato pagherà gli interessi alle banche, che anticiperebbero una parte della pensione per poi essere rimborsate a rate sulla pensione normale. Sempre lo Stato coprirebbe il costo dell’assicurazione in caso di morte prematura del pensionato.

La proposta parlamentare più nota di flessibilità in uscita è quella presentata dal Pd, primi firmatari Cesare Diamano e Pier Paolo Baretta. Il primo è presidente della commissione Lavoro della Camera, il secondo sottosegretario all’Economia. La loro proposta, insieme con quelle presentate da tutti i gruppi è all’esame della stessa commissione. Prevede che si possa andare in pensione di vecchiaia a partire da 62 anni, con una penalizzazione del 2% sull’assegno per ogni anno di anticipo dell’uscita dal lavoro rispetto all’età di 66 anni (il taglio massimo sarebbe quindi dell’8%). La stessa proposta prevede che si possa comunque lasciare il lavoro andando in pensione anticipata senza penalizzazioni una volta raggiunti i 35 anni di contributi. Accanto alle penalizzazioni ci sarebbero dei premi per chi va in pensione oltre i 66 anni: il 2% in più fino a un massimo dell’8% per chi arriva a 70 anni.

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Questa proposta è stata bocciata dal governo perché troppo costosa e incompatibile con gli impegni di risanamento presi in Europa. Varianti che attutiscono la spesa prevedono penalizzazioni del 3% per ogni anno di anticipo e la cancellazione dei premi.

Tra le proposte di riforma del sistema pensionistico all’inizio di quest’anno è arrivata anche quella elaborata dai sindacati confederali. La proposta unitaria di Cgll, Cisl e Uil mira a risolvere i problemi fondamentali attualmente evidenziati da molti osservatori della materia: eccessiva rigidità dell’età di pensionamento fissata dalla riforma Fornero e la delicata situazione dei lavoratori precoci. Sul primo punto, i sindacati propongono di riformulare i requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia. II documento propone di permettere al lavoratore di andare a riposo a 62 anni, senza penalizzazioni (né tagli in percentuale, né ricalcolo contributivo) visto che, sottolineano i sindacati, la penalizzazione per il cittadino sarebbe inclusa nel passaggio avvenuto nel 2012 al sistema contributivo pro quota. Per i lavoratori precoci, quelli che hanno cominciato in giovane età, i sindacati hanno fatto propria la proposta Damiano-Baretta (Pd): la cosiddetta «quota 41», flessibili-damiano numero che indica gli anni di contributi versati. Oltre questa soglia il cittadino potrebbe smettere di lavorare, indipendentemente dall’età.

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