Società post-industriale: Alcune riflessioni e qualche provocazione…

Per grandi linee possiamo far risalire alla Mesopotamia e all’Egitto di seimila anni fa l’inizio della società rurale, centrata sulla produzione agricola e sull’artigianato:  Le più importanti civiltà agricole dell’antichità fiorirono in Mesopotamia (III millennio a.C.) si coltivavano orzo, miglio, grano, ceci, lenticchie, fave, aglio, cipolle, cetrioli e vari altri ortaggi. si allevavano capre e maiali. Si preparavano birra, vino, burro, formaggi. Anche in Egitto (III millennio a.C.) si coltivavano orzo, grano, farro, miglio, ceci, lenticchie, fave  e vari altri ortaggi. Si inventò la panificazione. Le tecniche di affumicatura e salagione si raffinano e nasce l’essicamento. Ma, avviciniamoci ai “tempi moderni”. Sotto la spinta dell’Illuminismo, delle rivoluzioni borghesi, dell’accumulazione primaria dovuta allo sfruttamento delle colonie, nel Settecento ebbe avvio un modo nuovo di creazione di ricchezza attraverso la fabbrica e, con esso, un tipo nuovo di società: la società industriale, centrata sulla produzione in grandi serie di beni materiali, che ha dominato in Occidente fino alla metà del Novecento con epicentro in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. La rivoluzione industriale iniziò alla fine del XVIII secolo. Le quantità e le varietà dei beni prodotti aumentarono considerevolmente grazie alle innovazioni tecniche, alla creazione di macchinari (costruiti in acciaio e mossi dall energia prodotta dalla macchina a vapore. Si trattava di un motore capace di convertire il calore del vapore prodotto dal riscaldamento dell acqua in energia meccanica utile per diverse applicazioni, dalla produzione di elettricità alla locomozione dei treni e delle navi. Ancora più vicino ai nostri giorni. Direi a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, si è verificata una nuova discontinuità epocale, dovuta all’effetto congiunto: del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media, della scolarizzazione diffusa, della rivoluzione in Russia e della seconda Guerra Mondiale. Si è così affermato un nuovo sistema-mondo, che per comodità chiamiamo post-industriale, centrato sulla produzione di beni immateriali (informazioni, servizi, simboli, valori, estetica) e caratterizzato da nuovi assetti dell’economia, del lavoro, della cultura e della convivenza.  Assumono grande importanza la ricerca di base e la ricerca applicata. L’obiettivo è creare invenzioni a partire dalla conoscenza scientifica. Incrementare le conoscenze sul mondo. Con un cambiamento della vita stessa degli individui. Nella società post-industriale coesistono tre diversi tipi di paesi: quelli del Primo Mondo, che producono soprattutto idee attraverso brevetti; quelli emergenti (Bric e Civets), che diventano le grandi fabbriche del pianeta; quelli del Terzo Mondo, che sopravvivono svendendo materie prime, manodopera e subordinazione politico-militare. Nel Primo mondo il settore terziario contribuisce in maggiore percentuale sia all’occupazione, sia alla formazione del PIL. I media e l’economia globalizzata provocano l’omologazione dei modelli di vita e degli assetti politici. Nel Novecento il Comunismo ha cercato di distribuire la ricchezza senza essere capace di produrla mentre il Capitalismo ha prodotto la ricchezza senza essere capace di distribuirla. Quando la caduta del muro di Berlino ha posto fine alla guerra fredda, il Comunismo ha perso ma il Capitalismo non ha vinto…  Poiché è impossibile la crescita infinita in un mondo finito e globalizzato, lo sviluppo dei paesi emergenti comporta la decrescita dei paesi ricchi: decrescita che può essere disastrosa se subìta o serena se programmata nei tempi, nei modi e negli esiti. La fase della vita successiva ai 50 anni tende ad allungarsi ma la società non è ancora preparata a valorizzarla. I rapporti interpersonali e la cultura tendono a mercificarsi. L’economia tende a prevalere sulla politica e la finanza tende a prevalere sull’economia. L’omologazione tende a prevalere sull’identità, la virtualità sulla tangibilità, l’ibridazione sulla separazione. Nella società industriale si erano via via affermati bisogni connessi alla razionalizzazione, all’efficienza, alla specializzazione, alla sincronizzazione, alla produttività, all’economia di scala, all’assetto gerarchico nelle imprese, all’urbanesimo, al consumismo. Nella società postindustriale emergono valori come l’intellettualizzazione, la creatività, l’etica, l’estetica, la soggettività, l’emotività, l’androginìa, la destrutturazione del tempo e dello spazio, la virtualità, la qualità della vita. Ai bisogni quantitativi di potere, denaro e successo, altri se ne contrappongono, di natura qualitativa, connessi all’introspezione, alla solidarietà, all’amicizia, all’amore, al gioco, alla bellezza, alla convivialità. Si approfondisce la frattura tra nuovi soggetti “digitali” e vecchi soggetti “analogici”. I primi sono più ottimisti verso il destino del pianeta e soddisfatti dell’ubiquità consentita dall’informatica. Si sentono cittadini del mondo; accettano la parità tra i sessi, il controllo delle nascite, la multi-razzialità, l’interculturalità, la globalizzazione. Convinti che si vive una volta sola, tendono a vivere bene qui ed ora; sono attenti all’ecologia; non fanno troppa differenza tra il giorno e la notte, tra i giorni festivi e quelli feriali; comunicano per mezzo di “nuovi esperanti” linguistici ed estetici; hanno un atteggiamento disinvolto verso la sessualità. Uniscono il nomadismo alla stanzialità. Gli “analogici”, invece, sono diffidenti verso le novità; sono spaventati dallo sviluppo demografico, dall’immigrazione, dalla multi-razzialità; diffidano delle nuove tecnologie, rifiutano l’interculturalità, il controllo delle nascite, l’eutanasia; considerano la violenza, la corruzione, le guerre come flagelli inevitabili e crescenti; temono il futuro e mitizzano il passato. Oggi, si dedica molto tempo all’attività creativa e soprattutto alla creatività in generale… Cos’è la “creatività” se non una sintesi di fantasia (con cui si elaborano nuove idee) e di concretezza (con cui le nuove idee vengono tradotte in realtà). Oggi, un “genio” è una persona dotata di forte fantasia e, insieme, di forte concretezza. Si ritiene, inoltre, che essendo rari gli individui geniali, il loro ruolo può essere svolto dai “gruppi creativi” in cui convergono personalità molto fantasiose (anche se poco concrete) e personalità molto concrete (anche se poco fantasiose). Affinché concreti e fantasiosi possano collaborare creativamente, occorre che condividano la stessa mission, che siano motivati a raggiungerla.  Poiché la produzione di beni e servizi aumenta impiegando sempre meno lavoro umano (jobless growth), dopo la liberazione dalla schiavitù e la liberazione dalla fatica, si intravede la possibilità di una diffusa liberazione dal lavoro.  Ormai, nei Paesi dell’Ocse, un terzo degli occupati svolge attività intellettuali di tipo creativo; un altro terzo svolge funzioni intellettuali di tipo esecutivo; un ultimo terzo è costituito dagli operai e dai contadini che producono beni e servizi attraverso mansioni fisiche e ripetitive. L’intellettuale esecutivo e l’operaio lavorano; l’intellettuale creativo si esprime. Queste tre fasce hanno il privilegio di produrre, oltre che di consumare. Intorno a questo blocco decrescente, vi è una massa crescente di inoccupati, disoccupati e pensionati ammessi al consumo ma espulsi dalla produzione e perciò esposti alla noia, alla depressione, alla disperazione, alla devianza. Il lavoro, ridotto a un settimo della vita adulta, perde centralità; la forza lavoro si femminilizza; l’organizzazione del lavoro richiede più motivazione che controllo, più creatività che burocrazia, più etica che astuzia, più estetica che pratica, più equilibrio vitale che overtime, multitasking e reperibilità. Oggi gran parte delle mansioni ripetitive, noiose, pericolose possono essere delegate alle macchine sicché alla maggioranza dei lavoratori (circa il 70%) restano da compiere attività di natura prevalentemente intellettuale, che trattano informazioni. Molte di queste possono essere svolte in qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, grazie al supporto delle moderne tecnologie informatiche. Di qui la possibilità di “telelavorare”, svolgendo in casa o dove il lavoratore preferisce, quel lavoro che generalmente si va a fare in ufficio quotidianamente, spostandosi senza altra ragione che una abitudinaria ritualità. La destrutturazione del tempo e dello spazio è la nuova, fortunata possibilità che consente di ibridare il lavoro con il tempo libero, lavorando per obiettivi, risparmiando tempo e spazio, riducendo la micro-conflittualità, l’inquinamento, la congestione e la manutenzione urbana, gli incidenti sul lavoro e nel traffico. l rendimento dell’attività intellettuale non dipende né dal tempo, né dal luogo di lavoro, ma l’azienda rifiuta di destrutturarsi. Il fatto che l’azienda resista ai cambiamenti consentiti dalle tecnologie informatiche e soprattutto al telelavoro non è che uno dei paradossi aziendali denunziati da più di un sociologo del lavoro (Domenico De Masi e altri) si compongono elenchi e si indicano i rimedi… Come già si è detto, la vita si allunga ma gli anni dedicati al lavoro diminuiscono: si comincia sempre più tardi e si termina sempre più presto. Le donne vivono più degli uomini ma vanno ancora in pensione prima, pur avendo già comunque “acquisito” di riforma in riforma, una prospettiva di allungamento della loro permanenza in azienda in nome di una parità tra i sessi e dei conti INPS. Si è dissertato per anni della doppia fatica femminile dovuta un doppio lavoro azienda/casa… alla fine l’approdo, in nome di una parità letta all’incontrario, sarà quella dell’innalzamento dell’età delle donne, all’ineandola a quella degli uomini per andare in pensione… nel frattempo contraddittoriamente continuano nel mondo del lavoro differenze (salario – posti apicali ecc.) tra l’uno e l’altro sesso. L’offerta di lavoro diminuisce e la domanda di lavoro cresce, i genitori lavorano 10 ore al giorno mentre i figli sono completamente disoccupati. C’è sempre più libertà sessuale ma le aziende diventano sempre più sessuofobiche… Cresce il livello culturale dei lavoratori ma i “lavoretti” precari richiedono sempre meno intelligenza e consentono sempre meno formazione e carriera. La produzione di idee ha bisogno di autonomia e di libertà, ma le aziende si burocratizzano sempre di più. Il lavoro intellettuale richiede motivazione, ma viene gestito soprattutto con il controllo. Le donne studiano e lavorano meglio ma fanno meno carriera e vengono pagate meno. Le distanze culturali tra vertice e base aziendale si accorciano ma la forbice degli stipendi si allarga. Nella vita cresce il ruolo dell’emotività ma nell’azienda si continua a privilegiare la razionalità. Si elogia la meritocrazia ma prevalgono le cordate. I manager hanno sempre più bisogno di conoscere il contesto, il mercato, i gusti dei clienti e i valori emergenti, ma vivono sempre più over-time in azienda, disinteressandosi della famiglia, del quartiere, della società, della cultura, della politica. Si richiede al lavoratore un’integrazione crescente nei confronti dell’azienda, ma lo si estrania con i tornelli, i controlli, il mobbing e la minaccia dei licenziamenti. Si invoca  collaborazione ma si pretende competitività… Nella fabbrica industriale il lavoro, prevalentemente manuale, assorbiva tutte le energie fisiche del lavoratore, era sottoposto a controlli severi da parte dei capi ed era nettamente separato dal tempo libero. Nella sua autobiografia Henry Ford scrive: “Quando lavoriamo dobbiamo lavorare. Quando giochiamo dobbiamo giocare… Quando il lavoro è finito, allora può venire il gioco, ma non prima”. Nella società postindustriale i due terzi dei lavoratori, svolgono ormai attività di tipo intellettuale, spesso creativo. In molte di queste attività la quantità e la qualità del prodotto non dipendono dal controllo esercitato sul lavoratore ma dipendono dalla sua motivazione e dalla sua possibilità di operare in quella felice condizione… una sorta di “oziosa creatività”. Non si tratta di pigrizia o disimpegno ma di quello stato di grazia, comune a molte attività intellettuali, che si determina quando le dimensioni fondamentali della nostra vita attiva – lavoro per produrre ricchezza, studio per produrre conoscenza, gioco per produrre benessere – si ibridano e si confondono consentendo l’atto e il prodotto creativo. E’ lo stato d’animo che avverte l’artista quando realizza il suo capolavoro, il bambino quando costruisce il suo castello di sabbia, il manager quando guida il suo team verso una méta innovativa, lo scienziato quando conduce con metodo e tenacia le sue ricerche. Se si realizzano le condizioni dell’ozio creativo, il lavoratore non sa egli stesso cosa sta facendo, dimentica il tempo che passa, tende la corda della propria vita oltre ogni prevedibile resistenza. Artur Rubinstein, a chi lo incitava a riposare, rispondeva: “Riposarsi? Riposarsi di che? Io, quando voglio riposarmi, viaggio e suono il piano”. E Joseph Conrad diceva: “Come faccio a spiegare a mia moglie che, quando guardo dalla finestra, io sto lavorando?”. Il concetto di “ozio creativo” ben si rispecchia nel pensiero Zen: “Chi è maestro dell’arte di vivere distingue poco fra il suo lavoro e il suo tempo libero, fra la sua mente e il suo corpo, la sua educazione e la sua religione. Con difficoltà sa cos’è che cosa. Persegue semplicemente la sua visione dell’eccellenza in qualunque cosa egli faccia, lasciando agli altri decidere se stia lavorando o giocando. Lui, pensa sempre di fare entrambe le cose insieme”. Oggi un ventenne ha davanti a sé più di 500.000 ore di vita. Se svolgerà mansioni esecutive, solo un settimo di queste ore sarà occupato dal lavoro; tutto il resto sarà dedicato alla cura del suo corpo e al tempo libero. Dunque, nella società postindustriale il tempo libero spiazza la centralità del lavoro. Però l’educazione familiare, scolastica e aziendale restano focalizzate sulla preparazione al lavoro, fattore dominante della vita industriale, dal quale tuttora dipendono il guadagno, il prestigio, la sicurezza, i consumi materiali e culturali. Per l’effetto trascinante dell’esperienza industriale, il tempo libero, nonostante la sua preponderanza quantitativa, resta tuttora una categoria residuale senza che i cittadini siano formati alla sua corretta fruizione. La sua gestione, affidata al caso, al capriccio e ai richiami pubblicitari, rischia di degenerare nel consumismo, nella depressione, nella devianza. In un mondo di adulti iper-occupati, di giovani inoccupati e di anziani pensionati, questo squilibrio inquietante può essere evitato solo attraverso alcune azioni radicali: spingere il processo di automazione in modo che tutto il lavoro bruto sia delegato alle macchine, riservando agli esseri umani le sole attività flessibili e creative; abolire l’età di pensionamento obbligatoria e uguale per tutti, affidando l’uscita dal lavoro alla contrattazione individuale tra lavoratore e datore di lavoro; ridurre l’orario del lavoro esecutivo e spalmarlo su tutta la vita attiva del lavoratore; migliorare la cultura e l’organizzazione del tempo libero; dedicare la massima attenzione educativa alla longevità, all’ozio creativo, alla decrescita serena; ridistribuire il lavoro, la ricchezza, il sapere, il potere e le tutele; assicurare un ruolo centrale all’etica e all’estetica…

“E’ sempre tempo di Coaching!”


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